3 - Marzo 1990
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Primavera palermitana

Settantasei - Primavera palermitana pagina 13-22
Quella che segue è l'intervista finale a Leoluca Orlando sulla «nuova politica», condotta da Carmine Fotia e Antonio Roccuzzo, curatori del libro «Palermo» . Un modo per raccontare l'attualità, guardando anche al futuro, un futuro dove, come dice Orlando: «Chi perde, alla fine, se ne va».

Professor Orlando, chi è e perché ha voluto abbattere la sua giunta?

Nel momento in cui era ormai chiaro che la «primavera palermitana» era diventata concreto progetto di futuro per tanta gente qui e in tutta Italia, i comitati d'affari locali – cioè gli uomini del passato – e le forze di governo nazionale – cioè gli uomini dell'eterno presente – insieme hanno dimissionato la giunta esacolore. Senza calcolare però che per la gente, non solo a Palermo, questa giunta era già diventata speranza nel presente e progetto di futuro. La città è scesa in piazza e il paese reale si è indignato contro quegli uomini. E così, la nostra sconfitta si è trasformata ancora una volta in una clamorosa vittoria.

C'è una domanda però che si fanno tutti: come continuerà ora l'esperienza palermitana?

L'esperimento di Palermo si è collegato, e si collega sempre di più, ad un disagio che è diffuso e forte in tutto il paese. È il bisogno di una politica diversa, della liberazione dai comitati d'affari che non sono solo a Palermo.

A queste esigenze abbiamo dato una risposta democratica, una risposta concreta.

Cosa è cambiato a Palermo?

A Palermo le parole, l'utopia, contrariamente alla tradizione della politica nazionale e del Mezzogiorno in particolare, sono diventate amministrazione, non sono rimaste mormorio o relazione da convegno. Palermo, però, non può essere, e non può diventare, luogo della coscienza nazionale, non può contenere e racchiudere tutto il bene e il male, quasi che tutti i lupi e tutti i san Francesco fossero in questa realtà, mentre il resto del paese sta a guardare, come allo stadio. Quando parliamo dei comitati d'affari, deve essere chiaro che in ogni cittàc'è un Cianciminoe c'è un comitato d'affari da cui liberarsi.

Non torneremo, non vogliamo tornare, ognuno nella sua tenda di appartenenza. Anzi, da Palermo, dalla nostra esperienza di liberazione democratica (parole, utopia, ma anche concreta esperienza amministrativa) lanciamo una sfida all'intero paese: l'obiettivo è la democrazia compiuta. Non mancano certo le occasioni: la questione delle droghe e la lotta contro chi vuole criminalizzare i tossicodipendenti, il controllo oligarchico sull'informazione, una riforma elettorale che restituisca il potere ai cittadini, il mutamento della forma-partito.

Una battaglia, dice lei, ma con quali alleati?

Proviamo a vedere chi è a favore e chi è contro la criminalizzazione dei tossicodipendenti, la riforma elettorale, la libertà d'informazione, il superamento della forma-partito. Lungo questi crinali troveremo tante rotture, sino ad individuare un polo di nuova politica che si sta trasformando, e un polo di conservazione che s'è già formato. La novità è che i due poli dividono l'intero sistema politico, attraversando tutti i partiti.

Palermo è importante perché ha dimostrato che il polo non conservatore opera come partito trasversale ed ha dimostrato che la nuova politica ha capacità di collegamento. E s'è saputo battere contro il partito trasversale della conservazione: nel consiglio comunale di Palermo, quando sono state votate le dimissioni della mia giunta, tutto è diventato improvvisamente chiaro: democristiani andreottiani, missini, socialisti (Dio li fa e poi loro si uniscono) da un lato, noi dall'altro. Ora è importante che le rotture che sono avvenute nei partiti, e in particolare nella Dc, non si ricompongano.

Intanto, però, la sua giunta è stata abbattuta. A Palermo torna a comandare la Dc di prima. Non le sorge ogni tanto il dubbio di essere stato soltanto una parentesi, entro la quale il vecchio potere ha risanato le proprie ferite? Non ha il dubbio di aver consentito al vecchio sistema di tirare il fiato?

Siamo sicuri che l'esperienza palermitana possa essere considerata una parentesi, che non abbia lasciato segni visibili? Dovremmo tutti riflettere sul fatto che, a pochi giorni dalle dimissioni della giunta, centinaia e centinaia di esponenti della borghesia professionale cittadina si sono autotassati per pubblicare una pagina di apprezzamento per l'amministrazione sul «Giornale di Sicilia». Il più importante giornale locale mai avrebbe gratuitamente ospitato la loro voce: è un giornale che da due anni non pubblica un'intervistaal sindaco della città, anche perché gli è stato formalmente notificato che il sindaco non gliene avrebbe concesse. Una presa diposizione che conferma tante scoperte. Una è stata quella di leggere le firme di otto giornalisti di tale testata in calce all'appello pubblicato a pagamento di giornalisti che devono comprare uno spazio sul giornale nel quale lavorano per far sapere cosa pensano della giunta della propria città!

Sconfitti ma vincenti?

Insomma: sconfitti, ma vincenti. Ritiene veramente possibile questa accoppiata di aggettivi contraddittori?

Per chi conosce Palermo, questa è una chiarissima novità storica: la gente che si schiera con chi ha, almeno formalmente, perso. Una novità anche rispetto alle mosse e ai cauti atteggiamenti di tanta borghesia nell'intero paese. Dimissionari, ma con il consenso della città. La dimostrazione pratica che indignarsi non è un vizio, uno sport. È in quei momenti che ho capito quanto fosse davvero importante quel che avevamo fatto. Molti di noi non si sono più vergognati di essere palermitani. E altri hanno potuto liberarsi da una doppia vergogna: quella di essere palermitano e democristiano. Per quanto mi riguarda, questa storia significa anche se è possibile essere democristiani e restare dentro il futuro, costruire il futuro essendo cattolici. Non è un caso che poi, dentro la Dc, si sia aperta sul caso Palermo una profonda spaccatura e che oggi la Dc, sul piano nazionale, sia di fronte ad un bivio, fatto di tante domande: è possibile essere democristiano e moderno? È possibile essere cattolici, vivere la politica e costruire il futuro? Non credo che tutto possa tornare come prima: a Palermo abbiamo dimostrato che si può essere anti-mafiosi e governare, aprire il Palazzo alla gente e amministrare i servizi, cambiare la qualità della vita. Se la Dc, sul piano nazionale, non dovesse scegliere la strada del futuro, rischierebbe di entrare in Europa come forza moderata, senza utopia, radicata nella gestione del presente. Proprio perché abbiamo posto chiaramente questi temi e abbiamo raccolto quei consensi, nonostante la sconfitta a Palermo non siamo perdenti.

