I veloci cambiamenti, che avvengono nell'Europa dell'Est si ripercuotono nei paesi occidentali e mutano lo scenario politico che si è fermato dopo la seconda guerra mondiale. Il momento è veramente storico e nello stesso tempo esaltante. La trasformazione spesso ci coglie impreparati, e ci impone di riflettere senza pregiudizi su ciò che sta accadendo. L'Italia è investita dai cambiamenti dei rapporti Est-Ovest a molti livelli. In questa sede abbiamo scelto di trattare le conseguenze etiche del cambiamento in atto che non coinvolge soltanto il Pci, ma anche tutta la vita politica democratica italiana, che si è basata per più di quarant'anni sull'alternativa comunismo-anticomunismo, anche se con sfumature ed impostazioni diverse. Una cosa ormai sembra certa, anche se la vicenda politica è ancora aperta a vari sviluppi: ciò che è definitivamente in crisi è l'idea della possibilità di formare una società comunista mediante una strategia che porti al superamento ed all'eliminazione totale del capitalismo.
Il cambiamento in atto sta modificando profondamente le convinzioni etiche dell'individuo. In precedenza, l'individuo trovava dei principi a cui ispirare la propria azione nella politica (tipica struttura di una fondazione metafisica della morale), ora quale sarà la sua reazione di fronte alla scomparsa di un progetto politico stabile, certo e sicuro? Non è un caso che il problema morale stia diventando di nuovo attuale nel dibattito culturale della società contemporanea, non solo per chi ha convinzioni religiose, ma anche per gli stessi laici.
Tra le problematiche che si stanno discutendo scegliamo le seguenti:
- Quali devono essere i principi etici nel momento della trasformazione (che è molto simile alla domanda filosofica: come fondare l'etica)?
- La politica deve rispettare i principi etici?
L'ultima domanda sembra trovare ormai una risposta accettabile da tutti: la politica deve rispettare i principi etici. Proprio la crisi del comunismo dimostra che qualsiasi regime, o qualsiasi politica, che non rispetti alcune esigenze individuali commette crudeltà di ogni genere e non trova il consenso della popolazione.
La prima questione però non viene risolta dalla seconda e rimane aperto il problema: quali sono i principi che devono ispirare la nostra azione in un momento di grande trasformazione? In altre parole come fondare un'etica che ci permette di vivere il cambiamento?
Da un punto di vista etico il crollo di una fondazione metafisica della morale può comportare, ed in parte ha già comportato, alcune conseguenze esistenziali.
Una possibile risposta alla trasformazione consiste nel rifiuto e nell'attaccamento ai vecchi valori. Il «fronte del no» alla proposta di Occhetto rivela come sia difficile accettare questa situazione: più facile rifiutarla e mantenere intatti i principi a cui si credeva. Questo atteggiamento, però, cerca di risolvere il problema dimostrando che in Italia non esiste. Da un punto di vista storico non ha futuro, in quanto sono innegabili le influenze della politica internazionale su quella italiana. Se, come spesso si insiste, viviamo in un «villaggio globale», non si può rifiutare, poi, l'interdipendenza che esso comporta.
Il cambiamento può comportare anche un abbandono della politica a causa della disillusione dovuta al tramonto dei vecchi valori. Anche questa alternativa manifesta l'incapacità di affrontare la situazione.
Un terzo atteggiamento, consiste nell'accettazione integrale della morale capitalistica che si appoggia soprattutto sull'utilità personale. Molti socialisti hanno già vissuto questa risposta esistenziale. Il Psi, infatti, ha avuto un'evoluzione che lo ha portato al rifiuto di una morale derivante dai principi del socialismo marxista-leninista, ad una totale accettazione della prassi capitalistica, tanto da diventare uno dei partiti più intransigenti del libero mercato, soprattutto quando si tratta di interessi molto vicini al partito.
Le risposte esistenziali viste in precedenza dimostrano che la crisi di un progetto politico forte non viene sostituito da una politica e da un'etica diversa ma, al massimo, si risolve nell'accettazione dei valori capitalistici. Ma allora, non rimane altro che una «conversione» all'etica capitalistica? Il rapporto si risolve soltanto in una vittoria dell'utile personale grazie alla crisi del progetto politico? In realtà alcuni dati di fatto testimoniano l'esistenza di bisogni diversi: la crisi della politica mette in evidenza che sta diventando attuale la riscoperta dei valori democratici. L'etica, qualunque essa sia, sta recuperando quei valori di tolleranza, di rispetto e di promozione integrale della persona, che hanno fondato il sistema democratico e che non si contrappongono al libero mercato ma al suo uso selvaggio, che spesso limita la democrazia stessa. A questo punto risulta evidente che non è più la politica a fondare la morale, ma la morale che pone alcune questioni democratiche che la politica non sa o non vuole risolvere. L'attuale rinascita di movimenti studenteschi è un'ulteriore conferma che alcune esigenze morali non vengono soddisfatte dalle istituzioni politiche. Questi movimenti non hanno una forte connotazione politica se non come opposizione, che è la forma più semplice di aggregazione di fronte ad una situazione di disagio.
Il grande problema che la nostra democrazia sta vivendo è proprio quello di adeguare le risposte politiche alle nuove esigenze individuali che stanno sorgendo. In questo caso è la morale che spinge la politica a cambiare per realizzare quelle condizioni sociali che permettono la promozione ed il rispetto dell'uomo. Bisogna rilevare, però, che la politica italiana non riesce a dare sufficienti risposte alle nuove esigenze, aggravando la sua crisi. Viviamo in un momento in cui la politica istituzionale non ha più progetti complessivi per la società, e la morale non riesce a sostituire il ruolo che aveva la politica. La conseguenza è che rischiano di mancare i fondamenti su cui basare l'azione politica come dimostra la sostanziale mancanza di riforme di cui ha bisogno il sistema italiano.

