4 - Aprile 1990
22-30
Anteprima

«Nei punti alti del capitalismo»

Settantasei - «Nei punti alti del capitalismo» pagina 22-30
Grazie alla disponibilità del senatore Graziani possiamo pubblicare in anteprima un capitolo del suo nuovo libro sul Pci «Nei punti alti del capitalismo (da Togliatti ad Occhetto)». Dal blocco storico alle ragioni del «compromesso». I tre saggi berlingueriani, l'alternativa democratica e l'attenzione al mondo cattolico.

Nei punti alti del capitalismo: è il problema dello sfondamento socialista nell'Europa occidentale, segnatamente in Italia. È il problema che Togliatti lascia in eredità ai suoi e che indica loro nel memoriale di Yalta.

Berlinguer cerca di tradurlo in pratica attraverso la strategia del compromesso storico (una fase in cui vede possibile inserire nel sistema elementi di socialismo da sviluppare in un processo a più lungo termine); del1'eurocomunismo, inteso come tentativo di coniugare il socialismo, alle libertà un tempo considerate solo borghesi; dell'austerità, come nome nuovo della politica economica.

L'obiettivo berlingueriano è dimostrare che il socialismo, nei punti alti del capitalismo dovrebbe ricomporsi – ed essere spinta propulsiva nei suoi confronti («i tratti illiberali» dell'Urss) – con il socialismo nato nei punti più bassi dello sviluppo capitalista. A conclusione del processo, approdando àl1'alternativa, Berlinguer si accorge che il togliattismo non porta ad un socialismo nuovo e diverse. Inventa così il diversivo della terza via distante tanto dal socialismo reale quanto dalla socialdemocrazia. Ma la terza via non esiste: la svolta occhettiana nasce da quella constatazione.

I precedenti del compromesso storico offerto da Berlinguer alla Dc nel '73, dicono due cose sul rapporto del Pci con il mondo cattolico:

  1. che il compromesso è considerato possibile (e Togliatti lo ha perseguito nel dopoguerra);
  2. che esso tuttavia non è sinonimo di matrimonio senza divorzio.

L'una cosa (il compromesso) non esclude l'altra (il blocco); si evidenzia tuttavia ora l'una ora l'altra a seconda delle valutazioni che si danno del quadro politico generale e, per quanto riguarda la Dc, della tenuta della sua rappresentatività del mondo cattolico, che si spera sia momentanea o comunque scalzabile.

Il Pci, per la sua stessa natura, non solo preferisce il blocco storico ma ad esso tende comunque, in virtù della convinzione profonda della sua diversità (che è socialista e rivoluzionaria) sorretta dalla pretesa superiorità dell'ideologia che lo muove. Il «compromesso» vive in Togliatti una breve stagione, per la spaccatura fra est e ovest che obbliga tutti alla scelta di campo. Il Blocco storico torna allora in piena evidenza, sino al tentativo di creare un rapporto diretto con la Chiesa, da potenza politica socialista) a potenza politica religiosa. Quest'ultima dovrebbe avere interessi ad un rapporto con la realtà del socialismo realizzato. Togliatti non aveva avuto tuttavia il problema che egli stesso indica ai suoi successori nel memoriale di Yalta: tentare cioè la via di un potere che potesse mutare la natura borghese dello Stato.

Il vecchio leader comunista non aveva mai ritenuto primario, per un discorso di Governo, l'introduzione di elementi socialisti nell'economia. Non solo perché, da politico di razza e da letterato d'aspirazione, aveva sempre sottovalutato i problemi dell'economia ma anche perché di economie socialiste ne conosceva una sola: la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e la pianificazione centralizzata. Il socialismo era lì; gli elementi di socialismo, in una economia mista come quella italiana, c'erano già. Peraltro Berlinguer si trova invece di fronte ad un problema diverso. E glielo ha posto davanti – come dicevamo – proprio il Togliatti di Yalta, che aveva scritto, ricordiamo, di porre all'ordine del giorno la questione «della possibilità della conquista di posizioni di potere da parte delle classi lavoratrici, nell'ambito di uno Stato che non ha cambiato la sua natura di Stato borghese».

