È il 14 febbraio 1980. E nella Chiesa di San Roberto Bellarmino, a Roma, si aggira uno studente di liceo che ha «marinato» la scuola. È lì per i funerali di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura ed ex Presidente nazionale dell'Azione Cattolica. Una chiesa troppo grande e tante emozioni contrastanti nel cuore: la voglia di dire no al terrorismo, la strana sensazione di «già visto», la difficoltà di riuscire a spiegare al Preside le ragioni di una assenza «particolare». Non ero un parente. Non ero iscritto all'Azione Cattolica. Improvvisamente durante la cerimonia, al momento della preghiera dei fedeli, si avvicina al microfono un giovane e dice «Preghiamo per il nostro Presidente Pertini, per i nostri governanti, per tutti i giudici, i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia; per quanti oggi nelle diverse responsabilità nella società, nel Parlamento, nelle strade, continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio ed amore». È già tanto. Ma poi aggiunge: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono, e mai la vendetta sempre la vita e mai I richiesta della morte degli altri». Un lungo applauso, discreto ma liberatorio, si senti allora nella Chiesa per quelle parole di Giov nni Bachelet che furono, e sono, il paradigma della nostra fede di cattolici. Come I vita di suo padre fu un paradigma della vita possibile di un cattolico democratico.
E questo, oggi, vogliamo ricordare. Perch i sentimenti non bastano, e non debbono bastare a giustificare il ricordo e la voglia che abbiamo in corpo di far sì che la memoria sia soprattutto memoriale, reviviscenza, democrazia realizzata.
Vittorio Bachelet è stato per molti un segno della Provvidenza, del «di più» che i cattolici democratici si sentono di offrire a questo Paese. Del «supplemento d'anima» che spinge a preoccuparci più del Paese che della nostra parte o fazione. Più dei diritti da garantire ancora, che di quelli già proclamati. Che ci spinge ancora oggi a non appagarci della vittoria «morale» della democrazia contro le dittature cadute all'est, perché sappiamo anche vedere le miserie dell'ovest, e del nostro Paese, contro cui c'è ancora tanto da fare. E Bachelet ha rappresentato per molti proprio questo. La libertà che va oltre la tolleranza; la responsabilità e il discernimento dei «fedeli laici», che va oltre la semplice professione di fede o il richiamo all'ispirazione cristiana. Il rigore e l'orgoglio di «appartenere» ad una nazione senza essere «del mondo».
In questo iato tra realismo ed utopia è il solco del cammino tracciato dai cattolici democratici. Un solco in cui anche Vittorio Bachelet ci ha guidato con perizia. Anche noi che non lo abbiamo conosciuto se non per la notizia della sua morte. E che così è divenuta vita, linfa delle nostre azioni, punto di riferimento. E soprattutto, serena motivazione del nostro impegno, quando la vita e la politica ci prendono alla gola e sembrano volerci spazzare via.
Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri.
Giovanni Bachelet
Vittorio Bachelet è stato ucciso a Roma il 12 febbraio 1980. Aveva 54 anni. I terroristi delle Brigate rosse lo colpirono all'interno dell'Università di Roma, dove era ordinario di Diritto amministrativo alla Facoltà di Scienze Politiche. Vittorio Bachelet era vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, l'organo di autogoverno dei giudici, presieduto dal Presidente della Repubblica. Quell'incarico di capo effettivo della magistratura italiana gli era stato affidato il 21 dicembre 1976. Dal 1964 al 1973 Vittorio Bachelet ricoprì l'Incarico di presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana. Ha lasciato la moglie, Maria Teresa de Januario, e due figli: Maria Grazia, nata nel 1952, e Giovanni (1955) che nel 1983 si è sposato. Gli assassini dì Bachelet sono stati arrestati: il capo del commando sarebbe Alessandro Padula, nome di battaglia «Ivano», catturato il 17 novembre 1982 e accusato di altri sette omicidi.

