Cari amici, siamo qui con un rimpianto enorme a ricordare Benigno Zaccagnini. E vorremmo invece
...che proprio oggi Benigno fosse qui tra noi: per cogliere nell'espressione del suo volto la gioia convinta che avrebbe per quanto di straordinario sta avvenendo nell'Europa dell'Est. Non la gioia del vincitore, ma quella più intima e discreta dell'uomo attento ai fatti del mondo, sostenitore sempre di una via politica e pacifica per realizzare nuovi equilibri internazionali.
Sognatore e realista insieme. Il fascino di Zaccagnini stava in questo. La sua testimonianza è stata questo. La sua mitezza, la sua capacità di dialogo e di comprensione che lo rendevano però non più arrendevole, ma più esigente. Il principale riferimento della sua azione era la pace, era quindi una concezione della politica internazionale come proiezione di quella interna. Il primo insegnamento che ci lascia, e che dobbiamo perpetuare, è questo.
Egli appartiene a quella generazione che segna, attraverso lo spartiacque della guerra e della Resistenza, il passaggio del partito popolare di Sturzo alla Democrazia cristiana di De Gasperi. Ed appartiene, nasce, si forma in una terra carica di passioni come la Romagna. Dalla sua terra eredita la schiettezza e il sapore forte dei contrasti sociali di un tempo, delle lotte contadine e operaie, ma anche del solidarismo cristiano, di Murri, delle cooperative bianche, della fierezza di don Minzoni e di Giuseppe Donati, faentino come lui. E poco distante, c'è la bassa padana di don Primo Mazzolari.
Zaccagnini respira e riflette nella sua vita questo retroterra culturale cattolico. Di famiglia modesta studia, si laurea in medicina. Vivrà fino alla fine a Ravenna, sua città d'adozione; ma il destino lo porta anche lontano, dal '41 al '43 nei Balcani in guerra, e poi a Roma, dove nel '46 è deputato alla Costituente, dopo la sua esperienza come «Tommaso Moro», come partigiano nella brigata Garibaldi.
Se il presupposto della sua vocazione politica è il cattolicesimo democratico, la sua vita di partito è segnata all'inizio dall'amicizia con Salizzoni e dall'esperienza di Dossetti. Fu, è vero, un sodalizio singolare. Zaccagnini era poco un «professorino»; era più un traduttore in opere politiche del pensiero dossettiano. Era un animatore di istanze popolari, legato ai coltivatori diretti, ai movimenti sociali cattolici.
Prende le difese di De Gasperi quando, nel partito, balena la tentazione di un blocco moderato cattolico privo di un confine a destra. Comprende subito che l'identità democratica, la laicità del partito va salvaguardata da un ritorno clericale. Intransigente, non era però fazioso. Era anzi addirittura disarmante nei rapporti personali; aveva un ottimismo cristiano: non ingenuo, ma legato alla fede nella Provvidenza. «Se è notte, si farà giorno» era il motto di una sua rivista di tanti anni fa.
Nel '54 è chiamato a dirigere l'ufficio dei problemi del lavoro della Dc. Sarà poi sottosegretario al lavoro, ministro del lavoro nel secondo governo Segni, ministro dei lavori pubblici nel terzo governo Fanfani. Sarà anche capogruppo della Dc alla Camera negli anni della sua amicizia con Nicola Pistelli, poi vice presidente della Camera, poi, nel '69, presidente del Consiglio nazionale della Dc.
Il 26 luglio del 1975 viene eletto segretario della Democrazia cristiana, confermato. al XIII Congresso del '76. Amico e discepolo di Aldo Moro, doveva essere il segretario del compromesso, e invece fu il segretario della svolta. Sono anni tormentati per la società italiana e per il nostro partito. Con la scelta di Zaccagnini avviene però un fatto imprevisto.
Zaccagnini diventa un simbolo. Ripeto qui un giudizio che non è di adesso. Zaccagnini diventa nel Paese il simbolo di rinnovamento di una Dc che veniva giudicata non per ragioni politiche ma per ragioni morali. La risposta rappresentata dalla Dc diventa efficace perché Zaccagnini, prima di essere leader politico, lo è di grande statura morale. Anche nel suo sottrarsi all'incarico, nel rifiuto della pubblicità, nei suoi modi schivi. Ce lo ha ricordato pochi giorni fa il vescovo di Ravenna.
E ce lo disse subito, all'epoca, tanta gente che, dopo una stagione della Dc troppo ripiegata sul potere, sentiva di nuovo scorrere tensione morale e idealità. Era la gente più modesta, che nei propri luoghi di lavoro poteva tornare con orgoglio a dirsi democristiana. Forse abbiamo avuto poi una qualche indifferenza verso questi riflessi. Ma quante biografie personali di giovani, in quegli anni, hanno aperto una nuova pagina. Quanto entusiasmo popolare a Palmanova, alla prima festa nazionale dell'Amicizia.
