4 - Aprile 1990
8-10
Politica

Partiti-contenitori destino inevitabile?

Settantasei - Partiti-contenitori destino inevitabile? pagina 8-10
Chi non ha mai creduto, negli ultimi anni, che il trend della politica attuale sia quello richiamato nel titolo, scagli la prima pietra. E in effetti, questa sembra essere la prospettiva che si delinea. Le riflessioni che seguono intendono porre alcune questioni sulla tipologia del voto, sulle finalità delle rappresentanze e sulle modalità della legittimazione politica.

Non è necessario soffermarsi sulla ormai classica tripartizione in voto d'appartenenza, di scambio, o d'opinione. A seconda che l'elettore si comporti come un «fedele», un «cliente» o un «giudice» (cfr. A. PARISI G. PASQUINO, Relazioni partiti elettori e tipi di voto, in 100., Continuità e mutamento elettorale in Italia, Il Mulino, 1977, pp. 221-222, 224, 226), si configura una diversa qualificazione della dinamica elettorale. In questa sede vorrei solo sottolineare come la immediatezza del voto di scambio (un nesso strettissimo tra interessi e consenso) rappresenti, almeno nella maggior parte dei casi, un impoverimento dell'obbligazione politica: clientelismo, corporativismo, lobbysmi più o meno occulti, ma anche il praticantato sdrucciolo di favori e «raccomandazioni».

Questo senza voler enfatizzare la mediatezza del voto d'opinione, e senza voler rilanciare acriticamente il voto d'appartenenza, che presenta un versante positivo (il radicamento popolare). È però possibile e necessario interrogarsi su una questione, più densa di elementi illuminanti a riguardo delle elezioni amministrative: interrogarsi cioè sulle percentuali approssimative delle tre modalità di voto, comune per comune e magari, correndo alcuni rischi, nell'intero paese.

Più in generale vi è da chiedersi se, dopo un'età d'oro del voto d'opinione nei regimi liberal censitari del secondo '800 e semi-democratici del primo '900, e di quello d'appartenenza che collocherei in Italia dal dopoguerra al 1979, con un ritorno nel '84, siamo ormai entrati nell'era del voto di scambio. Ma questa volta è contingente o strutturale, risponde a uno scenario transitorio o è un destino irreversibile delle future democrazie?

Rappresentanza e legittimazione: due terreni deteriorati

A monte di questi problemi stanno due nodi, il primo dei quali è costituito dalla rappresentazione. La scoperta del XVIII secolo fu che la rappresentanza privatistica (cioè sulla base di un mandato imperativo e di istruzioni obbligatorie per il rappresentante di fronte al re), proprio del tardo stato feudale e degli stati cetuali (Standestaat), doveva essere convertita in rappresentanza gestita nell'interesse dell'intera nazione. sulla base di un mandato «fiduciario», dunque «politico», e non più corporativo-imperativo. Come disse Edmund Burke, nel famoso discorso agli elettori di Bristol (1774): «Authoritative lnstructions, Mandateci lssued...are things utterly unknown to the laws of this lanci, and whicharise from a fundamental mistake of the whole order and tenor of our constitution». Concetti simili, già presenti nei Commentaries di Blackstone o nel «London Journal», il principale organo whig dell'età di Walpole (17211742), sarebbero echeggiati anche negli esponenti moderati della Rivoluzione francese, come Sieyès e in seguito Constant; le correnti giacobine (si pensi a Saint Just o Robespierre) avrebbero invece rilanciato la tesi rousseauviana di un mandato fornito di una diversa imperatività, cioè politica e non più sociale-corporativa. In che misura queste digressioni riguardino gli attuali problemi lo si coglie dal possibile uso problematico della definizione Burkiana di partito: un soggetto politico con principi spesso articolati, ma che deve riferirsi a un interesse generale, cioè a quello dell'intera nazione. In ciò un partito si distingue dalle fazioni, che conducono un uso privatistico-particolaristico del proprio agire politico. Un uso problematico, dicevo, perché ritengo sia possibile riflettere su un'indicazione che non ha perso di lucidità. A patto, però, di rovesciarla. Due secoli dopo, si ha l'impressione che interessi (inevitabilmente) particolari possano essere ricondotti a sintesi solo da alcuni principi politici o va/aria/i che si pongano come (indispensabilmente) generali. I soggetti deputati a rappresentare la società (e cioè i partiti, ma non solo), in assenza di referenti eticopolitici o di efficaci strumenti istituzionali, finiranno con l'essere soffocati in quel labirinto di interessi più o meno espliciti che erano stati all'origine del loro mandato, riguardo al quale si reclama una strisciante nuova imperatività.

Legittimazione legale, sottolegale, sopralegale

I meccanismi rappresentati, però, comportano un presupposto di legittimazione, implicando cioè l'accettazione di una cornice assunta come intrinsecamente valida. Nel vecchio stato liberale, la legittimazione era di tipo meramente legale: ciò che era affermato nella legge era percepito come giusto, per il solo fatto che era consacrato in una procedura formalmente regolare, attivata da uno stato considerato già in partenza come legittimo.

Nonostante una rappresentanza degli interessi di classe fosse tutt'altro che estranea allo stato liberale, possiamo dire che in tale contesto il rapporto politico intercorreva tra i singoli e un tutto, consistente in uno stato considerato legittimo perché canale di una (regolare) produzione normativa, nella quale ultima i cittadini si sentivano già sufficientemente rappresentati.

