Le elezioni romane ci presentano due problemi di fondo per tentare un'interpretazione. Il primo è di carattere metalogico: quando i voti validi diminuiscono in modo significativo e improvviso rispetto alla consultazione precedente, si può parlare come sempre di vinti e vincitori limitandosi a osservare i seggi assegnati o bisogna anche cercare di andar oltre questo livello usuale di analisi?
Il secondo è di ordine più strettamente politico: posto che la disaffezioneè ampia, ma che può porsi solo come spia diun problema, non certo come una soluzione, che conseguenze politichesi possono ricavare per l'impegno quotidiano
- se il sistema elettorale favorisce la deresponsabilizzazione delle elites;
- se i due pilastri del sistema corrono rischi seri di trasformarsi inqualcosa di profondamente altro e di non riconoscibile rispetto anche al passato recente (la Dc romana verso un esito peronista, attraente per l'elettorato di scambio e per gli elettori in fuga dal Msi) oppure senza soluzioni facili rispetto alla caduta verticale del suo elettorato di appartenenza rispetto alla quale non bastano messaggi di natura solo moraleggiante (il Pci);
- se i partiti minori, vecchi e nuovi (dal Psi ai Verdi) mirano solo a spendere bene il proprio potere di coalizione?
Ma con questi interrogativi, con questo panorama non esaltante, su cui è poco motivante scrivere, siamo costretti a misurarci entrando «in medias res».
Il problema metodologico
Il problema di fondo è che mentre fino al 1979 le classiche percentuali calcolate avendo come totale i voti validi si potevano tranquillamente usare sia per la traduzione dei voti in seggi sia per ricostruire le dinamiche reali dell'elettorato, questo è diventato da allora impossibile. Con le politiche del 1979 sono infattivenute meno due condizioni: la limitatezza quantitativa (inferiore al 10% dell'elettorato) e la stabilitànel tempo dei cittadini astensionisti o votanti scheda bianca o scheda nulla (Tab. 1).
Se per queste comunali di Roma volessimo ricostruire le dinamiche reali dell'elettorato comparando percentuali ottenute su un insieme di poco più di 1.900.000 voti validi nel 1985 ed ora di circa 1.790.000 nel 1989, finiremmo per confrontare risultati che si riferiscono ad una base diversa, che ha 100.000 elettori in meno, rifluiti verso l'astensione, il voto bianco o nullo. Che, se non hanno diritto a seggi in Consiglio Comunale, sono però indispensabili per capire i mutamenti del corpo elettorale.
Se allora consideriamo le cifre assolute (Tab. 2) e le percentuali calcolate avendo come base tutti gli aventi diritto al voto, ossia considerando astensionisti, bianche e nulle come un qualsiasi partito in competizione (Tabb. 3 e 4) c'è un solo indubbio vincitore delle comunali romane, il partito della disaffezione e, al suo interno, in termini quantitativi, il voto bianco e nullo.
Anzitutto esaminiamone la crescita complessiva: si è già detto che solo dalle Politiche del '79 l'insieme di astenuti, bianche e nulle supera il 10%, raggiunge il livello di un dato a due cifre.
Nelle Comunali del 1985 si era a livelli ordinari di questa espansione costante con poco più del 16%;ora il balzo di questo turno lo fa salire con un'improvvisa impennata a oltre 23 punti e mezzo, a pochi decimi di punto dal primo partito, ossia dalla Dc. In occasione delle Europee si era già registrata una tendenza all'incremento più accentuata del solito (tre punti e mezzo rispetto al precedente turno europeo) ma che era ancora molto minore della velocità di espansione di questo tipo di elettorato registrata con le Comunali romane.
Un'impennata impressionante anche perché le Comunali sono tradizionalmente il tipo di elezione amministrativa in cui, per vari motivi, non ultimo la presenza più rilevante dell'elettorato di scambio i voti validi sono sempre molti, certo più di quanti non se ne registrino nelle contemporanee elezioni regionali. Ad esempio nel 1980 le bianche e nulle raggiungevano il 5,9% sul totale dei voti espressi per le Regionali e il 5,1% nella contemporanee Comunali.
Si è già accennato poi al particolare elemento qualitativo costituito in questo caso dall'incremento di bianche e nulle che dalle 43 mila precedenti presentano ora un valore assoluto più che doppio. Questo avvenuto nonostante una moltiplicazione senza precedenti dell'offerta politica, infatti, come ci ricorda la Tab. 1, la moltiplicazione delle liste non aveva frenato la crescita dell'astensionismo (0.3% in più) ma aveva ridotto in modo rilevante il ricorso al voto bianco e nullo, calato dell'1%.