Dobbiamo essere consapevoli tutti che questa non è una lettura romantica di quegli anni.
Un tentativo di sottovalutazione politica di Zaccagnini, del resto, fu compiuto mentre l'esperienza della sua segreteria era in corso. L'ironia, o la sufficienza con la quale i nostri avversari giudicavano la politica del confronto. Certo essa non era un progetto definito, ma non voleva esserlo. Era il richiamo, proprio del nostro cattolicesimo democratico, di una democrazia intesa come processo da garantire, specie in anni in cui ogni ipotesi di alleanza, dopo la fine del Centro Sinistra, veniva giudicata comunque inadeguata. Il metodo del confronto avviò di nuovo, faticosamente, un dialogo più produttivo tra tutte le forze politiche.
Ci si aggrappò in tanti a quella figura di Zaccagnini. Non credo che fosse solo opportunismo. C'era invece la percezione profonda di un'idea della politica che non può prescindere dall'etica, dalla ricerca continua di motivazioni culturali e ideali. La stagione di Zaccagnini fu segnata da tutto questo.
Senza questa stagione, senza le speranze di quel periodo il processo di rinnovamento non sarebbe poi ripreso. Senza la suggestione di Zaccagnini non ci sarebbe stato, probabilmente, negli anni successivi, l'apporto di tanto, nuovo entusiasmo giovanile alla Democrazia cristiana.
A Zaccagnini toccò poi il compito duro e ingrato durante il sequestro che culminò nell'assassinio di Aldo Moro. Una violenza che sembrava imprendibile, quella .delle brigate rosse, minò alle fondamenta lo stato democratico. Il disegno era perverso, a nulla servì un appello come quello di papa Montini che ha segnato una delle pagine più alte della coscienza civile del nostro Paese.
Di fronte a un'opinione pubblica attonita, la Democrazia cristiana tenne duro, pagò il prezzo più alto a un senso dello Stato che non poteva avere alternative. Il tormento umano di Zaccagnini divenne l'altra faccia della sua popolarità. La sua mitezza, contro la storia spietata di quella vicenda.
Eppure, Zaccagnini riesce a mantenere l'identità della Dc dopo la morte di Moro. Il partito resta, nonostante la sfida del terrorismo, un presidio democratico contro ogni rischio di involuzione. E lo scontro con il terrorismo sarà vinto anche attraverso questa fermezza. Sono gli anni nei quali a queste grandi difficoltà fa da sfondo l'ipotesi del sorpasso elettorale da parte del partito comunista. Anche questa competizione sarà vinta, sempre all'interno di un gioco sicuramente democratico.
La figura personale di Zaccagnini è stata in questo un riferimento forte. Egli sfonda il muro delle riserve che pure ci sono verso la Democrazia cristiana. Riesce a comuni
care con una platea vasta, con l'opinione, democratica del Paese, non solo quella democristiana. E assertore di una necessità di fondo per il nostro Paese: quella di consolidare nella società italiana una unità prepolitica, un ancoraggio comune a valori tali, da costituire gli anticorpi di ogni velleità autoritaria, di qualunque segno.
Perciò la sua riproposizione della Dc come partito popolare; come forza di cambiamento e non di conservazione dell'esistente. Perciò i suoi richiami all'unità interna, ad una unità non ubbidiente, necessaria anche se talvolta sofferta, alla necessità di nuove logiche che semplificassero e chiarissero i comportamenti e le posizioni interne. Perciò la attenzione al mondo cattolico, alle forze sociali come il retroterra più significativo della Democrazia cristiana. Perciò, ancora pochi anni fa, il suo contributo, nella direzione del partito, perché non si perdesse mai di vista il rapporto che in democrazia esiste fra il consenso e la legittimazione a guidare il Paese.
Chi ha parlato di una progressiva emarginazione di Zaccagnini si dovrà ricredere. Egli era ancora riferimento di tutti noi. Ancora negli ultimi mesi la sua disponibilità, la sua militanza erano attive e ricercate. Questo sfugge forse a chi non conosce la reale articolazione del nostro partito; a chi ne segue le vicende attraverso amplificazioni spesso soltanto strumentali di scontri e di posizioni.
Zaccagnini era dentro il partito, oltreché nel cuore dei più giovani. La commozione generale, così vasta, così sofferta per la sua scomparsa è stata nei giorni scorsi la conferma evidente di una storia che era ancora viva e non conclusa. È stata, ancora di più, la conferma di quanto sentite fossero le sue indicazioni per il nostro domani. La vita politica del Paese è di nuovo scossa da fatti straordinari. Antiche certezze non ci sono più, cadono e si sgretolano sotto l'impeto di grandi avvenimenti internazionali. Ma tutto questo significa anche per noi comprendere le novità con le quali siamo chiamati oggi, subito a confrontarci. Ricordando l'impegno di Zaccagnini siamo qui, per quanto ci riguarda, a volerlo continuare.