Ci spiega perché lei ama tanto gli «sconfitti»?

Si, gli sconfitti mi attirano. Quelli però che riescono a non perdere, pur subendo sconfitte. Parlo di quegli sconfitti che accettano di sopravvivere galleggiando e che continuano a vivere conservando la propria identità.

Pare di capire che lei distingua tra «sconfitti» e «perdenti». Ci faccia degli esempi chiari per capire di chi e di che cosa stiamo parlando.

Come non essere, per esempio, con Giorgio La Pira, con Dossetti o con Lazzati? Sconfitti, ma non perdenti. Chi ricorda più, oggi, i nomi e le circostanze storiche che hanno determinato la sconfitta di queste grandi figure di cattolici? Voglio poi fare un altro esempio, più dentro la storia di Palermo e più lontano dalla tradizione cattolico-democratica. Da ex sindaco, sconfitto, sono andato a far visita a Firenze al dottor Antonino Caponnetto, già capo dell'ufficio istruzione di Palermo e del pool antimafia. Un uomo che ha donato alla mia città quattro irripetibili anni, quattro anni di crescita delle speranze nella lotta alla mafia e, per lui, quattro anni di vita solitaria, blindata, di vita invivibile. Per molti, Caponnetto è un perdente: aveva lasciato l'incarico di Palermo convinto che al suo posto sarebbe andato, in continuità quasi da allievo, Giovanni Falcone. E invece al suo posto è andato un magistrato estraneo alle speranze, alle sofferenze, alle professionalità maturate a Palermo in anni terribili per la magistratura. Un perdente? No! Uno sconfitto? Sì, così mi è apparso il dottor Caponnetto nella sia modesta casa fiorentina. Non ho provato nessun magone incontrandolo: io, sindaco sconfitto, ma forse non perdente, avevo di fronte un magistrato che ha perso una battaglia, ma che non è certamente perdente, poiché è rimasto a testimoniare la sua dedizione e la sua coerenza, oggi con maggiore forza e chiarezza.

Torniamo però a lei e alla sua «sconfitta». Poco prima delle dimissioni della giunta esacolore, c'è stato l'episodio dell'assessore Letizia Battaglia, accusata di aver fatto finanziare un'iniziativa culturale proposta da un'associazione, Arteria, di cui facevano parte suoi parenti. I vostri avversari vi hanno attaccato duramente. Cosa significa questa sigla, Arteria, nella storia dell'anomalia palermitana? Un incidente di percorso? Una speculazione politica? Uno scivolone?

Come tante altre e diverse sigle e storie, la vicenda Arteria esprime oggi riassuntivamente la violenza e la pretestuosità degli attacchi dei nemici della primavera palermitana. Sono stati anni terribili, di attacchi furiosi che, in quarant'anni di vita politica,

a Palermo non erano mai stati riservati né a grand commis corrotti, né a ministri tangentieri o collusi. La vicenda Arteria è la migliore riprova che questa esperienza andava comunque troncata...

Ci faccia capire: perché cctroncata11? Ma non è proprio quello che sostengono i suoi avversari?

Quasi per gioco della sorte, un gioco non nuovo, è stata proprio la violenza e la pretestuosità degli attacchi a rafforzarci. Pur consapevoli di tale «rischio)), gli avversari non hanno saputo (talora il nemico sbaglia) o non hanno voluto(talora il nemico non è libero) esimersi dall'attaccare un'esperienza che temevano avrebbe contagiato (come è poi e ormai avvenuto) la cultura politica dell'intero paese.

Risponda però alla domanda. Cosa rappresenta la vicenda Arteria?

Arteria è un'associazione che ha donato all'amministrazione comunale e alla città di Palermo l'organizzazione di una iniziativa musicale riservata a giovani esecutori; un'iniziativa che ha coinvolto la migliore professionalità musicale nazionale e che per due anni ha ricevuto soltanto entusiastici riconoscimenti e consenso. Con l'approssimarsi della scadenza elettorale, si è rivelato che congiunti dall'assessore Letizia Battaglia facevano parte dell'associazione. Che fare di fronte all'imprevedibile clamore, alimentato da una campagna stampa di violenza mai registrata con uguale intensità (il «Giornale di Sicilia») ha tenuto un pezzo ogni giorno per un mese) nel caso di tanti episodi di criminalità comune o mafiosa?

L'assessore sembrava un fuscello smarrito in mezzo ad un ciclone. Che fare? Pubblicizzare gli atti di quell'incarico, certo. E lo abbiamo fatto. E poi: restituire le somme pagate?....ma trattandosi di organizzazione donata (ripeto donata),il costo era quello documentato per spese vive di organizzazione – spese postali, ospitalità alberghiera, biglietti aerei, premi ai vincitori – e dunque non vi era niente da richiedere indietro o da nascondere... Siamo rimasti tutti al palo, mentre i nostri avversari giocavano al massacro. Ancora una volta, però, la violenza e la pretestuosità degli attacchi sarebbe divenuta boomerang...

Che vuole dire?

Qui in Sicilia diciamo: «'mbriachi e picciriddi, u Signuri aiuta...». Dio protegge ubriachi e bambini, cioè incoscienti e innocenti. Che una esperienza politica, in una terribile realtà come quella di Palermo, sia guidata da incoscienti e da innocenti è forse la più rassicurante delle anomalie. Nonostante gli attacchi insistenti sulla vicenda Arteria, infatti, non troverete nessuno a Palermo disposto a sostenere con sincerità a meno di essere offuscato da odio politico – che Letizia Battaglia e questa giunta siano cadute per quella storia. L'odioso sospetto dei nostri avversari non è passato.

Gorby, il Pci di Occhetto e i cattolici democratici

Crede davvero che la sua giunta abbia cambiato il modo d'essere della città? Perché insiste nel volerle attribuire un valore nazionale?

Perché siamo stati al tempo stesso governo della città, e opposizione nella città. Siamo stati cioè una presenza eversiva nel Palazzo. Paolo Flores d'Arcais, direttore della rivista «Micromega», presentandomi ad un incontro di comparazione tra esperienze politiche italiane e francesi, mi ha definito così: «Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, che come è noto è a capo del governo della città ma, com'è altresì noto, è anche a capo dell'opposizione a Palermo». Se ci si riflette un momento, non è poi una cosa così bizzarra come appare. I tempi che viviamo, che sono quelli delle rivoluzioni democratiche non violente dell'est europeo, ci hanno riconciliato con la parola rivoluzione, perché l'hanno separata dalla violenza e ci hanno abituato a vedere uomini del Palazzo che guidano le opposizione: chi è il capo dell'opposizione in Urss, se non Mikhail Gorbaciov?