Ora invece la disaffezione dell'elettorato si radicalizza, non solo prosegue e si accentua verso i partiti tradizionali ma coinvolge anche le piccole liste, non più viste come protesta efficace. Saltano perciò le residue barriere morali a votare bianco o nullo: fatto che è particolare segnale di disaffezione «sofferta». Giungere fino al seggio elettorale per non dare poi un voto valido rivela infatti una situazione di disagio più elevata della semplice astinenza dall'urna.
L'indebolimento complessivo del sistema dei partiti è considerevole: i cinque del pentapartito più il Pci, ossia il cosiddetto «arco costituzionale», i partiti che hanno dominato la scena in modo pressocché esclusivo per 40 anni rappresentano oggi a Roma poco più di 6 elettori su 1O; solo quattro anni fa raccoglievano ancora, sommati, poco più del 70% dell'insieme degli eventi diritto al voto. Ma dove si concentra questa perdita di quasi 9 punti percentuali?
Dc e Pci nella «fase di smobilitazione»
A parte qualche assestamento tra i partiti minori il crollo è quasi tutto dovuto a Dc e Pci che insieme stanno oggi a poco meno di quota 45% rispetto a poco meno del 54%di quattro anni fa. Tutt'altro panorama rispetto al non lontano 1976 quando i voti validi alle politiche coprivano il 91,8% degli aventi diritto e, fra di essi, 2 voti su 3 andavano a Dc e Pci.
Dalle elezioni del1979 si può pertanto parlare di un decisivo «turning point»: con esse comincia, come scrivono Parisi, Corbetta e Schadee («Elezioni in Italia», Il Mulino 1988) un vero e proprio «ciclo di smobilitazione» che vede progressivamente e alternativamente calare la capacità rappresentativa di Pci e Dc. Venendo meno la contrapposizione ideologica dopo la solidarietà nazionale diventa sempre più difficile aggregare contro l'altro polo che, per altro, appare di consenso calante e che quindi non rappresenta una minaccia anche quantitativa credibile. Rilassandosi il conflitto comunismo-anticomunismo la spinta al calo dei voti validi, a disertare le urne, diventa forte. Chi riteneva che la elevatissima partecipazione dipendesse da non meglio precisate «virtù civiche» che avrebbero fatto dell'Italia una «eccezione felice» in Europa (magari giungendo a lodare anche il nostro sistema elettorale ultra-proporzionale) deve ricredersi.
Gli alti livelli di consenso dipendevano, oltre che dall'obbligatorietà del voto e dal conseguente timore di sanzioni, per una larga parte dei cittadini dall'idea di costruire la «Rivoluzione proletaria attraverso il voto e per l'altra considerevole parte dall'idea di sbarrare la strada ai primi. L'Italia di Peppone e di don Camilla che certo è ben difficilmente sostenibile come modello di «eccezione felice» rispetto all'europeizzazione della politica, pur ambivalente. Non c'è un rapporto di causa-effetto tra livello di proporzionalismo del sistema elettorale e partecipazione al voto. C'è una relazione più complessa, per cui i Paesi a pluralismo polarizzato, per la sfiducia reciproca tra le varie subculture optano per sistemi garantistici, che sono il riflesso di questa loro condizione e poi vanno in massa al voto secondo la logica amico-nemico.
Tradizionalmente ci si pone la domanda di quanto sia costoso un sistema maggioritario in un contesto di divisione ideologica. Domanda legittima, che sarebbe però parziale se non ci si ponesse anche il problema opposto, ossia quello del prezzo che si paga nel tenere in vita un sistema ultra-proporzionalistico una volta che la polarizzazione ideologica sia venuta meno. Con tutta probabilità, avendo perso le elezioni il valore sacrale precedente, o si trovano motivazioni nuove, o si trasformano in altri termini in un vero e proprio «giorno del giudizio» sui governi, o il calo dei consensi è ancor più drastico che non nei sistemi tradizionalmente molto selettivi perché maggioritari.