A partire almeno dal secondo dopoguerra, e sulla base di una pressione già avviata agli inizi del '900, il tributo che deve pagare lo stato per essere considerato legittimo aumenta sensibilmente. Per ricevere dalle forze sociali un flusso di consenso elettorale, deve attivare un flusso in senso inverso di prestazioni, quasi tutte sinteticamente riconducibili al modello di weltare state. È il cosiddetto compromesso capitalismo-democrazia, per cui uno stato è percepito come legittimo solo se si dimostra in grado di mitigare un'economia capitalista, riconoscendo i diritti sociali e non solo quelli civili e politici.

La legittimazione di questo stato è sottolegale, perché richiede una base materiale sottostante. Evolvendosi però questo modello crea un rapporto tra frazioni di società (i gruppi di interesse) e frazioni di scelte pubbliche esigite, le quali a volte non rientrano in un perimetro di bene comune sempre più difficile da definire.

Questo modello oggi non funziona più per una ragione quantitativa, e cioè per l'impossibilità di continuare ad alimentare un flusso di crescente redistribuzione del reddito da parte dello Stato. Le risorse pubbliche sono una coperta corta, e se si copre la richiesta di un certo gruppo si dovrà poi scoprire quella di un gruppo con interessi confliggenti. V'è però anche un impasse qualitativo, consistente nella perdita, già richiamata, della capacità di funzione politica che è innanzitutto scelta tra soluzioni-interessi differenti. In questo caso, la negoziazione neocorporativa si sostituirebbe alla miglior mediazione politica.

È allora necessario trovare una legittimazione di tipo sovralegale, che non abbia la astrattezza e il formalismo di quella legale, ma neanche la concretezza che diventa imperatività strisciante di quella sottolegale (nelle sue espressioni più corporative), e che si sottragga infine alle versioni più indistinte della teoria del bene comune, una entità questa sempre più problematica nell'individuazione, ma ancor necessaria come riferimento di fondo. Una legittimazione sovralegale, che si rifà cioè a valori o priorità che sono al di sopra della stessa legge, non può però essere sganciata da un confronto con gli interessi concreti: deve considerarli, anche se deve anticiparli e filtrarli. Si tratta quindi di individuare alcuni valori fondanti di una convivenza, che vanno accettati da ogni frazione di società economica o politica, ma anche alcune concretissime priorità trasversali a questi stessi gruppi particolari: l'ambiente, l'efficienza nella P.A. e nei servizi pubblici, una riduzione del traffico e dei consumi, un uso meno clientelare e spregiudicato del denaro pubblico (si pensi alla gestione dei mondiali di calcio), un’università e una scuola più qualificata, un'informazione pluralista, un a cultura intesa non come convegni spettacolo ma come occasioni di riflessione nella comunità civile, una politica solidarista per i settori emarginati Non si vuole in questa

sede riformulare la lista degli «occorre», ma solo evidenziare come il rilancio di valori comuni necessiti della alleanza con alcune esigenze priorità trasversali ai vari interessi (è quindi una trasversalità ben diversa da quella di cui si vocifera nei pettegolezzi politici).

Il ruolo di partiti-contenitori del maggior numero di frammenti della società civile sembra essere l'opzione, sempre più spesso teorizzata in modo esplicito, dei principali partiti: di una Dc che ha riscoperto il ruolo di polo moderato del sistema, accantonando le stagioni di esposizione ad un rischio riformatore; di un Psi che oscilla dalle pretese presidenzialistiche di stabilità a quelle tatticistiche di un «continuo movimento», all'insegna di una cultura individualista e secolarizzata; ad un Pci incerto tra una semi-innovazione per salvare le ragioni dell'identità, ed una svolta da partito radicale di massa per rapportarsi meglio al nuovo scenario. Per tutti, l'essenziale è moltiplicare i rapporti di scambio, tenendo però nella faretra qualche freccia da giocare nei momenti critici in termini di valori comuni o esigenze trasversali. Con queste premesse, ogni disegno riformatore è incolore o, peggio, strumentale. Le possibilità di rilancio di un riformismo cattolico-democratico, e quelle connesse di una ripresa di iniziativa politica della sinistra democristiana, sono collegate, tra l'altro, anche ai nodi evidenziati in queste pagine. Non è qui possibile  declinare questi nodi a livello concreto, ma è possibile riassumerli in una salutare provocazione. Una riforma della politica richiede un coefficiente di esposizione a favore di scelte a volte in contrasto col proprio vantaggio materiale, e a favore di uno stile spesso non remunerativo in termini di voto di scambio. I maestri pluridecennali di un modello di partito-contenitore moderato, esistono già, ed esistono anche nuove teorie che, strumentalizzando al ribasso la cultura della mediazione, tentano di legittimare tali pratiche. Non basta però un serio esame di coscienza. Occorre anche individuare una soglia di tollerabilità tra rappresentanza di interessi (che non vanno demonizzati a priori) e impegno per una politica che sia innanzitutto ispirata ai valori.

Tornando ai problemi più generali della democrazia, vorrei appropriarmi di una efficace metafora espressa, in tutt'altro contesto, da Otto Neurath: «siamo come marinai che devono riparare la nave in mare aperto». Aggiungerei che oggi il mare della democrazia vive il rischio della tempesta (i nuovi_ autoritarismi economico-oligopolistici più che politici) ma anche quello del vento di bonaccia (il mero galleggiamento della politica sul mare degli interessi forti consolidati). L'importante è però, in ogni caso, che la navigazione riprenda su una rotta migliore.