Non vorrà paragonarsi a Gorbaciov?

No, per fortuna conservo ancora il senso della misura, ma non disperdo il valore e le sintonie di clima nella cultura politica mondiale. E anche questo conferma la rottura di isolamento della mia città e della stessa politica italiana. Quando le rivoluzioni non violente sono dirette da uomini del Palazzo si scopre che ciò con cui si scontrano è il partito, la forma-partito. È questo l'ostacolo che incontra lungo la sua strada chiunque voglia essere insieme uomo di governo e d'opposizione. In misura molto diversa qualcosa di simile sta accadendo nel nostro paese. Interpreto così quel che accade nel Pci. Se si trattasse semplicemente del cambio del nome, i compagni comunisti starebbero perdendo troppo tempo. La cosa più importanteè la contestazionedella formapartito: la si contesta perché non si ritiene più che possa rispondereai bisogni moderni della gente, e la novità è che a contestarla è il segretario generale del Pci.

Non è un problema solo per il Pci. Anche la Dc ha il problema di liberarsi dalla forma-partito. La differenza è che, mentre nel Pci ciò si esprime in un dibattito dove nessuno è eretico, dove ci si schiera per il sì, per il no, per il ni, e il capo della contestazione della forma-partito è nientedimeno che lo stesso segretario del partito, nella Dc,invece...se io contesto la forma-partito rischio...di essere messo fuori dal partito!

Guardi che strana situazione, professor Orlando, fino a qualche anno fa il Pci era accusato di essere un partito centralistico, antidemocratico, monolitico, ora lei tesse le lodi del suo dibattito interno. È buffo, no?

Non ho scoperto nulla di nuovo, ciò di cui parliamo accade davanti agli occhi di tutti. Anche la Dc soffre la crisi della forma-partito, e dovrebbe liberarsene per scoprire il suo retroterra più autentico, ovvero la tradizione cattolico-democratica, il primato della società civile, ma non riesce a far esprimere questa discussione nelle sedi di partito, perché l'ultimo congresso nazionale è stato soltanto una fiera per fare la «festa» all'onorevole De Mita. Sicché, chi porta avanti questo dibattito nel Pci può restarne segretario generale; chi lo fa, come me, nella Dc, rischia di apparire un aspirante ex democristiano e viene di volta in volta considerato l'amico dei nemici, l'infiltrato, l'anti-democristiano.

Sembra molto interessato a quel che accade nel Pci. Qual è l'idea che s'è fatta del dibattito sulla «Costituente,, di una nuova formazione politica postcomunista?

Vedo da una parte Occhetto, dall'altra Napolitano e Cossutta...

Perché li accomuna? Napolitano è alleato di Occhetto, Cossutta lo combatte.

Secondo me non sono poi tanto diversi, perché entrambi hanno la concezione del partito tenda ovvero di un partito chiuso, fondato sulle rigide appartenenze ideologiche.

Cossutta insegue un partito comunista che non c'è più, neppure nell'Urss; Napolitano, sentendo la ristrettezza del partito-tenda Pci, vagheggiala costruzione di un partito-tenda più largo, che sciolga, anche psicologicamente, la contraddizione del suo rapporto con il Psi. E dunque, sotto la formula dell'unità della sinistra, concepisce un partito-tenda più largo, che concili finalmente la sua tessere con la sua anima. L'anima di uno che non è più comunista da tempo e che nell'unità con il Psi può sentirsi a suo agio. Occhetto si oppone a entrambi, ed è ormai, anche al di là delle sue intenzioni, come diceva Goethe, vittima della sua creatura. Ormai non può più tornare indietro. Se ci provasse darebbe un colpo mortale al suo partito.

Guardi che una gran parte dell'opposizione a Occhetto – quella guidata da Pietro lngrao, che si è espressa nella mozione intitolata «Per un vero rinnovamento del Pci e della sinistra,, – non si è opposta in nome del mantenimento della vecchia forma-partito, ma perché ritiene che si voglia semplicemente liquidare la tradizione comunista per andare verso un'alleanza subalterna con il Psi.

L'appello all'.unità delle sinistre, ovvero all'alleanza tra Pci, Psi, più qualche pellegrino cattolico, è una cosa molto vecchia, la più vecchia che ci sia. Ed è illusoria, anche perché il Psi di Craxi non l'accetterà mai: ha fatto troppa strada nella direzione opposta. Con il Psi di Nenni l'unità della sinistra aveva un senso, con quello di Craxi sarebbe l'unità a destra. Sarebbe ben strano e inconcepibile che, sotto l'ombrello dell'unità della sinistra, il Pci cambiasse nome, simbolo e ragione sociale per realizzare uno spostamento a destra.

Secondo lei l'operazione avviata da Occhetto in che direzione va?

Nelle intenzioni, mi pare, non nelle braccia di Craxi anche se il recente congresso straordinario ha fatto registrare un «disgelo» tra Pci e Psi. I segnali che vengono, l'enfasi si sposta sul «disgelo», provocano perplessità e rischiano di gelare molti entusiasmi. Quegli entusiasmi che erano, sono, e devono essere l'inestimabile patrimonio di chi, nel Pci, nel Psi, o nella Dc, vuole superare veramente i vecchi steccati della politica tradizionale.

Tuttavia, ha ragione il segretario del Pci quando dice che molte cose dipendono ormai dagli interlocutori che si mostreranno disponibili. Certo, senza interlocutori nuovi finirà nelle braccia di Craxi o dovrà registrare che, dopo lacerazione e strappi, l'unico cambiamento sarà stato quello del nome; troppo o troppo poco. La scommessa di Occhetto e dei suoi sostenitori è molto alta: riusciranno ad essere adeguati? Riusciranno a vivere, nel quotidiano, sui marciapiedi e tra la gente i valori e le speranze di una nuova formazione politica?

Se tutto finisse sotto l'egemonia craxiana, allora sì, si aprirebbero enormi spazi per la nuova sinistra e potrebbe nascere un secondo partito di sinistra, anche cattolico...

Cosa c'entrano i cattolici?