C'è qualcosa che non si può direttamente quantificare rispetto all'indebolimento del radicamento di Dc e Pci nel Paese anche attraverso le elezioni romane. Ossia la misurazione degli effetti indotti da questo turno amministrativo sul resto del Paese. Se l'analisi dei soli risultati delle comunali è tale da dipingere un quadro più cupo per il Pci e relativamente più roseo per la Dc, la considerazione di questi elementi ulteriori potrebbe problematizzare il quadro. Gli «effetti indotti» dal voto romano e dalle polemiche successive sui brogli potrebbero aver accentuato nel Centro-Nord i fenomeni di spinta verso il localismo politico, verso un maggiore distacco dai partiti tradizionali considerati «in toto» corresponsabili della «Capitale corrotta» e quindi della «nazione infetta» da cui allontanarsi. Se così fosse la riprova sulle Amministrative di maggio sarebbe molto dura, anche perché le conseguenze di instabilità delle giunte dovuta ad una frammentazione legata a successi delle liste localistiche finirebbe per determinare ulteriore insoddisfazione e ulteriore fuga dal voto, un circolo vizioso di difficile soluzione.
Mentre in particolare la Dc si ritiene tranquillizzata dalle spinte alla frammentazione del mondo cattolico si profila al suo orizzonte una minaccia ben più forte. Allora anche il Pci rischia molto nell'impostare una critica sostanzialmente morale, senza traduzione politica: finisce così per essere coinvolto nel discredito generale di tutti gli altri partiti, anche perché, com'è noto, l'elettorato di scambio è ampiamente ripartito in tutte le zone del Paese e fra i vari partiti. In attesa di dati più elaborati, non ci si può comunque sottrarre ad una prima impressione di massima che il saldo finale di tre punti e mezzo in meno rispetto alla base costituita dagli aventi diritto al voto sia per la Dc il risultato di spinte molto forti in entrata (nelle zone di borgata, attingendo all'elettorato comunista disilluso) ed in uscita (nei quartieri centrali, verso l'astensione e i Verdi). Se si stima molto rozzamente in 50 mila il totale dei nuovi voti incamerati(circa un 2 per cento) ne consegue necessariamente che il flusso in uscita è stato di circa 110 mila voti.
L'apparente relativa stabilità coprirebbe quindi una fortissima trasformazione genetica, un grande ricambio di elettorato in cui mentre se ne va quasi un elettore su 5 della volta precedente, questo viene in buona parte bilanciato dall'afflusso di elettorato di scambio di zone periferiche, in precedenza legato al Pci da un vincolo di appartenenza ora venuto meno.
Il saldo finale di 100 mila voti in meno per il Pci rispetto alle precedenti comunali rappresenta un'erosione gravissima. Se si stima in modo grossolano un afflusso di 30 mila nuovi voti nelle zone centrali, ne consegue che i voti usciti complessivamente si aggirano sui 130 mila, quasi un quarto dell'elettorato Pci del 1985.
Le reazioni immediate di critica morale contro il voto di scambio, anche se comprensibili, hanno il fondamentale torto, oltre al fatto di non considerare l'esodo dal Pci verso l'astensione, di non proporre una spiegazione politica convincente. In altri termini perché in precedenza l'elettorato Pci a Roma e in tutto il Sud resisteva alle lusinghe del voto di scambio (e dell'astensione) mentre ora si dimostra di facile cedimento? Evidentemente la scomparsa degli incentivi ideologici spiega molto, anzi moltissimo. Venendo a mancare l'ancoraggio ad un'appartenenza, in alcune occasioni dare il voto in termini di scambio ad altri partiti diventa perfettamente razionale. Compito della politica non è però arrestarsi alla semplice constatazione oppure di limitarsi alla reazione morale sul caso singolo, ma di prospettare soluzioni diverse, praticabili. Forse allora non è un caso se a poca distanza dal voto di Roma, dopo le prime reazioni sostanzialmente moralistiche, la dirigenza del Pci ha posto all'ordine del giorno il problema del nome, ossia dell'identità di quel partito.
Prescindendo dagli aspetti ideologico astratti del problema, è indubbio che siamo di fronte ad un altra delle manifestazioni della spinta all'europeizzazione della politica. Non solo i vari mercati economici, ormai anche il mercato della simbologia politica non si arresta più alle frontiere nazionali. Qualsiasi cosa sia o sia stato il comunismo italiano, esso non può più dissociare in alcun modo i significati negativi del termine «comunismo» che lo rendono impresentabile su scala mondiale. Né un'appartenenza può essere mantenuta o creata intorno ad un'idea talmente leggera e quindi politicamente non rilevante che il «comunismo» vero non sarebbe mai esistito se non in termini di puri valori, di pura intenzionalità, mentre qualsiasi realizzazione storica in suo nome non avrebbe avuto nessun rapporto legittimo con quelli.
