8-9 - Agosto-Settembre 1990
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Editoriali

Questa Dc della paura

Settantasei - Questa Dc della paura pagina 7

Questa nostra Dc è ormai governata dalla Paura: quella di infastidire il Psi, tipica di Forlani; e quella propria di Andreotti, di perdere quel potere cui egli tiene con tanta lucida determinazione.

Manca invece l’unica paura che dovrebbe scuotere le coscienze della classe dirigente democristiana: quella di perdere, confuse in mezzo agli obiettivi di mera sopravvivenza, le ragioni più profonde e con esse la capacità di trasmetterle di una presenza democratico cristiana in questo Paese.

Accade così che chi guida la Dc si illude che, pur tutto mutando nel mondo, nulla muterà nel sistema politico italiano e nel comportamento elettorale del popolo italiano.

Questa presunzione rischia di essere fatale per il nostro partito.

Siamo in emergenza, allora. E la sinistra dc, per affrontarla davvero nell'interesse generale del partito deve porsi alcuni obiettivi precisi, ben individuati cui accompagnare una stringente logica comportamentale.

Se potessi scrivere l'agenda dell'incontro di Chianciano porrei, come condizione necessaria ancorché non sufficiente, quattro obiettivi da centrare a breve e tre modalità comportamentali da rispettare. Senza le seconde ben difficilmente sarà possibile raggiungere i primi. I quali sono:

  1. Ridare dignità alla Dc nel rapporto con gli altri partiti. Subordinare tutto alla stabilità dell'esecutivo, come fa Forlani, è suicida: se si esclude Palermo (e sappiamo come è andata...) non una delle principali città/aree metropolitane ha un sindaco Dc. Con la legge di riforma delle autonomie locali da attuare!
  2. Recuperare legittimità al sistema politico, e al partito, presso l'opinione pubblica. E, ancora e sempre, la questione morale. La politica ridotta ad affare uccide inevitabilmente la democrazia. É il pericolo più grande che corriamo.
  3. Riaccendere una fiammella nel rapporto col mondo cattolico. Oggi è più che mai indispensabile. E non è solo una questione di valori. Lo è anche di forza elettorale: non dimentichiamoci che la funzione di baluardo anticomunista da ora in avanti verrà solo ricordata nei libri di storia. Non esiste più.
  4. Lanciare una speranza per il futuro. Occorre come non mai una visione lunga, una politica che sappia guardare al domani, e al dopodomani, e non unicamente alle convenienze dell'oggi. Anche la classe dirigente della sinistra deve cominciare ad investire nelle nuove generazioni se vuole dare una possibilità alle nostre idee di valicare il Duemila.

Obiettivi ardui, e non sono i soli. Ecco perché è davvero importante, dico indispensabile, innovare profondamente il modo di fare politica, nelle parole come negli atti. E ciò significa, in primo luogo, ritrovare quella perduta capacità di parlare dei problemi della gente comune e non solo delle tematiche care al Palazzo di pasoliniana memoria. Come possiamo pretendere di riavvicinare la politica alla gente se non ne parliamo il linguaggio, se non ci occupiamo, ricercandone soluzioni, dei servizi che non funzionano, delle tasse troppo alte e pagate da troppo pochi, dei mille ostacoli burocratici che complicano la vita di ognuno?

Significa, per corollario, parlare con chiarezza. Anche fra di noi. Deve finire il vezzo delle mezze frasi, delle allusioni, del detto e non detto, degli inutili fioretti che non vanno al fondo dei problemi, dei contorcimenti verbali. Si dica su cosa si concorda. E su cosa no. Altrimenti chi è fuori dall'inner circle dei politici di professione non distinguerà mai le vere posizioni. Tipico di questo modo di fare è stato il nostro comportamento al convegno di Forze Nuove.

Infine, significa bando ai personalismi. Bisogna riprendere a stare insieme su comuni giudizi politici, non su questo o su quel leader (o presunto tale). É questo l'unico modo, tra l'altro, per far scoprire le carte a tutti, per invitare tutti al dialogo, per ottenere il massimo da ognuno. Anche così si riforma, in meglio, la politica.

Vogliamo cominciare da Chianciano ’90?