È, in altre parole, il problema stesso degli «elementi di socialismo di cui parlerà Berlinguer; in altri termini ancora, il problema del socialismo che deve farsi strada nei punti più alti del capitalismo, il che comporta innovazioni profonde nel comunismo occidentale, tali da potersi (e doversi) comunque ricomporre con il socialismo che è passato nei punti più bassi del capitalismo, credendo di poterlo spingere in avanti. Il neo-togliattismo di Berlinguer sta qui, come qui sta la chiave principale di lettura della sua stagione politica, compromesso storico, eurocomunismo e austerità compresi. Non sono, questo ci pare evidente, tre momenti separabili, se non per necessità di trattazione, bensì tre politiche che costituiscono l'articolata risposta al problema che Togliatti, l'ultimo Togliatti, ha lasciato da risolvere.

Saranno i risultati delle elezioni politiche del 1972 – nel partito che aveva creduto nel ridimensionamento della Dc e che era rimasto per questo deluso – a mettere in moto un processo che avrà una parabola ascendente sino alla conclusione del periodo delle maggioranze di solidarietà nazionale ('76'79) per precipitare con la solitaria decisione di Berlinguer di abbandonare il compromesso storico e puntare sull'alternativa. Che, tuttavia, come tale, era un passo indietro non solo nella strategia delle alleanze (e questo passi) ma soprattutto nella linea di rinnovamento del Pci, come vedremo.

Il compromesso storico nasce innanzitutto dal realismo politico. Le elezioni hanno detto che la Dc c'è sempre. Non si capirebbe tuttavia fino in fondo quell'aggettivo «storico», che Togliatti per il suo compromesso non aveva adoperato. E da escludere si tratti di una svista di Berlinguer, o della pura necessità di rafforzare, aggettivando, una proposta solo per renderla più credibile. No, l'aggettivo «storico» non è usato a caso. Perché è offerto alla Dc, il partito sino ad allora considerato guardiano di un sistema da abbattere o da rivoltare come un guanto per avere il socialismo? Neppure. Piuttosto perché il compromesso, stavolta, è prospettato nella convinzione che il Pci abbia da spendervi qualcosa di non provvisorio. Il compromesso in sé può infatti rispondere alla tattica o può essere prevalentemente strategico. Ecco, l'aggettivo «storico» si giustifica in quest'ultimo significato e lo dimostra il parallelo sviluppo dell'eurocomunismo, che altro non è se non un tentativo di creare una variante significativa di socialismo adatta a sfondare nei punti alti del capitalismo.

Alla Dc, dunque, è offerto in base al realismo politico che la vede viva e vegeta. Quando tutto si fa risalire agli insegnamenti dei casi di un Cile finito nel golpe militare, si rispetta, sì, la lettera di quanto ha scritto Berlinguer nei tre saggi su Rinascita dell'autunno del '73, ma si rischia anche di perderne il senso più profondo. È proprio all'indomani del voto politico del'72, che al Comitato centrale (29 maggio31 giugno) il relatore, Natta, riconosce già che non si è verificata, «se non in termini assai modesti, una crisi a sinistra della Dc, un distacco da questo partito di forze di lavoratori e popolari; che il dissenso cattolico ideologico-religioso non si traduce meccanicamente in fatto politico». Se a questo riconoscimento si aggiunge quel che sostenne in quell'occasione Luciano Barca, e cioè che «la Dc sul terreno concreto politico-parlamentare è di fatto l'unica forza politica in grado di richiamarsi alla dottrina sociale cattolica», si può concludere che, potenzialmente almeno, l'offerta del compromesso alla Dc sia qui, nel risultato elettorale.

Gerardo Chiaramonte era stato ancora più chiaro, qualche giorno prima, su "Il Contemporaneo" (numero di Rinascita del 25 maggio '72). Ricordando i precedenti togliattiani del dialogo con i cattolici, così si era espresso:

«Nel concreto della situazione italiana ci sembrerebbe intimamente contradditorio, e in fondo velleitario, perseguire l'obiettivo dell'unità delle sinistre laiche e socialiste in alternativa alla Dc e, al tempo stesso, quello dell'unità organica, nei sindacati, dei lavoratori comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, democristiani, senza partito».

