0 - Ottobre 1989
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Anomalie

Né per vendetta né per pietà

Settantasei - Né per vendetta né per pietà pagina 11-14
Intervista a Intervista a Carmine Mancuso, Presidente del Coordinamento Antimafia «La primavera di Palermo non appartiene solo alle "anime belle" ma al popolo della città». La forza della cultura, per non rassegnarsi a morire di mafia.

L'esperienza di Palermo puoi raccontarcela per come l'hai vista tu, da «esterno,, ai mondi politici? Com'è questa esperienza, come l'hai vista nascere, e soprattutto qual è la distanza tra i fatti e le interpretazioni che se ne hanno sui giornali?

Palermo, nel passato, era stata la capitale dello sfascio delle istituzioni, infatti aveva subito uno scioglimento anticipato del consiglio comunale ed era stata anche la città del massimo degrado sociopolitico, della disgregazione e dello smarrimento. A Palermo vi erano stati eccidi tremendi, la decapitazione dei vertici istituzionali, quali il presidente della Regione Mattarella, il capo dell'opposizione La Torre, il prefetto Dalla Chiesa, magistrati, poliziotti, giornalisti, anche bambini come Claudio Domino di soli undici anni.

Quindi si era arrivati ad una fase di fatalismo per cui si riteneva che la città non potesse più reagire e che ormai la stretta politico mafiosa faceva sì che Palermo vivesse non come in un assedio ma in un vero proprio stritolamento. Si avvertiva questa piovra che con i suoi tentacoli strangolava la città. Poi c'è stata una sorta di palingenesi; la palingenesi che ha coinvolto vari strati e vari settori, e con l'inizio di questa, la cosiddetta «primavera di Palermo» di cui tanto si è parlato. Si è aperta una fase molto appassionante, con una forte epicità e un grande impegno civile che, Palermo, in effetti non aveva mai visto. Diciamo che tutta questa iniziativa, questo movimentismo espresso dalla società è stata un'espressione così eccezionale di coinvolgimento di ragazze, ragazzi, laici, cattolici, intellettuali, operai; tutta la città è stata coinvolta in questa fase di grande impegno. Questo ha fatto sì che attorno alla prima giunta Orlando, la cosiddetta giunta pentacolore, si avesse un punto di riferimento non soltanto di carattere amministrativo per la trasparenza della gestione del comune, ma per il significato che dava quest'uomo che, da cattolico, finalmente rappresentava non un ritorno al passato ma una fase molto avanzata di aspirazione verso il nuovo. Ed ecco perché, secondo me, è nata questa perestrojka palermitana che ha portato ad un periodo molto appassionante di speranza e di riforma e ad un cambiamento radicale tra il vecchio e il nuovo. E una parte preponderante naturalmente, l'ha avuta il mondo cattolico, quel mondo che sostanzialmente non si riconosce nell'asse Andreotti-Cl e che in effetti nelle parrocchie, nei quartieri e soprattutto, per quello che è stato il grande impegno dei gesuiti, ha fatto sì che ci fosse uno scatto; una molla, un bisogno di accrescere la tensione morale e di procedere.

 

Molti dicono che la giunta Orlando ha suscitato queste speranze però poi Orlando parla troppo. Come ha detto Andreotti, Orlando dovrebbe occuparsi di più dell'.amministrazione della città? 

Andreotti fa parte di quella classe politica che ha reso lo Stato incapace di organizzare ospedali, tribunali, scuole, trasporti, poste, quindi non credo che lui abbia le migliori condizioni per dare un consiglio a Leoluca Orlando. lo ritengo, molti di noi ritengono, che a Palermo, finalmente, con la trasparenza dell'amministrazione Orlando (anche se lui non ha presenziato a tempo pieno il palazzo di città ma, in effetti, tutti i consigli comunali e le giunte si sono svolti nei tempi relativi) ha fatto sì che finalmente, per la prima volta, soprattutto a Palermo, ci fosse un modello esportabile in campo nazionale e che per la prima volta in assoluto non ci fosse più il Comune al servizio delle imprese, ma finalmente le imprese al servizio del Comune. Credo che la migliore risposta da dare ad Andreotti sia proprio questa. Poi, se Leoluca Orlando sia stato anche ambasciatore di questa nuova politica, di questo nuovo modo di rompere con le appartenenze e di costruire un modello diverso, molto più a misura d'uomo, che avesse più attenzione per il mondo degli anziani, delle donne, dei bambini, che avesse molta più attenzione anche per forme di vivibilità... (e io vorrei ricordare che il primo assessorato alla vivibilità è nato a Palermo sotto la giunta di Orlando) ebbene, francamente, è molto importante che ora c'è questa freschezza che la città non ha mai avuto in passato. Se Andreotti riflettesse su quello che è stato il significato e l'operato delle giunte Orlando, allora forse sarebbe stato meno cinico e avrebbe preso una cantonata in meno.

 

Veniamo alla società civile di Palermo. Se ne invoca spesso la diversità; dall'altro lato c'è anche qualcuno che fa un appunto e dice «questo rinnovamento c'è il rischio che rimanga confinato nei circoli intellettuali o culturali della città e basta», c'è il rischio che siano «belle anime» e basta. È vero questo? C'è ancora questa spaccatura tra un palermitano dello Zen e uno che è introdotto nei «salotti buoni», o è cambiata del tutto la società a Palermo?