C'entrano, perché si aprirebbe un vero spazio politico che attualmente non c'è. In Italia, come dice padre Sorge, di partito cattolico ce n'è già uno, ed è fin troppo. Oggi, non c'è nessuna delle condizioni della storia nazionale e internazionale che condussero alla nascita della Dc; un secondo partito cattolico nascerebbe solo in base a un'istanza moralistica (è il caso di Città per l'Uomo dell'ultimo periodo a Palermo). Dio è un argomento troppo nobile o troppo spregevole per fondarci un partito: si costringerebbero tutti quei cattolici che oggi rompono gli schemi e dialogano con i Verdi, con i comunisti, con i movimenti, a rinchiudersi dentro la loro tenda. Il segno potrebbe essere, al meglio, moralistico, appunto, ma non progressista, e infatti Città per l'Uomo è un movimento rispettabile, di grande valore per la storia politica di Palermo, ma alla lunga da solo

incapace di essere soggetto di rottura. Le cose sarebbero invece ben diverse se il Pci, per fare l'unità della sinistra, andasse a destra nelle braccia di Craxi. Allora sì, stante anche la crisi dei gruppi di estrema sinistra come Op, si aprirebbe uno spazio enorme per una nuova formazione politica di sinistra costruita su istanze e valori propri anche della più aperta tradizione politica cattolica.

Dunque la nascita di un secondo partito cattolico dipende dal Pci? E un po' paradossale questa sua affermazione. Come mai voi cattolici democratici non sentite l'esigenza di rompere, qui e ora, con la Dc di Andreotti e Forlani (per non dire di Lima o di Formigoni), cioè un partito certamente di destra in politica?

Certo oggi vi è il rischio che lo strumento scelto in politica da tanti cattolici democratici in Italia, la Dc, possa apparire strumento marginale rispetto ai cambiamenti della società. Questa sensazione l'ho avvertita in modo strisciante ma chiarissimo in occasione del consiglio nazionale democristiano di febbraio, quello delle dimissioni della sinistra dc dagli incarichi di partito: dimissioni non a caso maturate a proposito dell'atteggiamento della Dc sul caso Palermo e sull'informazione. Sia in quella occasione che nelle settimane seguenti, ma già a partire dall'avvento del governo Andreotti, dentro la Dc sono emerse chiaramente due diverse sensibilità, due diverse anime rispetto allo «strumento» o al «fine» partito. Ci sono molti che ormai rivendicano una identità cattolico-democratica, che considerano laicamente ogni partito uno strumento e la Dc uno strumento dato nel contesto e nella contingenza storica per realizzare i valori di quella identità. Uno strumento del quale abbiamo la tessere, certo. Ma nessuno ci può chiedere di sostituire alla tessere della Dc quella del pentapartito. Nel corso di quel consiglio nazionale di febbraio, la sinistra democristiana, dimettendosi, ha almeno evitato che quello fosse il consiglio nazionale del pentapartito, anziché quello della Dc.

Torniamo al Pci. S'è ormai aperto un processo nuovo. Che cosa cambierà nel sistema politico italiano, dopo che i mutamenti avvenuti nel partito di Occhetto?

Il Pci del dopo congresso (anche se certamente qualche sì avrebbe dovuto essere un no e viceversa) è una formazione politica finalmente libera dai condizionamenti della forma-partito, e potrà spaziare a 360 gradi nella vita politica italiana, senza dover spiegare che è un partito di governo, perché tutti avranno già capito che lo è. Anche quella parte della Dc che non vuole farsi rinchiudere nella tenda dovrà svilupparsi nei prossimi anni, e dovranno svilupparsi anche i movimenti verdi e ambientalisti. lo sono convinto che il Pci del dopo congresso, la Dc che vorrei e che oggi non c'è, i movimenti e i Verdi, nei prossimi anni esprimeranno ministri e governi. Ma non in base alla logica consociativa per cui tutti i comunisti s'incontreranno appassionatamente con tutti i democristiani, bensì perché, al contrario, in questi momenti passeranno tali spaccature per cui tutti coloro che in ognuno di questi partiti o movimenti esprimono la nuova politica potranno naturalmente allearsi. La Dc, e quale Dc, sarà capace di cogliere questa sfida? È una domanda, è una scommessa, può essere la premessa di nuove rotture.

In che forma si esprimeranno simili aggregazioni «trasversali»?

Potrà essere un'alleanza di governo, un movimento, un partito unico, francamente non so prevederlo adesso. So però che l'attuale sistema elettorale è l'impedimento all'incontro tra le forze nuove e sane del paese, perché richiude ciascuno nella gabbia del proporzionalismo e dell'appartenenza di partito. Non è forse un caso che il Governo Andreotti abbia posto tante volte la fiducia proprio sul tema della riforma elettorale nei comuni.

Per questo assetto di potere, che sempre di più somiglia a un regime, una contestazione della forma-partito che passi attraverso una riforma elettorale è micidiale. Per questo il referendum sulla legge elettorale può essere un appuntamento decisivo delle prossime stagioni politiche.

Lei non parla mai male dei comunisti. Sembrano più numerose le assonanze che le dissonanze tra lei e una parte dei dirigenti comunisti. Ma quali difetti, debolezze, limiti, contraddizioni vede nell'attuale Pci?

È vero che vi sono tante, tante ragioni di sintonia culturale, di linguaggio, di schieramento con tantissimi esponenti del partito comunista. Vi è un'area comune, dove si vive la collaborazione e si costruisce insieme politica per il futuro. Dire ciò non può autorizzare chicchessia a stravolger la mia identità (che non è, né mai è stata comunista), né può autorizzare chicchessia a credere che io colga le ragioni di diversità e i difetti di tante posizioni e di tanti esponenti di quel partito.

Per esempio?

A Bologna come a Firenze o altrove, in pubblico o in privato, ho sostenuto che i comitati d'affari non sono luogo riservato, pascolo esclusivo di esponenti della Dc o del Psi, ma che in essi albergano anche esponenti del Pci. E che, inoltre, pur nel rispetto dei riti dell'opposizione, in tante realtà esponenti del Pci hanno vissuto in sintonia con i comitati d'affari: con questi esponenti comunisti rivendico ovviamente l'assoluta mancanza di sintonia.

Così, inoltre, pur ritenendo tempestiva e opportuna per la compiutezza della democrazia dell'intero paese la posizione di Occhetto sulla necessità di rifondazione del Pci, non mi sorprende più di tanto rilevare che tanti sì alla mozione Occhetto sono frutto di interessi di apparato o di opportunismi gattopardeschi; e, d'altra parte, che tanti no sono espressione – magari in chiave reattiva – di una autentica volontà di progresso e di moralizzazione della politica.

Due «Dc» nel futuro della politica italiana?

