3 - Marzo 1990
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Leoluca Orlando: l'ultimo Congresso della Dc

Settantasei - Leoluca Orlando: l'ultimo Congresso della Dc pagina 4-12

Grazie alla disponibilità degli autori, e del protagonista, pubblichiamo alcuni brani del libro di Leoluca Orlando «Palermo», a cura di Carmine Fotia e Antonio Roccuzzo.

Crediamo di fare cosa utile ai lettori, fornendo un vero e proprio numero «speciale», in questo momento in cui la situazione politica di Palermo rappresenta, per tutti noi, qualcosa che va al di là della situazione specifica di una città.

Palermo, per noi, non è neanche la città dell'esacolore o del «consociativismo» con il Partito Comunista Italiano come qualcuno, molto, troppo interessato, vorrebbe far credere, ma la città in cui una
Dc rinnovata, grazie al Commissariamento di Sergio Mattarella ed all'accorta conduzione politica, come segretario provinciale di Rino La Placa, ha permesso non solo a Leoluca Orlando di poter garantire per la prima volta un Governo forte e pulito alla città capoluogo della Sicilia, ma ha, soprattutto, garantito ai democratici cristiani la possibilità di guardare con orgoglio al proprio partito ed ai propri esponenti siciliani e palermitani, in prima fila nella lotta contro la mafia.

Questo capitolo, forse il più indicativo sulle questioni interne alla Dc, rappresenta (è proprio il caso di usare questo verbo, così teatrale) l'ultimo Congresso della Dc ed suoi sviluppi in seno alla sinistra del partito. Crediamo sia interessante per comprendere il clima in cui una sconfitta è maturata, salvo poi parlare, non si sa a che titolo di congresso unitario...

 

In un tiepido giorno dell'inverno del 1989, erano le 14,45, pronunciavo davanti a una sala deserta il mio congresso nazionale della Dc. Il rapporto che ho con questo partito mi si chiariva una volta per tutte: mai più avrei accettato l'unità formale che copre malamente idee e culture tra loro alternative.

Guardavo le sedie vuote, osservavo i rari presenti: i più erano provinciali incerti sul dove andare a trascorrere l'intervallo del pranzo piuttosto che persone interessate ad ascoltare quel che io andavo dicendo; giù, in fondo, molto lontano dal podio, un piccolo gruppo di amici sembrava quasi volersi moltiplicare per farmi sentire meno solo.

Alle mie spalle, tutto schierato, lo stato maggiore dell'ex sinistra democristiana. Dirigenti di partito, ministri, manager di stato: Guido Bodrato, Leopoldo Elia, Sergio Mattarella, Biagio Agnes.

Fino a 48 ore prima erano i protagonisti della vita del partito, ora erano tuti lì, condannati a un ruolo auto-consolatorio, rimasti per ascoltare l'intervento del giovane sindaco di Palermo come se dovessero onorare un caduto. In realtà stavano autonorando la fine di una presenza politica incisiva all'interno del partito.

Nella tribuna stampa, angosciosamente deserta, solo Giampaolo Pansa, vicedirettore di «Repubblica», che mi scrutava col suo cannocchiale, anche lui probabilmente convinto di rendere omaggio a un caduto, di partecipare ai funerali di quello che aveva definito «uno dei pochi cani senza collare di questa nostra Italia». Senza collare, come il mio pastore maremmano, Timeo, che gli aveva forse suggerito quella metafora.

Volgendo lo sguardo altrove, nel parterre semivuoto, illuminato da una luce algida, dal fondo vidi srotolarsi uno striscione: «I giovani democristiani siciliani salutano Andreotti». Per me, che ritenevo di poter rappresentare in qualche misura proprio i giovani siciliani, fu un pugno nello stomaco.

Forse avevo dimenticato che anche uomini come Lima e Andreotti sanno raccogliere consenso giovanile, anche se è forse per ciò che tanti dei nostri giovani sono già deformemente vecchi.

A queste immagini negli occhi si aggiungevano nelle orecchie le parole di un amico:

«Ma noi restiamo democratici, vero Luca?».

Se avessi silenziosamente occupato per dieci minuti il podio, senza profferir verbo, ugualmente sarebbe emerso quel che andavo dicendo: l'esistenza di due Dc, l'una contrapposta all'altra e portatrici di due modi irriducibilmente antagonisti di intendere la politica.