Sicché, quando arriva il Cile siamo, semmai all'occasione buona per rendere esplicita una strategia che gli storici di Berlinguer (i benevoli come i critici) vogliono far apparire come il frutto di una improvvisa quanto solitaria decisione. Può darsi benissimo che nessuno sapesse né il momento né la formulazione esatta della proposta che va sotto il nome di compromesso storico, ma certo nel partito il gruppo dirigente aveva sentito quanto meno quel che aveva detto Natta in Comitato centra e letto quel che aveva scritto su il Contemporaneo Chiaromonte. Non sono, si badi bene, opinioni espresse qua e là: sono una relazione al C.C. con l'approvazione della Segreteria e della Direzione, e un articolo che compare su un settimanale ufficiale del Pci.

Il Cile, dunque, pare l'occasione buona per tirare le somme di un discorso avviato all'indomani della sorpresa delle urne, con la tenuta democristiana. Doppiamente utile, in quanto la sconfitta della democrazia cilena è passata per l'incapacità di Governo di una sinistra sbrindellata, quella di Unidad popular. Diciamo sbrindellata non a caso: pressata com'era dal rivoluzionarismo del MIR – che sta nel sistema con un piede e l'altro nella guerriglia – contraddetta dal massimalismo confuso dei socialisti di Altamirano, Unidad Popular si trova contro la stessa base operaia, anzi l'aristocrazia della classe operaia cilena, costituita dai minatori del rame. La sconfitta della democrazia cilena nasce da questa situazione, che comprendeva anche il rifiuto della collaborazione che la Dc aveva inutilmente offerto. I comunisti cileni l'avrebbero accettata e richiesero inutilmente agli alleati, di coinvolgere la Dc nel Governo. Il rifiuto fu in qualche modo l'anticamera del golpe militare.

Il Cile dunque insegnava che la sola unità delle sinistre, se non c'è un sistema di contrappesi, può naufragare; che il passaggio al socialismo nella democrazia non è né semplice né facile; che se non si usa la moderazione e si inceppa la macchina dello Stato, più che il socialismo vince la reazione.

Difesa della democrazia da pericoli di destra, pertanto, il compromesso storico? Non vogliamo dire che Berlinguer non abbia pensato seriamente anche a questo aspetto del problema, ma sta di fatto che la logica del compromesso storico può essere benissimo indipendente da una questione di pura e semplice difesa democratica. Basta rileggersi alcuni passi significativi dei tre saggi pubblicati da Rinascita, nelle premesse che Berlinguer delinea prima di concludere con la sua proposta. La prima è una citazione di Lenin, la seconda riguarda lo stretto rapporto che passa fra alleanza e rivoluzione. «Bisogna comprendere – e la classe lavoratrice impara a comprendere dalla propria amara esperienza – che non si può vincere (è la citazione di Lenin n.d.r.) senza avere appreso la scienza dell'offensiva e la scienza della ritirata».

Il passo di Lenin è accompagnato da esemplificazioni: la pace separata con la Germania dopo la Rivoluzione di ottobre, la Nep che Lenin introdusse mitigando il primo massimalismo rivoluzionario e stabilendo un compromesso temporaneo con «forze capitalistiche interne». La Nep, lascia intendere Berlinguer, può e deve avere anche una versione italiana. E cita significativamente la dichiarazione programmatica dell'VIII congresso ('56) in cui si dice: «si stabilisce oggettivamente una concordanza di fini fra la classe operaia, che lotta contro i monopoli e per abbattere il capitalismo; non più solo con le masse proletarie e semi-proletarie, ma con la massa dei coltivatori diretti nelle campagne e con una parte importante dei ceti medi produttivi nelle città. Ciò che consente nuove possibilità per l'allargamento del sistema di alleanze della classe operaia e delle basi di massa per un rinnovamento democratico e socialista».

Ne discende (e siamo alla seconda delle premesse dei tre saggi berlingueriani) che «è il problema delle alleanze, il problema decisivo di ogni rivoluzione e di ogni politica rivoluzionaria, ed esso è quindi quello decisivo anche per l'affermazione della via democratica».

Il compromesso storico muove dunque da premesse che non indicano un nuovo tipo di socialismo; la citazione di Lenin sulla scienza dell'offensiva e della ritirata sembra anzi sottolineare l'assenza di novità negli obiettivi di fondo, così come la strategia delle alleanze è una vecchia conoscenza in casa comunista. Sono piuttosto altre considerazioni di Berlinguer ad indicare che, sotto il compromesso, ci può essere qualcosa di diverso dal discorso della via democratica al socialismo uguale a se stesso all'est come all'ovest.