Senta, professor Orlando, lei dovrebbe sapere che in questo paese quando un democristiano parla di rapporti con il Pci c'è sempre chi – giustamente, viste le esperienze del passato (e non è forse causale che fossero guidate dall'on. Andreotti) – sente puzza d'imbroglio. In che cosa differisce la sua ipotesi dall'ennesima ammucchiata, tipo unità nazionale?

Sono assolutamente indifferente a una proposta che veda insieme Dc, Pci e Psi. La domanda è mal posta; la domanda giusta è: quale Dc, quale Pci, quale Psi?

Insisto nel dire che si tratta di immaginare percorsi politici e istituzionali che ridisegnino l'attuale nomenclatura politica. Nell'arco dei prossimi anni, in Italia, si formeranno due poli politici: uno progressista e uno moderato. E non voglio dare nessun valore infamante a quest'ultima definizione: penso a un polo centrista, tecnocratico, moderato nell'accezione politica europea.

Il polo progressista sarà costituito dalle forze attualmente in salutare sofferenza: il cattolicesimo-democratico, i Verdi, i movimenti, il Pci del «dopo Pci». L'altro polo comprenderà Craxi, Forlani, Andreotti, Napolitano, i Verdi tecnocratici (come l'assessore milanese Piervito Antonazzi). Questi due poli sono già oggi esistenti e alternativi.

Come si esprimono, c'è qualche esempio dell'uno o dell'altro?

Ci si aspetterebbe che rispondessi: il polo moderato è il governo Andreotti. E invece no: perché il governo Andreotti è nato più dall'esigenza di far fuori De Mita che non da un'ipotesi chiara di nuova aggregazione: la presenza nella compagine ministeriale del Pri di La Malta e della sinistra democristiana «sporca» la purezza del modello. Il modello «puro» è un altro: è la giunta di Roma, la giunta Carrara-Medi, dove, non a caso, non ha potuto essere vice-sindaco Alberto Michelini, un democristiano che si è schierato su posizioni di ricerca di nuova politica. Si tratta di un modello nuovo, a suo modo moderno. Carrara è l'uomo adatto: ricco di suo, cattolico e massone al punto giusto, buon ministro. La sua giunta è il modello moderno del polo moderato. Il futuro, sembra dire la giunta Carrara-Medi, si costruisce senza rotture, lasciando sostanzialmente inalterate le regole del sistema politico proiettando fuori dal tempo, in una sorta di «eterno presente», gli attuali partiti e la forma in cui oggi si esprimono. A questo modello si contrappone il modello Palermo.

Nel polo moderato, però, la sinistra democristiana fa la ruota di scorta. E comunque, nell'un caso e nell'altro, la Dc è sempre centrale. Non sarà che, dietro tante belle parole progressiste, anche lei vuol perpetuare in eterno il ruolo della Dc?

Il dovere di ognuno è di realizzare al meglio la coerenza con i valori e con le speranze che ha alimentato. E quello che ora sembra voler fare la sinistra democristiana. Non so se saremo adeguati alle attese di quanti trovano intollerabile per un cattolico impegnato in politica essere nemico del cambiamento, del nuovo, e se saremo adeguati non so se lo strumento Dc sarà capace di sopportare il peso di un'ala progressista su un corpo continuamente soggetto a tentazioni dorotee. Per quanti si candidano ad essere di sinistra e dirigenti della Dc si aprono tre possibilità.

Guidare, sia pure attraverso rotture e violenze, un processo di profonda trasformazione in chiave progressista della Balena bianca; c'è bisogno, per questo, di ben altre rotture e ben altre violenze, di ben altra coerenza rispetto a quelle che hanno caratterizzato gli anni, specie gli ultimi, della segreteria De Mita.

La seconda possibilità è di svolgere un ruolo di più o meno decoroso notabilato in un partito dagli irreversibili connotati di forza politica moderata...

Che è poi il ruolo che ha sempre ricoperto la sinistra democristiana, o no?

Proprio perché si tratta di un film già visto, questa volta in sala resterebbero soltanto gli attori, spettatori di se stessi. Dubito che resterebbero fasce consistenti di elettorato cattolico progressista.

E la terza possibilità?

Preso atto dell'impossibilità della prima ipotesi e dell'inaccettabilità della seconda, guidare un processo di costruzione di una nuova forza politica. Se la prima ipotesi non dovesse realizzarsi entro il prossimo congresso del partito, la Dc sarebbe destinata a gestire un consenso soltanto sociologico, da deriva, rinunciando a interpretare la politica dei nuovi bisogni. Alcuni milioni di attuali e potenziali elettori democristiani prenderebbero un'altra strada, con o senza gli storici dirigenti della sinistra democristiana.

Lei ha parlato prima di «un polo moderato». Ne vuole indicare i leader?

Il più forte leader d'immagine è l'on. Craxi, il più forte leader di sostanza è l'on. Andreotti. Il primo appare, il secondo governa. E di volta in volta usano la faccia rassicurante di questo o di quel dirigente di partito. Lo scontro però oggi è duro e il polo moderato, in difficoltà d'immagine, ha dovuto fare ricorso al suo uomo forte; ha sparato, anche sul piano dell'immagine, la cartuccia migliore, l'on. Andreotti.

L'on. Andreotti: perché lei l'attacca sempre?

Perché è un obiettivo ostacolo al rinnovamento della Dc. Basta guardare gli uomini di cui si circonda...

Sono tutti incensurati, le risponderebbe l'on. Andreotti...

Diceva così di Ciancimino e s'è dovuto ricredere. Per ultimo, però. Bel merito e quanti guasti nel frattempo! E poi, c'è una ragione di fondo che mi spinge a criticare l'on. Andreotti....

Quale?

Alcuni mesi fa gli chiesi di restituire al mittente gli auguri e i complimenti ricevuti da Licio Gelli al momento della formazione del governo. Non è serio che il capo del governo riceva tranquillamente i complimenti del capo di un'associazione eversiva come la P2, quando tanta gente ha pagato prezzi altissimi per essersi opposta alla P2.

E non è serio che il capo del governo riceva questi complimenti nel corso di un'intervista nella quale Licio Gelli invita a prendere atto che il delitto Mattarella è un «delitto perfetto»? Che ne sa Gelli di quel delitto? Perché «delitto perfetto»? A chi ha dovuto ricordare che, essendo quel delitto «perfetto», non si può (o non si deve?) conoscerne il mandante? Non è più solo una preoccupazione, e gli omissis giudiziari e il silenzio del presidente del Consiglio dei ministri e di tanti suoi pericoli di una regia piduista si accompagna al monopolio berlusconiano dell'informazione. In giuoco non sono gli affari di questo o di quell'imprenditore, ma la stessa democrazia del paese.

