«Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Dopo Chianciano alla sinistra dc non resta altro che aggrapparsi alle parole di Eugenio Montale?
È forse troppo poco per una sinistra dc che sa di dover tornare alla guida del partito, ma è almeno un punto di partenza e nello stesso tempo una risposta a chi si affanna a dire ogni giorno che nella Dc la linea è una sola, approvata all'unanimità dagli organi di partito.
Ma è possibile pensare di ridurre la linea politica soltanto alla scelta delle alleanze, come se il modo con cui gestire i rapporti con gli alleati, con quale forza, con quale determinazione non fosse anch'esso linea politica?
Allora, non siamo noi forse diversi da chi adotta come metodo di comportamento quello della mediazione infinita verso il basso, accantonando ogni problema che rischi di infastidire gli alleati?
Non siamo forse noi diversi da chi fa dell'inerzia un metodo di lotta politica, da chi, in nome della legalità del partito è capace di ironizzare anche sul rinnovamento, sull'esperienza degli esterni, è pronto a cancellare con cinismo e superficialità le speranze di questi anni in un partito nuovo?
Certo. Siamo diversi. Lo hanno capito fuori dal partito, nel mondo cattolico, nelle fasce più vive del nostro elettorato e noi stentiamo a dirlo, con troppi timori, con inspiegabili timidezze.
Dovremmo invece fare sentire con forzala nostra voce, non soltanto per affannarci a dire agli altri che tra noi non ci sono divisioni, ma per difendere sino in fondo i passi avanti fatti negli anni della segreteria De Mita, per fare quadrato attorno ai tentativi compiuti per imboccare la strada del nuovo.
Quanta amarezza, allora, nel Vedere in tutto il Paese entusiasmo e speranze per la «Primavera di Palermo» e sentire nello stesso tempo anche autorevoli esponenti della sinistra dc, affrettarsi a dire che la giunta di quella città è un fatto isolato, non esportabile.
Amarezza. Perché se è vero che quella formula non è esportabile, legata com'è a fatti e sensibilità locali, è anche vero che a Palermo si è creata nella politica quella divisione tra vecchio e nuovo che tra la gente esiste già e che la gente sa che esiste. Da una parte chi ha voglia di cambiare, voglia di trasparenza, voglia di far vincere la politica dei valori, dall'altra chi piega ogni scelta al tentativo di garantirsi tranquillità nella gestione del potere, nella conservazione dei propri consensi.
A Palermo la nuova Dc è riuscita poi a vincere un'altra battaglia, facendo restare il Pci dalla propria parte. E non è certo facile trovare punti di incontro con questo partito comunista che sbanda sempre di più nella ricerca di appigli cui aggrapparsi, che dice di voler fare l'alternativa progressista proprio con chi assume ogni giorno le posizioni più conservatrici. .
Palermo ci dimostra perciò che con il Pci si può tornare a dialogare, ci ricorda che proprio nella storia della sinistra dc è scritto che il dialogo va cercato, che non si può restare soltanto fermi ad aspettare che sia l'interlocutore a cominciare. La lezione di Moro sta ad indicarci che il nostro impegno deve essere quello di favorire e aiutare i processi di crescita e maturazione e non quello di rimanere a guardare, senza fare nulla, un partito comunista che arretra ogni giorno di più.
Proviamo a partire da Palermo?

