Caro direttore, l'esperienza politica che in questi ultimi anni ci ha accomunati nella Democrazia Cristiana, prima nel movimento giovanile e poi nel partito, ha sempre avuto un denominatore comune: la rincorsa ad un nuovo modo di far politica, di essere in politica; in sostanza, perseguire con tenacia e determinazione il rinnovamento della politica. Attorno, cioè, a questo obiettivo «alto» abbiamo profuso energie e sforzi, intelligenza e militanza e, sicuramente, il nostro percorso politico, seppur lastricato da carenze e manchevolezze, viaggerà ancora in quella direzione.
Orbene, la rivista «Settantasei», come molti altri strumenti, cerca autorevolmente di inserirsi in questo sforzo lanciando una sfida entusiasmante e convincente: proviamo a cambiare le regole, il metodo e i contenuti della politica. Con particolar riferimento, com'è ovvio, alla Democrazia Cristiana. Ma allora, perché questa battaglia di svecchiamento politico e culturale ci vede divisi all'interno del partito, ben saldi nelle rispettive casacche, fortemente ancorati ad un modello di partito sostanzialmente immutato in questi ultimi anni? Sono domande legittime che, a mio parere, dovrebbero sfociare in un confronto politico meno accademico e superficiale, e più pertinente invece agli importanti messaggi che periodicamente lanciamo nel dibattito interno alla Democrazia Cristiana.
Innanzitutto occorre perdere la presunzione di essere gli unici interlocutori del rinnovamento. Non è ammissibile riservare alle «proprie» proposte l'aureola della purezza, della sfera incontaminata, dall'unica risposta progressista ai problemi, complessi e per certi aspetti drammatici, che attraversano la nostra società. Anch'io mi riconosco nella tradizione politica e culturale della sinistra democratico cristiana che, con le solite etichette giornalistiche, ci ha bollati «sinistra sociale», quasi in alternativa alla «sinistra politica» e comunque minoritari rispetto alla presunta miglior elaborazione dell'Area Zac.
Non è, e non vuol essere, un rilievo polemico. E una semplice constatazione: dobbiamo spogliarci di un abito ormai troppo stretto per la rapidità della nostra società, abbandonare le vecchie litanie dei detentori dell'elaborazione politica, buttare alle ortiche la convinzione che senza la nostra guida il partito è destinato inesorabilmente alla sconfitta ed alla emarginazione. Certo, l'unità politica del partito resta intatta, appartiene a tutti i democristiani, ma non dobbiamo cadere nella ricorrente tentazione che «Après moi la deluge». Sotto questo profilo il confronto tra di noi è quantomai urgente e necessario per evitare di essere «ingabbiati» sin d'ora in una logica tutta interna al partito, e dall'altro di dare per scontato alcuni aspetti costitutivi della nostra gloriosa esperienza storica e politica. Ed è proprio attorno alla nostra esperienza storica di partito democratico cristiano, così come si è sviluppata nella nostra società, che la nostra riflessione dovrà soffermarsi. A ben guardare, l'Italia, tra le potenze industrializzate, rappresenta l'unico esempio di paese arretrato e contadino che ha subito una rapidissima trasformazione industriale, conservando e potenziando, nel frattempo, ogni forma di libertà. Infatti, laddove le libertà appaiono – come nelle. altre democrazie occidentali – altrettanto vive e radicate, il processo di trasformazione è avvenuto, non in pochi decenni, ma lungo circa 200 anni di storia. Laddove – come nei paesi a direzione comunista – l'industrializzazione non è stata altrettanto rapida e forzata, il prezzo pagato sul piano dei più elementari diritti umani è stato altissimo ed incalcolabile. Ma se in Italia tutto ciò è stato possibile, lo si deve soprattutto alla presenza, non esclusiva ma determinante, di un grande partito popolare di ispirazione cristiana che, seppur attraverso difficoltà ed incertezze, ha sempre saputo conciliare la difesa della persona con la solidarietà versoi più deboli, la libertà con la liberazione. Siamo, cioè, di fronte ad un modello storico che ha dato risultati ben precisi ed ha finito con l'assegnare alla Dc italiana per le sue caratteristiche popolari e cristiane una funzione che trascende l'esperienza italiana e che rappresenta un punto di riferimento per movimenti e iniziative presenti in altre numerose comunità nazionali.
Se tutto ciò è vero, credo non possano esistere dubbi sulle priorità che devono caratterizzare il nostro impegno di democratici cristiani in questa fase storica. Certo, vi sono esigenze quotidiane di stabilità politica e di governabilità che vanno salvaguardate; così pure non sono pochi i problemi d'ordine economico e sociale e d'ordine istituzionale che interessano lo sviluppo democratico del nostro paese e che meritano tutta la nostra attenzione. Ma sarebbe un errore tragico se ci chiudessimo in noi stessi nell'illusione di poter coltivare i nostri piccoli orticelli mentre fuori di noi soffia il vento poderoso della libertà e dell'emancipazione dei popoli e dentro di noi urge il richiamo non eludibile del magistero di Pietro.