A parte tutto quello che ha già detto, ci spiega meglio anche le ragioni di fondo della sua contrapposizione con il Psi di Craxi? Al di là delle ragioni concrete di scontro su Palermo, per esempio sul voto mafioso, ci sarà pure qualcosa da salvare nella storia e nella tradizione del riformismo socialista italiano. O no?

Mi sono sempre rifiutato di credere che la tradizione socialista possa essere tutta rappresentata dalle parole di Craxi. Mi rifiuto insomma di considerare un fatto positivo che un partito come il Psi possa spegnere al suo interno ogni dialettica e al tempo stesso esprimere la vivacità, i fermenti, anche le contraddizioni della tradizione riformista del socialismo italiano. Il riformismo socialista, oggi represso e sottorappresentato dal Psi, dovrà prima o poi liberarsi, tornare a liberarsi, e immettersi nel circuito politico nazionale. La mia avversione per il Psi sta tutta qui. Non sono tanto pazzo da ritenere possibile che la democrazia cresca e si realizzi compiutamente, senza o contro la migliore tradizione riformista del socialismo italiano. Credo però che il Psi oggi impedisca la liberazione di quella forte componente culturale, ponendosi così contro se stesso. Ma anche contro la sua stessa storia, contro l'identità di tanti che pretende ancora e in siffatta maniera di rappresentare.

Professor Orlando, lei ha fissato un appuntamento: da qui a qualche anno tutti i progressisti dalla stessa parte, tutti i moderati dall'altra. Nell'ipotetica nuova formazione politica progressista che immagina, qual è il politico non democristiano che lei non vorrebbe ritrovare?

Bettino Craxi.

E il politico democristiano che non vorrebbe incontrare a quell'appuntamento?

Giulio Andreotti.

Il linguaggio e il consenso: là dove nasce il «nuovo»

Professor Orlando, lei parla spesso dell'esperienza di Palermo come di una novità. Ma da che cosa nasce il nuovo?

Dai sentimenti, sempre: amore, odio, paura. A Palermo il nuovo è nato dalla vergogna, ma per vincere ha dovuto tramutarsi in slogan, Quando sarà diventato linguaggio i leader saranno giustamente mandati in pensione. Ma se non diventa linguaggio, se resta slogan, il nuovo è debole, è solo urlo, rabbia, protesta. ' Ricordo una bella frase di don Milani, un prete prete, uno cioè che oggi chiameremmo un prete progressista solo perché faceva con coscienza la sua parte di prete: avvertito dal medico che gli restavano pochi mesi di vita prese commiato dai suoi amici ricchi(ne aveva tanti)dicendo che avrebbe trascorso con i suoi amici poveri, per i quali aveva fondato la scuola di Barbiana, gli ultimi giorni. Nel libro su quell'esperienza, Lettera a una professoressa, si parla della rabbia per l'ineguaglianza tra i figli dei poveri e i figli dei ricchi: i primi non saranno mai eguali ai secondi e non perché questi siano poveri, ma perché non parlano la lingua dei ricchi. Ci ho ripensato spesso, in questi anni, ogni volta che uno venuto da fuori diceva: «Che bei monumenti, che bel sole, che bei ragazzi che avete a Palermo». Monumenti, sole, gente, come quelli degli altri, ma cos'era allora che ci emarginava? Era il linguaggio.

Per molti continua, almeno per ora, ad essere uno strano profeta di un'utopia da venire, un uomo contro tutti. Si riconosce in questo identikit?

Io credo che la politica sia, in qualche misura, il passaggio dalla traversata al villaggio. Già, la cultura della traversata: ogni esperienza morale, culturale e politica può essere ricondotta alla traversata. Come quella biblica, guidata da Mosè. La traversata rappresenta la fase in cui indichi un obiettivo, immagini un punto di arrivo, evidenzi un risultato e sottolinei un valore. Ma la traversata non può durare in eterno, poiché se non si ferma, se non si radica in un territorio può forse generare profeti, ma non modificale condizioni reali della gente.

Come avviene il passaggio dalla traversata al radicamento?

Nelle società arcaiche un profeta diventava capopopolo, un capopopolo diventava capovillaggio radicandosi con la sua tenda, i suoi animali, in un luogo ben preciso, fosse una valle isolata o il letto di un fiume. Insomma; dentro confini fisici definiti. Nella società contemporanea, quella democratica e dell'informazione, il villaggio si costruisce in maniera diversa: il passaggio dalla traversata al villaggio avviene oggi attraverso il linguaggio e il consenso, i due strumenti grazie ai quali la marcia del profeta e il viaggio faticoso della gente non restano utopia, sogno.

E la sua traversata? Fin dove è arrivata? È stata bruscamente interrotta?

A Palermo è in gioco una nuova cultura di governo da proporre al paese e un nuovo modello di consenso. Non è un caso che dentro la Dc e nel paese, proprio a partire dalla traversata condotta qui a Palermo e sul fronte della liberazione dell'informazione dai monopoli, si siano aperte profonde spaccature: intorno al linguaggio e al consenso qui a Palermo abbiano rotto equilibri consolidati e abbiano creato nuovo consenso, un modo nuovo – e comunque corretto – di stare nelle istituzioni e tra la gente. E di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini.

Eppure i suoi critici la definiscono «il sindaco delle parole». E dicono: quell'Orlando, parla, parla, ma non fa niente...

Sì, parole. Il linguaggio è importante perché attraverso le parole la realtà si manifesta, specialmente là dove vigeva, fino ad un istante prima, il silenzio; non a caso si dice: chi tace acconsente. Proprio per questo a Palermo, le parole – no alla mafia, per esempio – sono diventate criterio di coerenza, parametro di giudizio per il consenso. Tanti miei avversari non si sono ancora resi conto che, specialmente nella società dell'informazione, le parole non sono solo segno di cambiamento, ma esse stesse sono cambiamento. Le parole sono esse stesse rivoluzionarie là dove vige I silenzio (occorre citare Gesù Cristo o Ghandi per dimostrarlo?). Il linguaggio, dunque, è strumento di integrazione o di emarginazione. A Palermo, negli ultimi anni, abbiamo cominciato a parlare la lingua degli altri. Ma una lingua è fatta di parole; anche nella lingua della politica esistono parole chiave che possono aiutare a distinguere il nuovo dal vecchio.

Parole chiave

Quali parole chiave le suggerisce la vicenda palermitana?

Per cominciare il termine «Regole». Chi si atteggia in modo arcaico nei confronti delle regole (i partiti politici per esempio) al mattino organizza un convegno per denunciarne l'arcaicità ma qualche ora dopo impone la più rigida coerenza con esse. Quando le regole sono arcaiche, la politica sta nella coerenza o nel cambiamento.