Nel terzo dei tre saggi Berlinguer da, non a caso un definitivo giudizio di insufficienza della formula di maggioranza alternativa del 51 per cento a sinistra, alla Dc e conseguentemente sostiene che non è detto che la Dc debba per forza essere forza reazionaria. Sarebbe del tutto illusorio, sostiene, pensare che con il 51 per cento un Governo di sinistra potrebbe avere garantita «la sopravvivenza». «Ecco perché noi parliamo non di «un'alternativa di sinistra» ma di «una alternativa democratica», e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un'intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico».

Certo, il mondo cattolico non è solo la Dc, ma è anche, e in politica corposamente, la Dc. «L'errore principale da cui bisogna guardarsi è quello di giudicare la Democrazia cristiana italiana, anzi tutti i partiti che portano questo nome, come una categoria astorica, quasi metafisica, per sua natura destinata in definitiva a essere o a divenire sempre e ovunque un partito schierato con la reazione».

Da qui, la conclusione: «la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Le parole sono impegnative. Berlinguer non solo aggiunge l'aggettivo storico al sostantivo compromesso ma fa precedere il sostantivo ad altri due aggettivi significativi «nuovo» e «grande». Quel che manca è tuttavia la parte che il Pci è pronto a spendere nel compromesso.

È difficile dire se Berlinguer cercasse idee precise in proposito, ma è anche chiaro che egli, togliattianamente, concepisce il compromesso storico come un processo da costruire, non come un approdo già delineato. Il partito, questo lo capisce solo fino ad un certo punto. Anzi, del compromesso dà versioni diverse. Chi capisce che non può trattarsi soltanto di una variante della vecchia strategia delle alleanze è Luigi Longo, divenuto presidente del partito, che dichiara ad un giornalista di Epoca il 4 novembre del '73:«Micorre l'obbligo di una precisazione di fondo sulla terminologia usata.

L'espressione (compromesso storico n.d.r.) non mi piace e non so nemmeno se renda bene l'idea. Il sostantivo «compromesso», specie in politica, si è caricato di interpretazioni deteriori; cioè non dà solo l'idea di un accordo ma anche di un cedimento, della rinuncia a qualche valore fondamentale. Forse è anche per questo che in anni recenti noi abbiamo usato l'espressione «blocco storico» che sottintende più efficacemente e realisticamente il significato dinamico che noi diamo all'idea di alleanza e di convergenza».

Longo capisce dunque che si tratta di qualcosa di realmente nuovo ma capisce meno che questa strada, diversa dal blocco storico puro e semplice, è qualcosa che riguarda addirittura più il Pci, il suo processo di aggiornamento, poiché opera nei punti alti del capitalismo, che non la stessa strategia delle alleanze che pur è la parte più clamorosa delle riflessioni berlingueriane. Il Pci del «compromesso storico» è infatti, e soprattutto, il Pci che tenta una risposta positiva al testamento togliattiano sul socialismo in occidente, sulla via al socialismo da aprire su un terreno difficile, quello liberaldemocratico, lungo la quale il partito deve saper modificare, e aggiornare il socialismo. E questo un punto fondamentale per capire il berlinguerismo, il neo-togliattismo che legittimamente rappresenta. Berlinguer non sposa, come abbiamo detto, la Dc; le preferisce (meglio, le preferirebbe) i cattolici senza connotazioni politiche troppo precise; solo che incontra sulla sua strada la Dc; espressione corposa del mondo cattolico sul terreno della politica, e decide che anche con questo partito vanno fatti i conti. Pronto a cambiare idea, se la Dc dovesse scomparire o illanguidire. Gli resta tuttavia sempre sulle spalle, il problema vero che è sotteso alla strategia del compromesso storico, di aggiornare cioè e di modificare le vecchie certezze del Pci: il socialismo in occidente richiede infatti più uno sforzo di inventiva che non la continuità rigida di un pensiero e di una tradizione.