Il partito tenda

La prima considera il partito una tenda, una specie di recinto entro cui misurare i rapporti di forza, le gerarchie, la tutela degli interessi, assolutamente indifferente a quel che accade fuori dalla tenda. E l'espressione di una vocazione conservatrice che porta a considerare importante e significativo solo ciò che già si esprime dentro la tenda.

Un partito destinato a gestire il consenso che ha, più che a conquistarne di nuovo. Quando un partito come la Dc si struttura secondo questa concezione diventa inevitabilmente il misuratore della società civile: i bisogni importanti non sono quelli che si esprimono autonomamente, bensì quelli di chi è già, dentro la tenda o è disposto ad entrarvi. E la cultura dell'appartenenza: prima entri nella tenda e soltanto dopo puoi esprimere i tuoi bisogni.

Una cultura che ha prodotto nella Dc un uso distorto della stessa fede: un partito che ha l'espressione cristiana nel suo nome – non sarebbe ora che il problema del cambio del nome se lo ponesse anche la Dc? – finisce con il diventare anche il misuratore della fede.

Era a questo che pensavo mentre parlavo davanti a quella platea vuota, allo squallore di un partito innaturalmente diventato misura dei bisogni e della fede: cattolico quindi democristiano e, ancora più inaccettabile, democristiano e quindi cattolico.

Quasi si potesse affidare all'essere democristiano il proprio rapporto con Dio: pensavo a tutti coloro il cui rapporto con Dio è la tessera rilasciata dal segretario di sezione della Dc.

Una mortificazione non solo per la fede, ma anche per la politica.

Il partito strumento

La seconda ha un'altra concezione della politica, che pareva affidata al mio desolato intervento, a quella presidenza piena di dirigenti della fu sinistra democristiana: il partito è soltanto uno strumento della tradizione cattolica democristiana.

In quel preciso momento stava prevalendo la concezione opposta e quella tradizione subiva l'umiliazione forse più pesante della sua storia: non era forse stato nominato capo della tenda Giulio Andreotti? Non ne era per caso il guardiano quell'Arnaldo Forlani, il segretario della Dc di venti anni fa, un immagine che aveva impedito a tanti come me di impegnarsi in quel partito? Mi pareva impossibile pensare a un altro congresso come quello cui stavo partecipando e mi consolavo immaginando che comunque sarebbe stato l'ultimo congresso di una Dc unita.

Pensavo allora e penso adesso che la sinistra Dc ha commesso un errore tragico rinunciando a presentare una propria candidatura, non importa se di minoranza, in grado di far capire alla gente che le Democrazie cristiane sono ormai irrimediabilmente due.

Mentre parlavo mi sentivo come uno che è appena uscito dall'assuefazione a una droga molto pesante, una droga che aveva paralizzato e imbambolato l'attività e la presenza della sinistra democristiana. Davanti ai miei occhi scorrevano le immagini della mortificante trafila cui mi ero sottoposto per chiedere a De Mita, a Mastella, ai dirigenti della sinistra Dc di poter raccontare la mia esperienza in un'ora non di solitudine.

Mastella era indisponibile, De Mita appariva groggy ,incapace di comprendere il valore che poteva avere il far emergere comunque una diversità all'interno di quel congresso. Ci fu chi mi consigliò: «Rinuncia, consegna un intervento scritto, evita almeno la mortificazione di parlare alle sedie vuote».

Risposi che era invece giusto subire quella mortificazione, affinché apparisse fino in fondo quanto fosse stato devastante l'effetto di quella droga che aveva stroncato la capacità di iniziativa della sinistra Dc.

Generali senza guerra

Nei giorni precedenti, nelle riunioni dell'area De Mita, alcuni di noi avevano cercato di far uscire l'ala sinistra del partito dalla paralisi.

Incontrai un mio giovane amico, Roberto Di Giovan Paolo, e con lui mi sfogai: «Che succede, come mai non riusciamo ad esprimere nessuna iniziativa che sia, pur se perdente, segno di una diversità?».