Sta senza dubbio nel cambiamento, in tutto il cambiamento possibile; e in ciò vi è anche il primato della politica rispetto ad altre attività umane: essa può cambiare le sue regole, può riformarsi da sé. E non nasce forse da qui il successo crescente in Italia dei movimenti, i quali ci ricordano che la politica sta nel cambiamento? L'incontro tra partiti, portatori di coerenze rispetto all'esistente, e movimenti, portatori di cambiamento, è una delle caratteristiche fondanti dell'esperienza palermitana.

Quest'incontro ha reso possibile, normale, fisiologico il dissenso, in una realtà dove dissentire voleva spesso dire morire. Di fronte a un sistema politico che era incapace di esprimere un governo, noi non abbiano organizzato convegni per invocare il cambiamento di quelle regole cui poi avremmo imposto fedeltà, non abbiamo discettato sulle riforme istituzionali, abbiamo realizzato il massimo di cambiamento possibile. Generalmente, i politici arcaici mentre preparano le riforme («Nelle more delle riforme...») fanno passare le peggiori nefandezze. A Palermo abbiamo invece praticato la «riforma-comportamento».

Non le sembra di attribuire troppa rilevanza a un'esperienza tutto sommato locale, periferica?

Ecco alcune altre parole che ricorrono nel nostro lessico politico ma che sono del tutto inadeguate a esprimere la nuova realtà: «centro» e «periferia». Il politico arcaico afferma che esistono un centro e una periferia. Secondo il vecchio modello della politica il centro è il palazzo del Principe, la Capitale. Vivi a cento chilometri dal palazzo del Principe, dalla Capitale? Sei periferico di cento chilometri. Oggi sono invece cambiate la dimensione dello spazio e la dimensione del tempo. I fatti cui assistiamo ogni giorno si svolgono in luoghi dove forse non andremo mai nella nostra vita, eppure la cambiano. Il tempo reale annulla una concezione del tempo come passaggio lineare tra passato e il futuro attraverso il presente. Il tempo reale nell'accezione tradizionale è nontempo. Il sistema non è più gerarchico, è stellare, e ha distrutto il vecchio rapporto tra centro e periferia.

I nuovi centri oggi sono le periferie, insomma.

Sì. Faccio un esempio: mi è capitato qualche anno fa, a Washington, di vedere i miei lavori universitari, anche quelli stampati in poche copie, memorizzati in un computer. Mi veniva da inginocchiarmi di fronte al

Grande Fratello, mi sentivo effettivamente nel centro del mondo. Poi, vai alla St. Mary's University di San Antonio, vai nel sud del Texas, nel New Mexico, e gli stessi dati erano anche lì. Ha ancora senso parlare di centro e periferia? Una volta era facile definire la priorità: i migliori, in tutti i campi, stavano certamente a Roma. C'era un luogo cioè, dove si concentravano tutti i valori positivi di un sistema, sociali, politici, economici, culturali. Oggi alla domanda: dove sta il miglior chirurgo addominale? E il miglior fisico?, rispondiamo a Verona o Bergamo; ed è solo per caso che può essere anche a Roma, anziché a Milano o a Venezia.

Che c'entra tutto questo con la politica?

Se le periferie sono diventate i nuovi centri è cambiata anche la percezione della politica. La gente misura sempre più la politica con le facce dei sindaci e sempre meno con quelle dei ministri: è sicuramente un nuovo scenario con il quale deve fare i conti il sistema politico. Altri paesi,come gli Usa, sono molto più avanti di noi nella rottura di quel rapporto gerarchico fra centro e periferia e nella sintonia del sistema politico con quella rottura. Nel corso delle campagne elettorali presidenziali, capita di vedere ogni sera questo o quel sindaco scendere in campo, e in un clima di reale incertezza, a favore dell'uno e dell'altro candidato. Da noi resiste invece una visionegerarchica di quel rapporto. E così vi è una sorta di corso delle carriere politiche, dai consigli di circoscrizione,via viafino al parlamento europeo. Tutto ciò è arcaico. Quando a me è accaduto, non volendo andare, per una ragione di pricipio, in lista con Salvo Lima, di rifiutare la candidatura alle elezioni europee, qualcuno mi ha detto: «Stupido, eri tenente e potevi diventare generale». «Arcaico, non capisci che oggi la nuova politica si esprime nel governo della città», gli ho risposto.

Le regole, il rapporto tra centro e periferia. Ma c'è un altro tema, un decisivo paradigma della modernità che è lo sviluppo. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove troppo spesso, in nome dello sviluppo, si sperpera denaro, si ruba, si commettono le peggiori nefandezze. Sempre in nome, ovviamente, del feticcio dello sviluppo.

Tutti parliamo di sviluppo e tutti diciamo che è bello essere sviluppati ed è brutto essere sottosviluppati. Intuitivo. Banale. Il problema è definire che cosa è sviluppo. Il professor Piero Barucci, attualmente presidente dell'Associazione bancaria italiana, diede una definizione che a me pare calzante. Eravamo nella sede della presidenza della regione siciliana, a palazzo d'Orléans, e diceva: «Vedi, questo è senz'altro un palazzo ricco», poi indicò un buco sul muro da cui fuoriuscivano dei fili elettrici e aggiunse: «Il palazzo quindici miliardi, il tappo per quel buco centoventi lire. Questo è sottosviluppo». Il sottosviluppo, cioè, come incompletezza. Sottosviluppo è uno svincolo autostradale dove non c'è autostrda, è un palazzo nuovo con l'intonaco ancora da finire. Sviluppo come armonia, sottosviluppo come disarmonia. Conosco gente che ha contiinbanca dimiliardi,barche,auto lussuose,ma in casa ha un vetro rotto che non viene sostituito:ricchi e sottosviluppati.Ricchezza non è sviluppo.L'importante non è quello che hai,ma come usi le cose che hai.

Beh, da questo punto di vista il sud non è un bell'esempio: di soldi ne arrivano tantissimi, ma quanto all'uso...

Infatti, il Ministero per il Mezzogiorno è un'istituzione intollerabile. É costruito secondo una logica arcaica: è quella del quanto, non del cosa, né del come. Il ministro annuncia che quest'anno spenderà ventimila miliardi in più dell'anno precedente? E noi, come tante scimmie giulive, applaudiamo, senza che nessuno domandi come verranno spesi quei soldi. Si pensa ancora che lo sviluppo sia legato alla quantità di risorse finanziarie e non è così: si possono avere molte risorse finanziarie ed essere sottosviluppati, averne poche ed essere sviluppati. Cos'è la questione ambientale, se non la domanda sul «come»? Sul «come» dell'ambiente? Cos'è la questione morale nella politica se non il «come» delle azioni politiche? Cos'è la centralità della questione elettorale se non il «come» selezionare gli stessi rappresentanti?

