1 - Novembre 1989
9-11
Società

Educare e non punire

Settantasei - Educare e non punire pagina 9-11
Intervista a don luigi Ciotti, coordinatore del gruppo Abele e presidente del coordinamento delle Comunità d'Accoglienza.

Tu che sei stato uno degli ispiratori, uno che ha lottato per la legge 685 del '75, ritieni oggi necessaria una nuova legge?

In primo luogo credo vada detto che a distanza di 14 anni della sua approvazione la Legge 685 risulta ancora oggi largamente inapplicata. In molte Ussl mancano ancora i servizi, spesso gli operatori sono abbandonati a se stessi e vi sono ancora Regioni che non hanno predisposto la loro normativa. A volte succede che parte dei fondi non vengano spesi perché gli Amministratori non sanno cosa farne.

Ma la droga non è solo tossicodipendenza, è anche denaro e potere.

Oggi con la droga o grazie alla droga si comprano governanti ed amministratori, e si comprano pure i voti per eleggerli, si fanno guerre «fasulle» per coprire pure le guerre causate dalla lotta per il potere, sì condiziona la vita di milioni di persone negando loro i più elementari diritti.

Certamente la 685 si può migliorare, ma è soprattutto sul versante della lotta al traffico e sui suoi intrecci che occorre l'intervento del legislatore.

 

Rispetto alla fretta di approvare la legge cosa ne dici?

Per anni non sì è fatto nulla, ci si è rimbalzati le responsabilità con quasi 30 diverse proposte di legge dal '75 ad oggi. Improvvisamente si deve fare tutto, in fretta, a scapito forse della qualità e di una seria attenzione al problema. Si rischia di non tenere sufficientemente conto dell'esperienza di chi, in questi anni, pur in condizioni difficili ha seriamente lavorato tra la gente, cogliendone bisogni, aspirazioni, esigenze. Ci si preoccupa più degli aspetti di difesa sociale che non del problema delle persone coinvolte. Senza voler generalizzare, si ha spesso l'impressione che i tossicodipendenti e le loro famiglie siano usati rispetto ad altri obiettivi e per altri fini.

 

Molti di coloro che hanno fretta sostengono che la maggioranza di operatori sono d'accordo, e d'altra parte il fronte di chi quotidianamente lotta per strappare i giovani dalla droga non è più così compatto...

Non è vero il discorso che viene fatto: «abbiamo sentito diverse esperienze nel Paese». Sentire Muccioli, sentire Gelmini, non vuol dire aver sentito la realtà italiana. Muccioli è una persona con una sua esperienza di tutto rispetto, ma una persona. Gelmini è una persona che ha creato una catena di interventi, di comunità nel senso stretto. Mi sembra però che ci siano altre voci di questo Paese, altre realtà del servizio pubblico e del servizio privato che si sono coordinate, e non solo un coordinamento della stessa espressione, ma un coordinamento molto più vasto di piccole realtà legate molto al territorio. Non solo comunità nel senso stretto, ma gruppi che fanno anche lavori di prevenzione nel mondo del disagio secondo una strategia più complessiva, voci non ascoltate. Alcuni giorni fa, nel corso di un dibattito con alcuni senatori, mi sono permesso di ricordare che parlavo in rappresentanza di un coordinamento nazionale costituito da 221 realtà e 115 cooperative, e che il cartello «Educare e non punire» vede legate forze che vanno dalle Acli, alla Gioc, al Csi, all'Agesci.

 

Entriamo ora nel merito della proposta Jervolino-Vassalli. Si sostiene che è necessaria una più incisiva condanna morale dell'uso di stupefacenti e che qualcuno, invece, difende ancora la «modica quantità».

Da sempre siamo contro la droga, con la liceità, tanto e vero che anche la 685 sancisce che la droga è illecita, infatti in caso di fermo c'è il sequestro della droga e, in ogni caso, la segnalazione alla Magistratura. C'è quindi un chiaro segnale del comportamento illecito, anche se, nel tentativo di andare incontro al tossicodipendente, si era trovato lo stratagemma della «modica quantità». Modifichiamolo pure, percorriamo un'altra strada. Il nostro intento non è farela battaglia sulla modica quantità, ma trovareun criterioe delle modalità che cerchino di andare incontro alla persona e l'aiutino,creiamosoprattuto delle condizioni di vitaaffinchéil bisogno,la domanda .di droga, venga meno.

 

Cosa ne pensi della disintossicazione forzata e del ventaglio di misure previste?

La nostra esperienza diretta ci dice che senza un minimo di motivazione non si può aiutare nessuno ad uscire dalla droga, al massimo lo si potrà costringere a non farne uso per un tempo limitato. Ma alla prima occasione o alla prima difficoltà saremo di nuovo al punto di partenza. Il carcere ne è un esempio evidente. La nuova legge vorrebbe costringere, con la paura della pena, i tossicodipendenti a curarsi: l'unico risultato possibile sarà quello di rendere inoperanti i servizi pubblici che, nonostante la latitanza degli amministratori, con grossa fatica sono sorti ed hanno lavorato in questi anni.

I tossicodipendenti se ne allontanano e gli operatori vedranno stravolto il loro lavoro ed il loro ruolo.

Costringere le persone all'illegalità può avere conseguenze disastrose anche rispetto alla prevenzione della diffusione del1'Aids: la paura della punizione spinge all'invisibilità e l'invisibilità rende impossibile un'azione preventiva mirata.

Così come è una grossa semplificazione che la paura della punizione possa tenere lontano dalla droga chi tossicodipendente non è. Recenti indagini sui giovani mettono in luce come molti ragazzi siano a conoscenza di che cosa è la droga, dove la si possa comprare, chi la venda, quanto costi, ecc., eppure questi stessi giovani non ne fanno uso! Non si cade nella droga solo perché questa è disponibile.