Dopo la relazione del segretario De Mita, la sinistra si riunì in piazza Sturzo, all'Eur. Che impressione faceva vedere lo stato maggiore del partito, che in larga misura ancora coincideva con quello del governo, delle aziende pubbliche, del paese insomma, balbettare, fare affidamento a successivi chiarimenti, appellarsi alla prudenza! In quel clima drogato, mentre si scatenava il balletto delle ipocrisie, il mio amico Di Giovan Paolo pronunciò un intervento duro e appassionato che creò scandalo e imbarazzo. Restò eretico e inascoltato, poiché la maggioranza decise che prima di prendere qualsiasi decisione si dovesse ascoltare l'intervento di Arnaldo Forlani.

Il Forlani-pensiero, l'alibi più evidente di un gruppo dirigente incapace di avere un'iniziativa, miseramente alla ricerca di qualche compromesso. Pura ipocrisia: tutti sapevano quel che avrebbe detto Forlani e tutti sapevano che la scelta non dipendeva dalle sue parole. L'indomani sera, ascoltato il Forlani-pensiero, era palpabile la delusione per i contenuti della sua piattaforma che, ingannandosi, si era ritenuto potessero essere altri. Cosa poteva fare, Forlani, se non esprimere l'altra Dc, quel partito tenda che certamente tanti meriti ha avuto nel passato, ma che oggi rappresenta la faccia arcaica della politica italiana.

In quella riunione, mentre riprendeva la danza degli ipocriti, pensai, alla solitudine di Di Giovan Paolo, a quanto la rabbia che gli avevo comunicato non appena giunto a Roma, potesse averlo spinto a pronunciare quel duro j'accuse. E mi dissi: perché lasciarlo solo, perché regalargli la rappresentanza di una posizione che è anche la mia?

Avrei forse voluto dire cose diverse da quelle che poi dissi, ma, salito sul podio degli oratori, mi si parò davanti agli occhi uno spettacolo grottesco: Guido Bodrato seduto per terra, Luigi Granelli appollaiato sul bracciolo di una sedia, Biagio Agnes accovacciato sui gradini delle scale, presidenti di banche e manager di enti pubblici seduti alla maniera dei giovani contestatori. Erano tutti generali che giocavano a fare i soldati, con un'aria scanzonata che m'appariva indecorosa perché figlia di una mostruosa ipocrisia. Pensai alla faccia di tanti onesti democristiani di provincia e dissi:

«Mi sembrate tanti generali che vanno dicendo che la guerra è perduta senza averla mai combattuta. Quando torneremo in mezzo alla gente come potremo convincerla che abbiamo combattuto se nessuno dei generali ha riportato una sola ferita, e non mostra neppure una piega ai pantaloni? Un esercito di generali che viene sconfitto non può non avere neppure un morto, un ferito, un pantalone sgualcito».

Avevamo perduto, dissi, come quei gioca

tori di briscola che avendo nove carte in mano perdono perché non hanno il due. Molti applaudirono, ma vidi anche tanti visi preoccupati, di chi constatava come fosse impossibile proseguire nel balletto dell'ipocrisia al suono di un motivetto che diceva:

«Attendiamo il Forlani-pensiero».

Fu per questo, forse, che l'indomani, invece che a mezzogiorno, come era previsto, parlai alla 14,45.

I nuovi capetti della Dc

Poi, ci fu l'intervento di Mino Martinazzoli e l'interminabile ovazione che gli fu tributata. Mi fece molto male.

Insieme all'applauso sincero di tanti di noi, di tanti democristiani cui Martinazzoli offriva ancora la speranza di poter esprimere nella Dc la tradizione cattolico-democratica, c'erano le truppe sbardellate che, incitate dal loro capo, Vittorio Sbardella, si spellavano le mani.

Con pochi altri pensai che fosse allora giunto il momento di chiedere una riapertura dei termini per la presentazione delle candidature alla segreteria. Candidare Martinazzoli era l'unico modo di fare ingoiare quegli applausi ai capetti dell'altra Dc, applausi dati solo per umiliare De Mita incoronando un altro leader della sinistra, inoffensivo perché ormai tagliato fuori dalla corsa alla segreteria.

Ne parlammo con Guido Bodrato il quale, con una serenità persino eccessiva, ci rispose che quasi mai gli applausi diventano consenso e ci raccontò dell'enorme ovazione tributata una volta a Benigno Zaccagnini e dello scarsissimo numero di voti presi poi dallo stesso.