La politica dell'appartenenza e quella dell'identità

E nella politica italiana, qual è il concetto più arcaico?

E quello dell'appartenenza. Se appartieni al mio partito, alla mia corrente, al mio gruppo, tutto quel che fai è per definizione giusto. Altrimenti è, altrettanto per definizione, del tutto sbagliato. Si creano così le appartenenze, le sub-appartenenze, le correnti delle correnti: insomma, la politica diventa una specie di matrioska russa, fatta di tante bamboline l'una dentro l'altra, e si allontana sempre di più dalla vita. Le persone normali si incontrano per marciare per la pace contro la guerra, per la vita contro la morte: marciano insieme, si tengono per mano, senza domandarsi: «Chi è tuo padre?», e poi, compiuto il pezzo di strada comune, si separano. Trovano in un valore, in un progetto e non in una appartenenza le ragioni dello stare insieme, le ragioni del dividersi. Dominata invece dalla logica dell'appartenenza, la politica ha finito col somigliare a un grande accampamento di tende: tutti nel campo, ognuno rinchiuso dentro la sua tenda.

Tende ben attrezzate, dove i «non arruolati» non possono entrare. Ma, così, cosa diventa le politica?

Abbiamo scoperto che tra tenda e tenda c'è la vita: i malati di Aids e le nuove professioni, i tossicodipendenti e le nuove sensibilità internazionali. Provate a dire a un tossicodipendente di far rappresentare i suoi problemi, la sua tragedia, ma anche le sue speranze, in una delle tradizionali tende politiche. Non solo nessuna si aprirà a lui, ma se bussa alla tenda sbagliata, se bussa, per esempio, a quella del Psi di Craxi, rischia persino di finire dritto dritto in galera.

Chi rappresenta gli interessi, cioè la vita, che stanno tra tenda e tenda?

È per rispondere a questa domanda che nascono i movimenti, per esprimere gli interessi di chi sta fuori dalle tende. Ma la politica non può fondarsi solo sui movimenti e sui giornali-partito. Ecco perché i partiti devono cambiare. A Palermo partiti e movimenti si sono alleati per governare una delle città più difficili d'Italia; gli uni sono stati costretti così a uscire un po' dalla tenda e ad aprirsi, gli altri ad allontanarsi dal marciapiede e ad acquisire cultura di governo.

Che cosa ne è uscito fuori?

Se l'appartenenza è la malattia di cui soffre la politica nel nostro paese ciò vuol dire che il dissenso viene vissuto come angoscia. Ecco, è questo l'assunto che abbiamo rovesciato. Nella giunta di Palermo, quando non si era d'accordo non si facevano vertici dei partiti che sostenevano la coalizione, non si rinviava alla successiva riunione, ma si decideva a maggioranza.

Vivere il dissenso come normalità è nuova politica. In fondo, è per questo che tifiamo tutti per Gorbaciov, perché ci appare una persona normale. Ed è una rivoluzione rispetto ai politici-Findus, agli uomini surgelati, i Gromiko, i Breznev, i Cernienko, cui ci aveva abituati la politica sovietica.

E penso ai tanti politici-Findus di casa nostra. Da noi la domanda «Scusi, lei è una persona normale?», il politico istintivamente risponde: «No, sono un politico». Se non torna in mano alle persone normali la politica italiana resterà arcaica. Ma l'altra caratteristica principale delle politica moderna è il rischio. Tutto l'opposto di quel che accadde nel nostro paese, ben simboleggiato da quella norma della costituzione che nomina senatori a vita gli ex presidenti della repubblica. Ma perché? Perché l'ex presidente non torna a casa? Negli Usa attualmente ci sono quattro ex presidenti, tutti in vita, e tuti sono tornati a vivere nelle loro case, senza particolari incarichi politici. Eppure sono stati gli uomini più potenti del mondo; in Italia, dal Quirinale viene invece un messaggio macabro: dalla politica si esce solo con la morte. E qui sta la sua arcaicità: le altre professioni, il medico, il giornalista, lo scienziato, sono alla pari con gli altri paesi moderni; la politica, no, è piena di polvere, è vecchia.

Nella politica italiana non esiste, per esempio, quello che in economia si chiama il «rischio di mercato».

É proprio così. Nel nostro sistema politico non esiste il rischio: la gente si domanda come Fanfani e Andreotti possano continuare a combattersi da quarant'anni senza che nessuno dei due vinca o perda definitivamente. Negli Usa, di Dukakis non parla più nessuno, ha perso. In una recente indagine il «Times» di Londra indicava quattro italiani come leader europei. Erano il presidente della Fiat, il governatore della Banca d'Italia, il proprietario della Fininvest e il sindaco di Palermo. Tra me e quei signori, a parte qualche decina di zeri sul conto corrente, c'è una differenza: ero l'unico politico della lista. Ora, a parte il complesso di noi meridionali, che siamo felici quando qualcuno si accorge che siamo vivi, ragion per cui gongolante, ebbi paura.

Mi domandai: come mai compaio io in quella lista? E mi risposi che forse vengo percepito come un politico moderno, perché la gente avverte che sono un politico «a rischio» (e non mi riferisco a quello fisico). Un politico persona normale e quindi a rischio, perché certo, quando il politico si mette fuori dalla tutela delle appartenenze, quando si comporta da persona normale, allora sì, diviene senza accorgersene un politico a rischio. Un politico persona normale, senza l'acritica tutela dell'appartenenza, un politico a rischio. Moderno, appunto.

Palermo come provocazione

E se perde?

Se perdo, non vado a fare il presidente del Banco di Sicilia, semmai mi ritiro a casa a scrivere le mie memorie. La politica è moderna se chi vince vince e chi perde perde. Se si escludono La Pira o Dossetti è difficile trovare esponenti politici che siano usciti da vivi dalla politica. Ecco perché una città per tanti versi così difficile, arcaica, piena di polvere, come Palermo può apparire una provocazione. Perché ci riporta a una concezione della politica come rischio; e il rischio evoca apertura al futuro speranza. Forse talvolta appaio come il bambino che dice: «Il re è nudo», ma non chiedo nessuna stabilità garantita.

Insistiamo: ma se perde?

Chi perde, alla fine, se ne va.