Il rischio che poteva verificarsi davvero era che questo rinnovamento, questo modo diverso di far politica, fosse appannaggio di una classe di intellettuali medioborghese o anche relativa a pezzi del mondo giovanile; la cosa che più ci ha fatto piacere è avere constatato che queste manifestazioni in cui la gente comune si è riappropriata del palazzo, e considera che la maggior parte dei nostri convegni si sono fatti all'interno della sala del consiglio comunale, anni fa sarebbero state una cosa assurda e impossibile, perché non si poteva supporre che la gente che vivesse il quotidiano potesse far ingresso in questo palazzo che era sede di questi baroni della politica e dove si perpetravano talvolta crimini orrendi, nel senso di intendere lo scempio che si adottava nei confronti della città, il famoso sacco edilizio, quello del blocco di potere di cui parlava il sindaco Insalaco nel suo diario: un blocco che annoverava vari uomini dei partiti in maniera trasversale per queste mediazioni affaristico amministrative. Quindi quando la gente entra nel palazzo, la cosa che realmente più fa piacere e che sembra sconvolgente è che insieme agli studenti, agli intellettuali, ai borghesi, ci siano anche gli operai, per esempio quelli dei cantieri navali; ci siano gli zingari Rom che hanno un insediamento a Palermo e che partecipano alle riunioni che si fanno al Palazzo delle Aquile; poi gli emarginati dei quartieri ghetto che mandano delegazioni, e le famose mamme di Borgonuovo che sono delle aggregazioni associative nate in un quartiere dormitorio come Borgonuovo che è ai margini della città, e in ultimo, ma non certo per ultimi, vengono anche gli handicappati. Questo sta a dimostrare che tutto quello che si dice in questo senso è falsità: francamente questa primavera di Palermo ha coinvolto tutti quanti gli abitanti e i cittadini, anche i più restii.

 

E siamo al coordinamento antimafia, di cui tu sei responsabile. Se ne è parlato tanto, anche a sproposito ma noi vogliamo soprattutto raccontare i fatti; che cosa è il coordinamento antimafia, come funziona? Tu sei un professionista dell'antimafia?

Questa esigenza di dare una risposta all'arroganza della mafia in senso culturale nasce perché la mafia usa i kalashnikov, ma la gente non può usare i kalashnikov e quindi usa le parole. E, come diceva Primo Levi, le parole hanno la loro forza e cominciano a diventare pietre nel momento in cui per molti funzionari dello Stato, magistrati, alti prelati che non usavano mai dire la parola mafia, ecco nel momento in cui la gente comincia a puntare l'indice e a smascherare il vero volto della mafia, che è quello politico, allora nasce l'esigenza di una associazione, di un agglomerato di persone che partono, come sperienza relativa al coordinamento antimafia, dopo la morte del generale Dalla Chiesa. E ciò accade quando a Palermo compare, nella via dove venne ucciso lui, la moglie e l'agente Russo, quel famoso cartello che diceva «qui è morta la speranza dei palermitani onesti». Si ebbe questa esigenza di reagire e si costituì questa associazione che non voleva essere e non è un'associazione di vestali o di Don Chisciotte ma semplicemente la possibilità di dar voce alla gente comune che, al di là delle estrazioni ideologiche, al di là delle questioni burocratiche, al di là delle egemonie partitiche, potesse esprimersi in piena libertà.

Quali furono gli atti qualificanti sin dall'inizio? Anzitutto la costituzione di parte civile al primo maxiprocesso unitamente all'amministrazione comunale che era rappresentata da Leoluca Orlando; poi un'azione culturale condotta nell'ambito cittadino e anche all'esterno per far comprendere meglio il fenomeno mafia, non soltanto come espressione criminale e quindi circoscritta a quello che era la mafia dei Greco e dei Liggio, ma come espressione che aveva altre implicazioni nel mondo politico e nel mondo finanziario. Questa azione ha cominciato a dare fastidio, perché nel momento in cui si comincia a fare opera di azione culturale e la gente comincia a capire e aumenta il numero delle adesioni e con il riunirsi delle forze sane della città si costituisce un grande movimento di opinione e a questo punto cominciano a nascere le accuse che sono sempre molto strumentali. Francamente io, anche come parente di vittima, mio padre è stato ucciso in un agguato mafioso assieme al giudice Terranova, non ho mai ritenuto, come del resto tutte le persone che fanno parte di questa associazione sotto l'aspetto di quello che può essere una tragedia vissuta come la signora Antiochia, la moglie del vicequestore Boris Giuliano, la moglie del vice questore Ninnì Cassarà, la moglie del giudice Saetta e tanti altri, che si facesse parte di questa associazione, a causa di sentimenti di vendetta o di pietà.

Noi abbiamo sempre pensato che il sacrificio di tante vittime innocenti di mafia potesse servire a svegliare le coscienze di una Palermo che era abbandonata ai suoi mali e allora senza voler per questo cadere in certe facili etichettature o senza voler affrontare una polemica, io ritengo che la nostra azione e il nostro impegno sono stati quelli di chi non vuole smettere di lottare; lottare però con le armi della democrazia, con le armi della ragione, con le armi della coscienza che finalmente si è diffusa e che forse fa dire che Palermo ormai è una frontiera di democrazia e molta parte della nazione guarda a Palermo non più per i morti o per le azioni criminali che possono fare notizia sui giornali ma per un fatto nuovo di crescita civile e di grande promozione sociale.