2 - Dicembre 1989
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Speciale ZAC

Una santa laicità

Settantasei - Una santa laicità pagina 5

La linea del paradosso sulla quale ci ha abituato a muoverci il nostro essere cristiani, sulla quale – come sempre ricorda Martinazzoli – corre anche il nostro impegno in politica, ci rende manifesto il rischio di un eccessivo sbilanciamento su uno o sull'altro versante. L'equilibrio instabile fra utopia e realtà, fra ideale e reale, è forse una delle imprese più difficili, e insieme più appaganti, cui siamo chiamati per vivere con pienezza nel mondo.

Non esiste una legge fisica, regolata da sicuri termini matematici, che assicura tale bilanciamento, ma una serie di principi primi che si devono coniugare con situazioni e momenti storici sempre mutanti, nella dinamica ricerca di un punto d'incontro. Non tutti, nel mondo cattolico, si sono trovati e si trovano d'accordo sulla collocazione auspicabile dell'uomo fra le linee del Cielo e della Terra, e sulla distanza di questi due mondi dai confini spesso incerti.

La mancanza di formule certe, ci porta a non poter percorrere la via di un'indagine deduttiva, e a tentare un cammino che induttivamente derivi la legge dalla realtà storica incarnata, che ricavi la regola giudicando l'esempio degli uomini. È una ricerca irta di difficoltà, e soggetta a continue verifiche; il compierla rientra pienamente in quell'opera paradossale che ci lusinga e insieme ci spaventa, e che fin d'ora sappiamo non porterà a soluzioni certe e definitive.

Un punto fermo da cui prendere le mosse ce lo offre, però, lo stesso concetto di «equilibrio» che ci invita a non cadere in eccessive semplificazioni, e a non privilegiare un elemento a confronto degli altri.

Per questo crediamo che l'aver voluto ricordare Benigno Zaccagnini come «l'onesto Zac prestato alla politica», rispolverando il vecchio mito del buon cristiano costretto a vivere nella tana dei lupi feroci, non abbia corrisposto ad un onesto impegno di analisi, e abbia condotto a distorsioni e parzialità.

Creare un mito intorno a una persona significa elevarla a modello, ma anche collocarla in una sfera che trascende la storia terrena e perde ogni contatto con essa. Zaccagnini, invece, visse e volle vivere in questo mondo, conoscendone i limiti, ma apprezzandone la ricchezza. Non si prestò alla politica per operarvi in modo anomalo, ma vi si dedicò perché ne intendeva il significato più alto.

Per questo, dietro le sue doti umane, possiamo trovare precise scelte di campo, alle quali volle restare fedele tutta la vita: la sua continua disponibilità era manifestazione concreta di ciò che significa concepire la politica come servizio al prossimo. La sua semplicità non era solo una naturale riservatezza, ma anche consapevolezza di quanto i personalismi possano essere dannosi per la democrazia.

La sua innata simpatia per la gente era anche un voler ribadire la centralità nella maturazione delle scelte politiche.

Solo mettendo in giusta luce anche questi caratterizzanti aspetti della sua vita, diventa possibile coglierne la vera personalità, e valutare, nella loro importanza gli eventi che lo videro protagonista.

Si potrebbero qui ripercorrere i diversi passaggi del suo lungo cammino politico, e le drammatiche scelte che dovette compiere: una via fatta di vittorie e sconfitte, di dubbi e decisioni coraggiose dalla quale si ricava la figura di un grande politico consapevole interprete della storia e dei travagli del suo tempo. Ma non crediamo che ora serva ricordarli: sono vivi nella memoria di tutti, e sono già stati ampiamente rievocati. Forse su un suo grande merito è bene soffermarsi perché pochi lo hanno fatto, nonostante superi il momento storico in cui Egli operò, per collocarsi fra i problemi più gravi e urgenti della società attuale: Zaccagnini seppe riguadagnare la gente all'impegno politico, colmò il divario fra Palazzo e cittadini. Volle parlare di pace, di giustizia, di bene comune, di moralità e di rinnovamento: parole da sempre presenti nei discorsi di ogni politico, ma alle quali la gente ha risposto

con un fiducioso impegno perché divenissero realtà.

Per essere pienamente fedeli al suo grande insegnamento, dobbiamo ricordarlo nel suo sofferto equilibrio fra Cielo e Terra, nel suo saper essere diverso volendo mostrarsi uguale, nella sua unicità che seppe trasmettere agli altri per renderla comune. Proprio la fede profonda e l'amore per la gente, lo portarono a scelte decise e responsabili; la consapevolezza dei limiti non gli fece diminuire l'impegno e la passione. Per questo la riduzione di Zaccagnini alle sue indubitabili qualità di «sant'uomo», ci sembra parziale ci sembra trascurare ciò che è fondamentale nella vita di un laico: il suo misurarsi col mondo, il suo mischiarsi con ciò che è parte, il suo vivere nel paradosso...

Se l'altare verrà – e l'elevazione spetta a chi è deputato a farla – sarà certamente meritata, ma ora ci piace ricordarlo fra i fedeli, dove egli volle stare, a fianco, e non davanti agli altri, in mezzo alle loro miserie e ai loro slanci d'infinito.

Se santità ci fu, fu una piena, libera e consapevole «santa laicità».