Nel ricordare Zaccagnini si può correre il rischio di abbondare nell'aggettivazione, nello scandire frasi o ritornelli di moda, come è accaduto dopo i funerali di Zac. In realtà Zaccagnini non fu solo l'uomo buono che spesso viene ricordato; fu piuttosto l'uomo sereno; colui che, avendo ben chiari i limiti della politica, viveva l'esperienza della politica con la consapevolezza della grandezza dello strumento che non può dunque essere usato contro i diritti degli uomini, ma che non è capace di creare valori ma semmai di organizzare le speranze dei più deboli. Chiarito che Zac non era solo un uomo buono o, meglio, che la sua bontà non era soltanto bontà ma serenità e consapevolezza dei limiti, mi pare non sia di poco conto la riflessione sul suo stile, sul suo modo di essere uomo politico. Nei nostri giorni, nel nostro tempo, uomini come Zaccagnini pare non vadano più di moda; la politica è oggi vista come scontro, come rapporto di forza ed anche il linguaggio dei media dà per acquisito che lo stile è cambiato e che ciò che conta è il potere, la forza dell'immagine, il rampantismo arrogante; si conta per la potenza che si esprime, per il peso che si ha, per le scelte autorevoli che si è in grado di determinare. Insomma gli uomini alla Benigno Zaccagnini paiono, da questo punto di vista, uomini d'altri tempi, di altre stagioni politiche. Invece il tempo moderno ci regala buone dosi di cinismo politico spesso prive perfino di prospettiva politica. Sì, da questo punto di vista, Zaccagnini sta e rimane un «fuori moda», un estraneo alla politica dei colpi di teatro, dei giochi di forza.
Eppure fu lui a gestire la Dc negli anni più drammatici della sua storia, quando il partito era non solo lontano «anni luce» dai bisogni della gente, ma era, non per motivi esaltanti, sulle prime pagine dei giornali, giudicata dall'opinione pubblica più per i comportamenti degli uomini che per scelte politiche che si compivano. E Zaccagnini riportò la Dc al centro del dibattito politico, con le sue riflessioni sulla democrazia compiuta, sulla strategia della fermezza contro il terrorismo, cercando anche di farsi carico politicamente della crescita elettorale complessiva della sinistra nel nostro Paese. Nacque certo anche con Moro la fase delicata della «solidarietà nazionale» nella quale Zaccagnini esercitò un ruolo di cucitura, di mediazione, di recupero anche dei dubbi e delle inquietudini nel partito e nel Paese. Una fase che al di là della contingenza elettorale, data dalla crescita forte della Dc e dei comunisti, poneva in realtà un problema ancora oggi attuale: quello della democrazia matura e del ruolo della Dc in una eventuale condizione di alternanza alla guida del Paese. Mi pare che sia difficilmente controvertibile l'affermazione che il passaggio della solidarietà nazionale sia solo la prefigurazione in particolari condizioni storiche, di un tema che dopo il crollo del Muro di Berlino torna di grandissima attualità. Se le dinamiche del Pci dovessero proseguire, quel bipolarismo molto criticato perché astratto, in realtà sarebbe una realtà concreta di fronte alla quale si porrebbe il richiamo pericoloso al moderno partito conservatore, blocco moderato thatcheriano. Ma, di fronte alla sfida del partito conservatore, ancora una volta personalmente convinto che questa ipotesi rappresenterebbe la fine della Dc starei con Zac quando, anche alla festa dei giovani dc, «Eco Gio'», ricordava la necessità per la Democrazia cristiana, di rimanere il partito attento ai bisogni che si agitano un po' ovunque.
Insomma una Dc popolare, ancorata a valori antichi, ma capace di cogliere il nuovo senza farsi affascinare dalle chimere del partito conservatore. Mi pare che i fatti interni ed internazionali, si siano incaricati di dimostrare che nei prossimi anni non potremo più vivere di rendita di posizione politica. Proprio in questa fase politica può emergere, con maggiore chiarezza, un ultimo aspetto del messaggio politico di Zaccagnini: politica, anche nel nostro partito, spesso appare in funzione del mero consenso o meglio in funzione del potere da gestire. Non voglio percorrere le strade del1'astrattezza ma, se la politica non ha un disegno, se non è capace di andare al di là della distribuzione del potere, allora realmente essa non può che tradire le aspettative in lei riposte. Zaccagnini ci ricordava, ma il ricordo era tutto per la Dc, che di fronte agli scenari nuovi non bastava il cinismo del potere ma occorreva il recupero della dimensione faticosa ma indispensabile di prospettiva politica. Un messaggio teso ad incoraggiare il recupero ideale della politica ma soprattutto teso a riaffermare la centralità della politica, un po' succube degli equilibri economici. Un messaggio però ancora più esigente per la Dc troppo appiattita sul potere, più che preoccupata interprete delle novità sensazionali che in Italia ed all'estero si profilano.
Vorrei concludere questo ricordo con un episodio, l'ultimo dei miei incontri con Zaccagnini; il lunedì prima di morire a Ravenna insieme a lui cercavamo di spiegare ai giovani di Azione cattolica quanto potesse essere nobile la politica. Ad un certo punto dopo aver ricordato la sua storia personale di antifascista, la sua sofferenza per la morte di Moro, terminò ricordando suo padre che, in più di un occasione, gli diceva: «caro figlio ricordati che devi salvarti l'anima».

