0 - Ottobre 1989
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Editoriali

La diversità non è peccato

Settantasei - La diversità non è peccato pagina 4

Questo Paese è di sinistra dc e non lo sa. La sinistra dc lo sa ma non riesce a dirlo.

È provocatorio, arrogante, banale, irriverente proclamarlo?

Eppure i diritti espressi nel dettato costituzionale, l'economia mista, l'attenzione alle minoranze, la tolleranza ed il dialogo nella libertà, l'accento istituzionale al bene comune sono un patrimonio di questa nazione che si rinviene nei geni dei cattolici democratici sin dalle origini.

Perché questa forbice con le attuali tendenze politiche o sociali che vanno per la maggiore?

Perché questa distanza, questa stanchezza, questa tendenza giaculatoria che dovrebbe seppellire quanto da profezia è divenuto realtà?

Sta di fatto che una crisi esiste. Ma la crisi, seppur intrecciata con quella epocale che sta vivendo la società civile italiana non necessariamente è un male, soprattutto se si cerca il bandolo della matassa, se la si utilizza per crescere, per progredire, per migliorarsi.

Ed allora, bando alla retorica e passiamo ad alcune riflessioni proposta sulla possibile traiettoria da ristabilire per tornare ad essere una sinistra dc più incidente sulla società, e dunque in presa diretta con essa, più che con il Palazzo.

Il programma

Quando qualcuno chiese, tempo fa, di immaginare un'assemblea, una convention, o un semplice e tradizionale Chianciano a tesi ci fu chi irrise il progetto, ci fu chi spiegò che non siamo un gruppo leninista. Ma come si fa ad affermare che siamo in un periodo politico in cui, delle coalizioni, si deve giudicare il programma e poi non farne uno proprio da cui si evince che si è sinistra politica della Dc?

Il rischio, al contrario è di definirsi per un semplice formalismo. O peggio per nominalismo, dividendoci su questioni personali o su simpatie ed antipatie. Oppure, ma qui vince davvero il doroteismo, su chi conta di più (immagino per numero di tessere!).

Dire al Paese perché crediamo che la Dc debba rimanere un partito popolare, progressista nel programma, è quantomeno doveroso nei confronti di chi ci dà fiducia, ancor prima che una regola di sopravvivenza. E serve a misurare i gesti di tutti.

La frontiera dei diritti sociali

Se come dice Bianchi nel suo bel libro Le ali della politica, «la politica nasce da ciò che la politica non è», non c'è dubbio che la novità di questi anni non è la ripresa dell'associazionismo tout court, ma la piena soggettualità politica di movimenti e associazioni che sanno quali sono i loro limiti e i loro diritti e che impegnano una dura battaglia contro la preponderanza dei partiti in campi che non gli sono propri, in nome di una «nuova cittadinanza».

Dobbiamo essere al loro fianco non sovrapponendoci ma, come ci propose Elia, tornando a fare ciò che è precipuo per un partito politico: buone sintesi che sfocino in interventi legislativi per il bene comune. Puntando però non più solo sulla proclamazione dei diritti, ma sulla applicazione di essi, in una parola, rivolgendoci non più alla mera affermazione dei diritti civili, ma alla applicazione rigorosa ed esigente dei diritti sociali.

Una sana intransigenza

Tutto ciò sarà possibile se, accanto ai motivi tattici, tornerà in auge nella sinistra dc una sana intransigenza, un amore per le lealtà piuttosto che per le interessate fedeltà canine. Un rispetto pratico delle profezie che divengono realtà (La Pira, Mazzolari, Milani) piuttosto che il piacere per una presunta perdita della diversità che, se significa valori ed eticità, è tutta da conservare e vivificare. Come faremmo altrimenti a rimproverare al Pci di voler buttare a mare le proprie radici se anche noi facciamo lo stesso?

Per questo, ritenendo che la franchezza non sia un peccato di gioventù iniziamo un cammino assieme a tutta la sinistra dc, e non una ascesa generazionale, che non ci interessa minimamente.

Non c'è peggior violenza di chi chiama la franchezza, brutalità. Noi non faremo questo torto a nessuno. Speriamo che nessuno lo voglia fare a noi.