Longo questo lo capisce assai meno e per questo si lamenta; teme cioè, come dice, che il Pci sia costretto «alla rinuncia di qualche valore fondamentale». Fondamentale o no, qualcosa della tradizione esso deve pur perdere, tuttavia, non tanto come prezzo da pagare per essere ascoltato dagli interlocutori che indica, quanto per essere credibile con se stesso e con la sua scommessa. Dirà Berlinguer, più tardi, nella relazione al XIV congresso (1975):«È di Lenin l'idea che il socialismo sarà compiuto solo quando la sua costruzione avverrà nei paesi più sviluppati». Questo è il vero problema che sta sotto la superficie del compromesso storico. Questo, e non altri. Sicché tutta la polemica sul compromesso storico offerto alla Dc perde molto del suo valore e del suo significato.

In questo senso, non solo è Longo a far resistenze, ma è anche Ingrao, che pur ha insistito insieme ai suoi, si può dire dalla scomparsa di Togliatti, sul nuovo modello di socialismo. La sua utopia del socialismo dal basso riflette infatti una buona dose di integralismo; scrive Ingrao su Rinascita del 19 ottobre '73: «la risposta giusta ai problemi che emergono dal dramma cileno...sta in quella che chiamiamo la strategia gramsciana del blocco storico, cioè nel costruire un sistema di alleanze che non sia semplicemente un compromesso fra interessi che restano divergenti rispetto ad un processo di trasformazione della società, ma che lavori ad unificare le forze del popolo attraverso una dinamica democratica attorno ad un progetto nuovo di assetto della produzione e dello stato, utilizzando tutti i compromessi tattici necessari...».

Se a questa interpretazione della sinistra comunista, si aggiunge quella di Gian Carlo Pajetta, sull'altro versante, («nessuno di noi pensa che alla ''svolta democratica'', al "compromesso storico” possa arrivarsi... senza, in particolare, uno spostamento dei rapporti di forza tra la Dc e le sinistre» – Rinascita del 26 ottobre) si può anche concludere che il partito mal capisce, o mal digerisce, il problema della navigazione in mare aperto e lo riduce ad una questione di alleanze, com'era nella liturgia passata e comunque a quel blocco storico che pone pochi problemi alla cultura del partito. Si tratti pure, come per Ingrao, della novità del socialismo dal basso, che è rimasto costantemente allo stato di esigenza senza precisarsi meglio.

Che non si tratti, in Berlinguer, di nozze con la Dc, lo si vedrà del resto abbastanza presto in occasione del referendum sul divorzio, nella primavera del '74. Il Pci prima cerca di evitare questa prova – che sa difficile per la spaccatura che può crearsi con il mondo cattolico – successivamente, visto che una parte del mondo cattolico ha addirittura votato contro l'abrogazione della legge, diminuisce in parallelo il suo interesse alla Dc.

Quando il referendum è fatto e realismo vuole che nonostante tutto, la Dc non sia data per abrogata con esso (il sì ha ottenuto un quaranta per cento di consensi), sembra riaprirsi l'orizzonte di «rosicchiare» l'elettorato cattolico che le elezioni del '72 avevano dato per chiuso. Al comitato centrale dei primi di giugno del '74, commentando i risultati del referendum, Berlinguer ha subito toni duri verso la Dc (è «un partito di mera occupazione del potere») mentre trova incoraggiamento nelle posizioni espresse dai cattolici del no («una serie di fermenti e di spinte innovative – dice – vengono prendendo forza nel mondo cattolico organizzato, convergono nella ripulsa di una linea integralista e retrograda. La situazione del mondo cattolico è entrata in una nuova fase di movimento. Non ci sarebbe bisogno di ripetere che la nostra politica nei confronti delle masse cattoliche e delle organizzazioni che le rappresentano non si esaurisce nel considerare soltanto la dc, ma guarda anche, oltre che alle istituzioni del mondo cattolico, a tutte le sue espressioni o movimenti».

Il compromesso storico sembra così entrato in crisi, nella versione, s'intende, dell'offerta alla Dc. Meglio ancora, mostra che, incorporato, resta il tema del blocco storico. Al punto che Lombardo Radice, intervenendo sulla relazione Berlinguer, si chiede se la Dc non sia un fenomeno anomalo nei confronti del Concilio Vaticano secondo e se non sia necessario piuttosto guardare al mondo cattolico divenuto adulto con il referendum.