Attorno a questi temi, caro Direttore, non possiamo, appunto, coltivare i nostri orticelli per assecondare la «cultura della setta». Non credo che nella Dc degli anni '90 esistano i «censori» o gli «inquisitori», pronti a chiudere il dibattito ed a marginalizzare il dissenso interno, di qualunque natura siano. Esacerbare i contrasti, deplorare atteggiamenti che fino a ieri sono stati commessi scientificamente, accusare di mancanza di iniziativa politica su temi certamente importanti, ma sino all'altro giorno né affrontati né risolti, non può costituire una seria base di analisi e un buon inizio. Semmai, il confronto dovrà svilupparsi, hic et nunc, sul partito che vogliamo costruire senza essere prigionieri delle formule del passato e legati alle convenienze di bottega che non producono politica, né tantomeno, classe dirigente.
In concreto, come nel 1942 i cattolici democratici sotto la guida di De Gasperi, in previsione del crollo del fascismo, furono capaci di elaborare le famose «Idee Ricostruttive della Dc» così, noi, oggi, dovremmo, in previsione del crollo planetario del comunismo, raccoglierci in uno sforzo di elaborazione politico culturale, dal vasto respiro progettuale. Credo che, superando angustie provinciali e piccole diatribe correntizie, debba essere soprattutto questo il compito che ci attende, come democratici cristiani, nei prossimi mesi ed anni.
Per questo, caro Direttore, il ruolo che può giocare una rivista come «Settantasei» è decisivo per le sorti future della sinistra democristiana. Un passo falso sarebbe letale non solo per una componente, ma per un'intera generazione che crede ancora nei valori e nel patrimonio inesauribile del cattolicesimo democratico.
Caro Giorgio,
a dimostrazione di una capacità autocritica che chiedevi nella tua interessante lettera, il primo fatto che ti offriamo in segno di una diversa qualità della politica, che dalle pagine di Settantasei costantemente propugniamo, è che ti daremo non la risposta di un singolo che esercita “personalmente” la funzione di Direttore politico, o responsabile, bensì quella della redazione che, insieme al gruppo fondatore dell'associazione e della rivista, vuole essere, per Il futuro un “collettivo pensante”. Almeno per quanto è possibile.
Non siamo una setta
Noi non siamo e soprattutto non vogliamo esserlo in futuro una «setta”.
Lo dimostra, crediamo, il «taglio» degli articoli, in cui non facciamo «sconti» a nessuno, anche nella ex·«area Zac». Vogliamo però crescere nella chiarezza. Se essa ci fosse stata più spesso in passato, nella Dc come nella stessa sinistra Dc, forse non assisteremmo a «pasticci» in ogni Consiglio Nazionale. Forse ci si dividerebbe nella Dc per ragioni politiche evidenti alla gente, con un guadagno netto sia per Il partito, sia per la gente. Soprattutto, i Congressi finirebbero nei tempi giusti, con vincitori e vinti e non con «pastette» dell'ultim'ora.
Noi crediamo che ciò presupponga, d'ora in poi, che la «fedeltà canina» non faccia più premio sulla lealtà. Siamo degli illusi? Ciò che scrivi tu stesso e ciò che ci ha scritto anche Mauro Fabris, ci dimostra il contrario. Che, cioè, è possibile un cammino politico serio della Dc su nuove basi di confronto, di dialogo, aperto e leale.
E questo avviene perché sia Merlo che Fabris, che noi, ci diciamo cose vere, e pubblicamente. È già questa una «Nuova Politica».
Per una nuova sinistra dc
Che le divisioni tra sinistra politica e sinistra sociale siano ormai retrodatate è un fatto. Forse ancora c'è da fare qualche passo, ma l'importante è saperlo. Ognuno di noi sa che non ci sarà riforma della politica senza riforma istituzionale, cioè le regole. Ma ognuno di noi sa, anche, che riforme istituzionali sono anche le riforme sociali di cui il Paese ha bisogno per non cadere né nel «consumismo» né in una sorta di «capitalismo statalista». Se cosi non fosse si tratterebbe solo di mera ingegneria istituzionale. E tu sai che queste idee noi le diciamo da tempo.
Un partito di programma, popolare e progressista
Ma perché non ci si fermi a dei semplici slogan, dobbiamo fare in modo che il nostro partito non si faccia costringere nell'angolo della moderazione, nella conservazione delle buone ragioni del passato. Che sono, appunto, passato.
Che Il partito proponga al Paese un nuovo patto politico e sociale per il futuro. Che questo programma abbia riferimenti sociali reali nel Paese. Che permetta a questi riferimenti sociali di concorrere alla democrazia, avvicinando ad essi le istituzioni. C'è dunque bisogno di un programma. C'è dunque bisogno di un progetto che poggi su valori condivisi dalla società civile. E allora su questo non c'è dubbio che dobbiamo e possiamo confrontarci. Settantasei a fine giugno organizzerà una sua assemblea programmatica «aperta». Caro Giorgio, peggio per te. Da oggi sei iscritto d'ufficio.