Qui sta la radice dell'accelerazione impressa da Occhetto: un partito che perde un voto su quattro in un turno elettorale non sfavorevole, in cui poteva contare sul discredito dell'amministrazione precedente, sul sostegno del principale quotidiano italiano, e che perde non solo verso il voto di scambio, ma anche sull'astensione, sulla capacità di mobilitare il proprio elettorato, ha di fronte a sé una sfida drammatica in termini di identità, risolvibile in positivo solo accettando la prospettiva di un'europeizzazione esplicita, di una «fuoriuscita dal comunismo».
Realtà odierna e urgenza di un sistema diverso
Se si dovessero infine riassumere in modo sintetico le principali conclusioni che il voto di Roma ci conduce a trarre sul sistema dei partiti, bisogna in primo luogo ribadire che l'elettorato si è mosso in quantità rilevante (più o meno un elettore su tre, per quello che i dati attuali ci permettono di capire), che il movimento è andato verso l'esterno del sistema con una velocità di crescita della disaffezione che appare allarmante e con una radicalizzazione di atteggiamento che scavalca ormai come alternativa poco rilevante le stesse liste di protesta. L'identità tradizionale dei due attori principali del quarantennio risulta messa in discussione: il Pci rischia un declino molto accentuato per la obsolescenza della sua identità che rende impossibile intorno al termine «comunista» una qualsiasi appartenenza di massa spendibile politicamente in termini praticabili; la Dc corre un rischio di deriva peronista, clientelare, che se arresta parzialmente il declino a Roma ne riduce l'appeal nelle aree più sviluppate del Paese incentivando ulteriormente il localismo politico.
Bisognerebbe poi indagare, con dati più precisi e disaggregati, quanto ha inciso (probabilmente non poco) sull'apparente «tenuta» della Oc romana lo stesso calo missino.
Per ciò che concerne i restanti soggetti minori, si conferma l'emorragia dei partiti laico risorgimentali a favore dei nuovi partiti di liberalismo dei diritti (Verdi, antiproibizionisti).
Nel complesso però nessun nuovo soggetto riesce e riempire il vuoto lasciato dalla crisi del confronto tradizionale comunismo-anticomunismo. Il declino elettorale del Pci a sinistra si disperde su un largo spettro che va dal Psi ai Verdi, garantendo a tutti una parte delle spoglie ma a nessuno, almeno per il momento, un ruolo di leadership riconosciuta.
C'è poi un'ulteriore osservazione da fare, di carattere complessivo: le elezioni di Roma hanno segnato un'improvvisa accelerazione nella europeizzazione delle campagne anche per ciò che concerne la personalizzazione della leadership. Sia gli esaltatori di questa tendenza sia i suoi detrattori tutti hanno comunque brillato nel. dare un rilievo del tutto nuovo alla questione del capolista. Solo che questo, in assenza di un cambiamento delle regole che limiti la frammentazione e dia la possibilità di un'investitura diretta della giunta e del sindaco finisce per creare ulteriori problemi. Già nella fase di contrattazione partitica per la formazione della giunta le trattative saranno fatalmente più difficoltose: ciascun gruppo dirigente sarà esposto all'accusa di aver svenduto il consenso proveniente
dalle urne e questo renderà comunque precario e di durata incerta l'equilibrio comunque raggiunto. In ogni caso il risultato finale sarà incontrollato, non sottoposto a verifica del corpo elettorale e scarsamente rappresentativo. Tutti coloro che difendono lo statu quo (che per altro ormai non esiste più in termini sostanziali) sottolineando giustamente gli aspetti degenerativi della europeizzazione delle campagne, della americanizzazione della leadership, ricordando ad esempio che il Presidente americano è eletto da un cittadino su quattro (col 50% di partecipazione e i suffragi ripartiti pressoché equamente tra i due candidati principali) non possono ignorare che noi partiamo da una situazione comunque peggiore. Se il sindaco di Roma sarà Franco Carraro l'avrà votato solo un elettore su 1O, ma qualora fosse anche Enrico Garaci, capolista del partito più votato, saremmo pur sempre al di sotto dello standard americano, di un elettore su 4. Se è importante chiedersi dove vogliamo arrivare, ricercando un mix equilibrato tra proporzionalità ed elementi maggioritari, tra l'importanza di eleggere dei rappresentanti e quella di designare dei governanti, è importante capire da dove partiamo. In quanto alle regole partiamo certo da molto in basso, come dimostrano non solo le nostre proteste contro questo proporzionalismo, ma anche i livelli di disaffezione crescente che esso contribuisce a provocare.