Il problema non era di prendere voti, ma di segnare comunque una diversità. Avremmo almeno evitato, qualche ora dopo, di vedere parlare Benigno Zaccagnini irriso,

per l'età e le cose che andava dicendo, dalle truppe frementi nell'attesa dell'intervento dì questo e quel capetto del nuovo gruppo dirigente del partito.

Mi causò poi immenso dolore, ai funerali dì Benigno Zaccagnini, a Ravenna, vedere le facce di questi capetti fingere la smorfia degli orfani inconsolabili; quegli stessi capetti che avevano consentito l'irrisione di Zaccagnini al congresso.

La droga della sinistra democristiana

Mi domandavo allora, e mi chiedo ancora oggi: da dove viene quella droga che ha annichilito la sinistra democristiana?

Chi e che cosa ha condotto all'impotenza una componente del partito giunta con il settennato di Ciriaco De Mita al massimo della sua capacità di incidenza nella vicenda politica nazionale?

Sarebbe facile rispondere che la droga sono state le trame segrete, i ricatti, una violenta aggressione polemica, i desideri di Licio Gelli e dei suoi amici.

C'è stato anche tutto questo, ma la droga più micidiale, quella che ha sfiancato la sinistra dc è stata la sinistra dc medesima. Per la sua incapacità di conservare il gusto del rischio, la tensione morale e il bisogno di cambiamento che ne avevano caratterizzato le origini.

Come apparivano lontani i giorni nei quali Ciriaco De Mila aveva trovato la forza e il coraggio per azzerare il partito a Palermo, o quelli nei quali la Dc nel 1987 aveva saputo trovare, di fronte al ricatto socialista, l'orgoglio per chiedere lo scioglimento delle camere e rivolgersi direttamente al corpo elettorale!

E come era irrimediabilmente lontana la stagione in cui De Mila appariva come un elemento di rottura d'un sistema politico bloccato!

Gli strumenti arcaici di De Mita

Erano state solo le nostre proiezioni e speranze a farci apparire un De Mila diverso da quel che era? Ecco un interrogativo che noi della sinistra dc non possiamo eludere. Credo che De Mila sia stato e resti il politico italiano più moderno, il più capace di esprimere un bisogno di cambiamento, e di esprimerlo lucidamente in un progetto di modernizzazione.

De Mila ha espresso in piena laicità l'ispirazione cristiana in politica: è l'unico segretario della Dc a non aver avuto interlocutori privilegiati oltre Tevere, ma al tempo stesso ha raccolto il maggior numero di consensi nella gerarchia ecclesiastica.

Ancora oggi in giro per l'Italia, tra i preti, i monsignori, gli uomini dì Chiesa, c'è nostalgia per una stagione nella quale il popolo cristiano poté non vergognarsi dello strumento partito nel quale aveva scelto di riconoscersi.

E tuttavia, un personaggio così moderno è stato al tempo stesso incapace di usare e creare gli strumenti per attuare il suo stesso progetto.

Non a caso Gianni Agnelli l'ha definito un intellettuale della Magna Grecia.

Cos'è in fondo, questi, se non un personaggio che ha un grande progetto di cambiamento ma non possiede gli strumenti per realizzarlo?

Di strumenti arcaici De Mita ne ha esibiti più d'uno: l'attaccamento alla sua Irpinia, tanti collaboratori di cui s'è circondato, il figlio in Ferrari che acquista mangianastri alla base americana, la presunzione di poter restare nuovo usando gli strumenti arcaici del potere.

Ha nominato Antonio Gava ministro degli Interni, ha rispolverato personaggi come Amintore Fanfani.

Non ha compreso, De Mita, che avendo egli stesso contribuito a creare un forte cambiamento nella società, era obbligato a un supplemento di coerenza.

Usava strumenti arcaici per un progetto moderno; tutto l'opposto del personaggio a lui davvero alternativo: Bettino Craxi, il quale – pur se talvolta dubito che abbia idee – riesce a far passare per moderne delle idee terribilmente arcaiche, proprio perché in grado di usare perfettamente strumenti moderni.