Il Pci è ora parimenti tentato dal mondo cattolico, divenuto adulto come dice Lombardo Radice, e dalla possibile guida di un mondo laico dimostratosi maggioranza nel paese. Così, mentre Berlinguer ripiega verso il blocco storico, Paolo Bufalini su Rinascita del 25 maggio '74 si inebria all'idea dei «lumi» risorti con i risultati del referendum sul divorzio («direi che dopo ottant'anni si possa dire questo per l'Italia: i lumi sono accesi dappertutto: dal Nord al Sud, l'Italia non torna indietro»).

Una posizione culturalmente polivalente (unita al senso di misura mostrato prima del referendum sullo stesso tema del divorzio) dà i suoi primi consistenti frutti nelle elezioni amministrative del 1975, pedina di lancio per il grande balzo in avanti alle politiche del '76 che porta il Pci a ridosso della Democrazia Cristiana. Il XV congresso (marzo del '75) ha comunque confermato la formula del compromesso storico, che è ora offerto un po' a tutti, e l'incidente del ritiro della delegazione democristiana che assisteva ai lavori del congresso dopo la decisione dei comunisti portoghesi di abrogare il partito «fratello» alle elezioni in quel paese indica, dopo tutto, un clima assai teso fra Pci e Dc.

Abbiamo detto che il compromesso storico è soprattutto una sfida del Pci a se stesso, un momento della risposta complessiva al problema indicato dall'ultimo Togliatti. Aggiungiamo che se la parte più clamorosa è l'offerta alla Dc e ai cattolici, con gli alti e bassi che abbiamo intravisto e che porteranno il partito, nel '76, candidando un gruppo cattolico nelle proprie liste, a cercare di farsi il compromesso in casa, non meno interesse il Pci mostra verso le forze politiche della sinistra e le formazioni laiche; non meno interesse ancora mostra verso le classi imprenditrici, mentre timidamente si apre ad una problematica europea da sempre esclusa.

È un esercizio difficoltoso, specie per quanto riguarda la parte del compromesso offerto alla classe imprenditrice, che sta piuttosto stretto nelle affermazioni ideologiche che lo accompagnano. Ai primi di novembre del '74, organizzato dal CESPE e dall'istituto Gramsci ,il Pci tiene a Milano un convegno sul tema «la piccola e media industria nella crisi dell'economia italiana». «Colpiti dalla crisi – scrive su l'Unità del'8 novembre Luca Pavolini – e giustamente preoccupato per il futuro, gli esponenti della piccola e media azienda hanno ascoltato con attenzione, hanno detto la loro, hanno insomma avviato un dialogo con una grande forza operaia e democratica». La portata dell'avvenimento è meglio precisata su Rinascita del 15 novembre da Fabrizio d'Agostini, secondo il quale due sono le novità emerse: «il riconoscimento del Pci come possibile forza di Governo da parte di strati e settori sociali che non si riconoscono e continuano a non riconoscersi nella linea politica e in tutti gli obiettivi dei comunisti; e insieme la verifica concreta e pubblica delle concezione comunista delle alleanze e del pluralismo, della possibilità reale del processo di formazione di un blocco sociale che dia al paese un Governo nuovo e uno sviluppo diverso dal passato».