La droga è un sintomo di un disagio più profondo e questo non scompare perché una legge vieta l'uso di una sostanza.

È paradossale, infatti, che non si ponga altrettanta attenzione all'aumento di consumi di alcolici e di psicofarmaci tra i giovani e non, o all'aumento dei suicidi giovanili.

Chi oggi esprime il proprio disagio drogandosi, domani lo farà ubriacandosi o impasticcandosi.

Questo non risolverà il problema e neppure ridurrà il pericolo per gli altri (pensiamo agli incidenti stradali causati dall'alcool)! Non crediamo che questi problemi possano trovare soluzioni in misure apparentemente drastiche e risolutorie, ma in realtà semplicistiche e banali, come quelle proposte: il ritiro della patente,delpassaporto, il divieto di allontanarsi dal comune di residenza, sono misure riduttive che non affrontano realmente il problema. Solo chi non conosce il problema può credere eh il ritiro del passaporto intimorisca chi,quotidianamente, rischia la vita per un po' di polvere. Le nostre carceri, ormai da molti anni, vedono un grande via vai di tossicodipendenti condannati per reati comuni, e questo non solo non ha contribuito a liberarlidallaschiavitùdella droga,ma, in molti casi, ha contribuito a far diventare delinquente chi delinquente non era; il tutto a spese dei cittadini.

Invece che realizzare i servizi si preferisce ingolfare i Tribunali ed ingrossare le carceri, con tutto ciò che questo comporta: credo che questo sia il risultato più realistico che ci si possa aspettare da questa legge!

 

Come dovrebbe, allora, essere, secondo te, la nuova legge?

Occorre un dibattito culturale, una riflessione «alta», dignitosa, autentica. Non «usiamo» questi ragazzi e le loro famiglie, mettiamo un po' la fretta da parte in questo momento. Qualcuno dice «ma c'è l'emergenza, aumentano le morti per droga»: noi lo diciamo da anni. Si corre veramente il rischio che tutta questa operazione faccia solo un grande fumo e che venga colpito unicamente «l'anello debole».

Cominciamo a portare avanti quella parte della legge su cui tutti siamo d'accordo: la lotta al traffico, alla criminalità, al riciclaggio del denaro, l'estensione della legge Rognoni-La Torre, il potenziamento delle forze dell'ordine e delle magistrature perché possano svolgere dignitosamente il loro lavoro. Solo così si potrà colpire, finalmente, anche l'«anello forte».

 

Come Coordinamento ci pare abbiate fatto proposte precise...

Sì, fondamentalmente tre. La prima proposta riguarda la prevenzione. Prevenire la tossicodipendenza significa non solo informare sui rischi ed i pericoli derivanti dall'uso di sostanze stupefacenti, ma porre condizioni di benessere, nelle famiglie, nella scuola, nel lavoro, con l'ambiente circostante. Prevenire significa proporre in ogni relazione educativa (genitori-figli, insegnanti-allievi) valori, senso della vita, accoglienza, coscienza dei propri diritti e delle proprie responsabilità. Non è sufficiente promuovere iniziative particolari nella scuola o nelle caserme, quando queste sono invivibili e inadatte a proporre percorsi educativi significativi.

La seconda riguarda i servizi. A nostro parere occorre puntare sull'aumento del numero e della qualità dei diversi servizi per il recupero delle persone tossicodipendenti (risposte diversificate perché le persone sono diverse e hanno problemi diversi), valorizzando le risorse sociali esistenti e investendo molto nel campo della formazione degli operatori.

La terza riguarda la lotta al grande traffico. Il traffico nazionale ed internazionale della droga richiede oramai interventi concertati che arrivino a bloccare le grandissime quantità di denaro che permette di raccogliere. Non solo, richiede pure interventi che liberino dai vincoli dei debiti e della miseria le popolazioni che coltivano le sostanze naturali. Per questo è indispensabile che in ogni paese democratico si concordi una strategia comune ed esprima il proprio impegno non solo a parole.

A chi promette di risolvere il problema della droga sostenendo impraticabili scorciatoie, non solo ribadiamo che questo non è vero, ma che ciò peggiorerà la situazione. A chi vuole punire senza educare noi rispondiamo che la strada da battere è quella di educare e non punire.

 

Chi siamo, da dove veniamo

Il Gruppo Abele è nato a Torino nel 1966 in risposta ai problemi dell'emarginazione e del disagio giovanile. E composto oggi da più di 200 persone e comprende 25 attività diverse unite tra loro da una comune strategia.

Il costante operare all'interno della condizione giovanile e in particolare a fianco del disagio, ha permesso una lenta e progressiva ricerca «dal di dentro» delle forme di «presenze intervento» più significative, più «vivibili» e più rispondenti ai bisogni dei giovani cui sono rivolte.

Questo continuo ridefinirsi per essere aderenti alla realtà è tuttora una delle caratteristiche principali del Gruppo, che ha sempre cercato:

  • di dare «dignità culturale» alle sue proposte per renderle propositive e ripetibili;
  • di essere attento ai «bisogni emergenti» per individuare al più presto le risposte necessarie;
  • di contribuire ad una «gestione sociale» dei problemi per coinvolgere direttamente istituzioni, realtà locali, gruppi, famiglie, la gente.

Si è quindi sviluppato contemporaneamente nelle tre dimensioni: sociale, culturale e politica con la convinzione che al disagio non si debba rispondere solo con la messa in atto di servizi, ma occorra contemporaneamente operare per stimolare e favorire per un approccio culturalmente nuovo ai problemi.