Bettino Craxi è di Milano, ha un cognato che è sindaco di quella città, ebbene qualcuno è in grado di mostrare una foto di Craxi con il sindaco di Milano? Basta provare a immaginare cosa sarebbe successo se il cognato di De Mila fosse sindaco di Avellino. Siamo stati avviliti dalle comunioni, dalle cresime, dalle interminabili partite di tresette con Totonno «Spuzzatella» e dal prevalere di personaggi rassegnatisi ad essere arcaici come Riccardo Misasi.

Questa arcaicità di strumenti ha consentito ai suoi avversari di bloccare un'esperienza di modernizzazione unica e irripetibile.

Probabilmente la sconfitta di De Mita chiude una fase in cui per la sinistra dc è stato possibile pensare al cambiamento dentro una gestione unitaria del partito: dopo di lui non sarà più possibile una direzione progressista di un partito che resti unito.

Così, quando si formò il governo Andreotti, mi domandai perché la sinistra democristiana dovesse entrare a farne parte con i suoi ministri: occorreva allora e occorre ora rompere con l'altra Dc, presentarsi ed essere alternativi ad essa.

Alternativi all'eterno Andreotti

La mia storia personale è, in fondo, la stessa di tanti milioni di cattolici democratici che hanno scelto di usare in politica lo strumento Dc e che ora si sentono autenticamente alternativi alla nuova maggioranza del partito.

Per essi l'attuale presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, è un tappo che blocca il cambiamento; egli è alternativo a una concezione moderna della politica.

Per alcuni, il futuro è l'eterna ripetizione del presente, per altri è rottura, è cambiamento.

Giulio Andreotti incarna perfettamente questa visione della politica: è l'uomo dell'eterno presente. Anche al di là della Dc. Andreotti non ha ex amici, ha soltanto amici che muoiono politicamente.

E capitato a Vito Ciancimino, il cui ruolo di puntello della presenza andreottiana a Palermo è fin troppo sottaciuto. Andreotti non ha fatto nulla affinché Ciancimino morisse, ha atteso che morisse da sé; è lo stesso atteggiamento che sta tenendo verso Salvo Lima, il cui destino è ormai quello di essere uno degli amici scomparsi di Giulio Andreotti, senza avere neppure l'onore delle armi. Non gli sarà consentito l'orgoglio di potersi dire un ex amico, sarà portato da Andreotti alla consunzione, esattamente come Vito Ciancimino, come Franco Evangelisti.

I politici dell'eterno presente non hanno ex amici perché non rompono mai, essendo per loro il domani l'ineffabile prosecuzione dell'oggi.

Come è possibile, mi domando spesso, che le vittime degli uomini dell'eterno presente non avvertono mai il bisogno di reagire?

Come mai uomini dal mento quadrato e dai muscoli in bella mostra come Lima, Cincimino, Sbardella, Giubilo, Evangelisti, accettano di essere miseramente sacrificati sull'altare del loro capo? Questo è uno dei misteri nei quali probabilmente risiede la forza degli uomini dell'eterno presente; essi riescono a drogare le loro creature, perché le scelgono in maniera oculata, affidando ruoli importanti a personaggi davvero modesti, sicché possono tenerli interamente nelle loro mani.

I morti viventi

Ma come fanno questi personaggi a non rendersi conto che anche i loro capi hanno i piedi d'argilla? In fondo, i creatori sono anche prigionieri delle loro creature.

Tutto ciò si può leggere scavando nei retroscena della vicenda elettorale romana. Un uomo come Andreotti non ha avuto la forza di rompere da sé con uomini come Giubilo e Sbardella. Ci voleva, e infatti c'è stata, una convocazione in Vaticano, alle. sette del mattino; monsignore Casaroli notificò ad Andreotti che se non avesse abbandonato Giubilo e Sbardella avrebbe potuto cessare ogni rapporto con il Vaticano.

A quel punto Andreotti ha fatto l'unica scelta possibile, quella di mollare l'amico impresentabile. Quell'amico, che ha i bicipiti muscolosi di Vittorio Sbardella, non si è rassegnato facilmente. Ha lottato, era già pronto a lasciare Andreotti per passare con Antonio Gava e qualcuno l'ha udito minacciare: «Non sono io ad aver bisogno di lui. È lui, che ha bisogno di me».

È stato probabilmente l'ultimo sussulto d'orgoglio di un uomo destinato ad essere l'ennesimo amico scomparso dell'onorevole Giulio Andreotti, presidente del Consiglio e capo dell'altra Dc.