Ma è nella relazione che Berlinguer tiene al comitato centrale, in preparazione al XIV congresso del partito, che questa strategia, e le sue contraddizioni, appaiono più evidenti. Risuona, in quella relazione, una parola d'ordine quasi strana – per non dire straniera in un linguaggio della sinistra di allora, tutto rivendicazioni: quella del «duro sforzo». «Duro sforzo vuol dire – si legge nella relazione – che bisogna produrre di più, non sprecare ma risparmiare e impiegare bene ogni risorsa, riconvertire l'industria e riorganizzare le attività economiche e amministrative secondo criteri di efficienza e di rigore, duro sforzo vuol dire che insegnanti e studenti ritrovino l'impegno alla severità e alla disciplina degli studi duro sforzo vuol dire infine reagire a tutte le manifestazioni di delinquenza e di immoralità per ricreare, contro forme di egoismo e di individualismo esasperato, il senso della solidarietà e del mutuo sostegno fra gli uomini». Produrre di più, tornare alla severità degli studi, alla solidarietà: è un linguaggio che anche la sinistra istituzionale ha smarrito da tempo nel concreto della vita civile; produrre di più suona bene all'orecchio degli industriali (sbrigativamente e ottocentescamente chiamati «padroni») e di tutti coloro che non credono, ragionevolmente, che la distruzione o la mancata produzione siano un bene; severità e disciplina negli studi suona bene agli occhi di chi mostra stanchezza per il lungo strisciante gioco della contestazione. Il Pci, nel vivo del sociale, non si distingue dai gruppuscoli di sinistra ma il padrone del disordine può essere anche in grado di riportare l'ordine. E il socialismo che viene proposto, qual è? Berlinguer tratteggia i connotati di questo socialismo in forme piuttosto vaghe, non molto lontano tuttavia dalla terza via che sarà la caratteristica del suo ultimo periodo e il dato caratterizzante il congresso di Milano del 1983. Il socialismo nei paesi sviluppati è certamente una novità rispetto alla quale il precedente del socialismo reale può aiutare solo fino ad un certo punto. Fondere Lenin con Kautsky o è una quadratura del cerchio o è un rebus la cui soluzione non si vede; Berlinguer se ne rende conto e, per il processo che il Pci ha iniziato con la sua segreteria, il problema, all'immediato, lo rende come «di misure e indirizzi che sono per alcuni aspetti di tipo socialista». Prospettare alcune misure di tipo socialista dice Berlinguer senza per questo scendere nei particolari che pur sarebbero interessanti – non è in contrasto con l'esigenza preminente di mantenere ed estendere il più ampio schieramento di forze sociali e politiche, che non si richiamano al socialismo. Non è neppure «statizzazione» dell'economia. Il modello di sviluppo nuovo non implica affatto la statizzazione di tutta l'economia, né la scomparsa di quei meccanismi di mercato che costituiscono un criterio necessario per misurare l'economicità e per verificare la validità delle scelte produttive delle imprese pubbliche e private».

Se gli elementi di socialismo stanno indietro in questo orizzonte (salvo la precisazione dell'ampiezza della statizzazione) non ci sarebbe neppure bisogno di grandi rivolgimenti per introdurli. In buona misura infatti ci sono già. Il fatto è che il socialismo, una volta che non ci si serva fino in fondo del leninismo o del kautiskismo, è come l'araba fenice. E nella relazione al congresso (marzo '75 Roma) Berlinguer terrà in alto la pianificazione dei paesi del socialismo reale. «È un fatto – dice fra, gli applausi – che nel mondo capitalistico c'è la crisi, nel mondo socialista no». Il problema del socialismo, in questo congresso, sembra essere di modifiche istituzionali, non di grosse virate nel campo della politica economica. Dice infatti Berlinguer: «Al di là dei modi e delle istituzioni politiche in cui la costruzione del socialismo si è realizzata finora e che per molti aspetti, anche essenziali, non possono essere quelli in cui si realizzerà in altri paesi del mondo, si dimostra così che il socialismo, attraverso una pianificazione e un'effettiva direzione dell'economia nazionale nell'interesse della collettività, è in grado di garantire la continuità dello sviluppo produttivo e la crescita progressiva del benessere sociale».

Se questa affermazione viene posta in parallelo a quanto dichiarato in comitato centrale sulla statizzazione e sul mercato, quest'ultimo si ridimensiona, e non poco. La mancanza di crisi economica nei paesi del1'est è data per dimostrata senza l'onere di una prova. Quando è noto, per lo meno, che, qui, l'equivalente dell'inflazione è la mancanza di generi da acquistare.

Non solo, Berlinguer parla anche di una superiorità morale dei paesi socialisti, «mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e di valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e di disgregazione». Ora non v'è dubbio che, all'est, fenomeni come la pornografia non hanno diritto alcuno di cittadinanza. Non v'è dubbio, ancora, che la prostituzione sia scomparsa dalle strade in Vietnam una volta che gli americani ebbero abbandonato il paese. Ma non v'è parimenti dubbio che il Pci e tutte le sinistre hanno in quel periodo, e anche dopo, un atteggiamento schizofrenico di fronte a problemi come questo. In Occidente, in Italia, strillerebbero come aquile, in nome della libertà, se tanto tanto ci fossero proposte limitative dei pornografi e della pornografia. Si può dunque salvare la superiorità morale dell'est (ispirata alla non libertà) ma si teme, come antilibertaria, qualsiasi iniziativa che riducesse il gap imputato all'occidente.