Rappresentatività e responsabilità: questi gli ingredienti essenziali per ottenere un buon Parlamento. Perché la ricetta riesca, però, bisogna conoscerne anche le dosi; ed è proprio su queste che i «cuochi», costituzionalisti e politologi, oggi si dividono.
I deputati alla Costituente, preferirono non congelare la disciplina elettorale nella Carta fondamentale dello Stato, lasciandone la regolazione alla legge ordinaria. Questa, nata in un periodo di forti contrapposizioni ideologiche e di estrema incertezza sul generale orientamento dei cittadini, privilegiò l'ingrediente rappresentatività, accentuando il proporzionalismo, e permettendo così al Parlamento di essere lo specchio fedele dell'elettorato; ciò, ovviamente, a danno della responsabilità, cioè della capacità di una parte ben definita di costituirsi a maggioranza stabile, e di prendere decisioni assumendosene la paternità.
In una giovane democrazia, il proporzionalismo può essere garanzia di continuità e di assorbimento indolore dei fermenti «antisistema»; ma diviene, quando essa cresce e si rafforza, un grave ostacolo al pieno raggiungimento della sua maturità, veicolo di frammentazione, immobilismo, ed ingovernabilità. E siamo così giunti ai giorni nostri.
Da più parti si afferma che bisogna cambiare la ricetta, per renderla meno insipida al palato dei cittadini, sempre più lontani dalle «cucine» del potere. Finora sono state proposte parecchie formule, ma nessuna ha incontrato il favore di tutti; dunque la competizione continua e, mentre non consente di assegnare a nessuno il cucchiaio d'oro, lascia troppe persone senza cucchiaio.
Oggi, qualcuno si è ricordato che sono i cittadini ad avere le chiavi della cucina e ha pensato di proporre un referendum abrogativo di parte della legge elettorale (vedi a parte). Nelle intenzioni degli stessi proponenti, il progetto non mira a scavalcare i partiti, ma a stimolarli perché modifichino le regole secondo una ricetta meno lontana dalla tradizione italiana, di quella ottenibile con un semplice taglio alla disciplina vigente.
Quando i menù conteranno più dei cuochi
Per chi si era abituato al gusto della vecchia formula, e da essa aveva tratto forza e potere, non è certo facile cambiare, ma – come ci ricordava Zaccagnini – «il tempo delle rendite è finito».
Il posto di capocuoco sarà assegnato non alla famiglia che lo occupa per tradizione, ma a chi, di volta in volta, dimostrerà di saper cucinare meglio; i figli non si recheranno più dove mangiavano i loro padri, o essi stessi l'anno prima, ma dove vengono offerti i piatti più saporiti. I partiti che vorranno ottenere il consenso dovranno presentare un menù chiaro e dettagliato, dovranno offrire tutti i cibi promessi, e non potranno permettere che i cuochi mangino più dei clienti.
Se veramente rifiutiamo la logica di quei gestori di mense che, a Roma ed altrove, trasformano la politica in affare, se abbiamo ancora qualcosa da scrivere sul menù e da proporre alla gente, se crediamo che il fine sia servire i clienti e non i cuochi, allora non dobbiamo temere la concorrenza chiara e aperta degli altri partiti. Una formula che permetta a tutti ci concorrere alla pari, che renda il cittadino giudice ultimo dello scontro, che gli consenta di scegliere i cuochi più bravi, e di cambiarli quando non lo sono più, non piacerà certo a chi aveva inteso la politica come professione, e a chi da anni ripropone sempre la stessa minestra, ma è l'unica che può riavvicinare i cittadini alle istituzioni, e che restituisca loro il gusto di scegliere cosa mangiare.
Sappiamo bene che la disaffezione verso lo Stato hanno radici profonde, e che si manifestano ben al di là delle pareti si una cabina elettorale, ma non possiamo condividere l'atteggiamento di chi si rifiuta di servire il primo piatto, perché il secondo non è già in tavola. Dedichiamoci a cambiare le dosi prima che qualcuno, magari con il consenso di chi è stanco di essere un «senza-cucchiaio», proponga di cambiare anche gli ingredienti.
Un sì o un no perché cambi la legge elettorale
Restituire lo scettro ai cittadini: questo lo slogan intorno a cui si è raccolto il vasto schieramento di intellettuali e politici che oggi propongono un referendum per la riforma della legge elettorale. L'ipotesi iniziale fu presentata, nel marzo scorso, al Congresso nazionale della Fuci; ad esso parteciparono, fra gli altri, Pietro Scoppola e Gianfranco Pasquino, che fecero propria l'idea e cominciarono a definirne i contorni operativi. In maggio, anche Mario Segni, coordinatore del Movimento per la riforma elettorale, ha aderito al progetto, facendosi promotore, insieme a Scoppola e ad altri intellettuali, di numerosi incontri informali per precisare i contenuto del quesito referendario.
Ai promotori iniziali si sono via via aggiunte le Acli, diversi esponenti dell'Azione cattolica, personalità del sindacato e delle organizzazioni imprenditoriali, e, sul fronte dei partiti, i radicali, i comunisti, e numerosi parlamentari che hanno aderito a titolo personale.
L'individuazione precisa degli articoli da abrogare non è ancora avvenuta, perché si sta cercando una soluzione che eviti il crearsi di vuoti legislativi, e che trovi il favore di tutti i promotori. Sembra comunque certo che li primo quesito riguarderà la legge elettorale del Senato, e proporrà di abolire il quorum del 65%, oggi richiesto per non arrivare al computo proporzionale dei resti su base regionale:.; cosicché 238 senatori su 315 sarebbero eletti con il sistema maggioritario all'inglese che favorisce le candidature «illustri» e le alleanze fra partiti affini.
Il secondo quesito – sul quale è massima l'incertezza dovrebbe mirare all'introduzione di una sorta di «soglia mobile» di sbarramento per l'accesso alla Camera, consentendo di utilizzare, nel computo dei voti per il collegio unico nazionale, solo i resti delle circoscrizioni in cui la lista ha ottenuto almeno un altro quorum pieno, con un'evidente penalizzazione dei partiti minori.
Infine, sarà probabilmente sottoposta a referendum la legge elettorale per I comuni, nella parte in cui fissa a cinquemila abitanti il tetto per l'adozione del sistema maggioritario, che verrebbe così esteso anche ai centri maggiori.
I tempi? Subito dopo un appello di alcune personalità del mondo della cultura e dell'economia in favore dell'iniziativa, da preparare entro febbraio, dovrebbe insediarsi un «Comitato per il referendum». L'inizio della raccolta delle firme è previsto per metà marzo, e lo svolgimento della consultazione per la primavera del 1991, prima delle prossime elezioni politiche.

