Uno schiaffo ad Andreotti. Una espressione tutta isolana e mediterranea della protesta leghista. Una sorta di singolare "effetto Masaniello". Un problema in più per un Pci che di tutto avrebbe bisogno meno che di guai di questo genere. Sì, nella vittoria di Leoluca Orlando a Palermo c'è stato tutto questo. Ma non solo. Dietro quei settantunomila voti di preferenza che hanno fatto sobbalzare di rabbia o allegria le prime pagine dei giornali forse c'è qualcosa di più. Qualcosa di più importante, un segnale atteso da tempo dalla sinistra dc e temuto non soltanto dalla maggioranza dello scudocrociato la prova è che la Dc, vestita di programmi di rottura, progressisti, in una parola, insomma, di sinistra, può vincere. Che il futuro dello scudocrociato, anche di fronte ad un'alternativa più o meno lontana, non è necessariamente quello di un partito moderato, conservatore, sospinto dal suo immobilismo sul versante destro dello schieramento politico.
Sembrerebbe una scoperta dell'acqua calda se negli ultimi anni questa idea, antica, antichissima, che affonda le sue radici nelle origini del partito popolare, non fosse stata tanto enunciata quanto disattesa nei fatti. L'area Zac di questa ipotesi ha sempre fatto il suo cavallo di battaglia principale. Ciriaco De Mila nei suoi sette anni di segreteria l'ha sempre ripetuta. Ma pian piano, di fronte ad un Psi sempre più aggressivo, ad un Pci ormai deciso a seppellire anche il ricordo del compromesso storico, negli stessi sostenitori s'è andato insinuando il dubbio. Al punto che lo stesso De Mila, una volta asceso al soglio di Palazzo Chigi, ha evitato di spingersi più di tanto su questo versante. In parte perché condizionato da un pentapartito poco propenso agli esperimenti. Ma probabilmente anche per il timore che una politica troppo spostata a sinistra non fosse esattamente un toccasana per le cifre elettorali della Dc. E invece...
E invece il risultato siciliano adesso sta lì a dimostrare, almeno in parte, il contrario. Inaspettatamente ma non troppo Orlando ha trionfato, inaspettatamente del tutto ha stravinto anche la Dc. In molti, nei giorni successivi al voto hanno archiviato l'evento con una analisi facile facile: lo scudocrociato ha trionfato perché ai voti clientelari (per non dire di peggio) di sempre, ha sommato i voti in stile "peronista" raccolti dal capolista. In politica la semplicità è spesso un pregio, ma non sempre le spiegazioni semplici sono le più realistiche. Davvero un cocktail di questo tipo basta a far prendere 10 consiglieri in più, a regalare la maggioranza assoluta dei seggi, a far compiere salti percentuali dell'ordine del 10 per cento? Francamente è un po' difficile sostenerlo. E poi, non è stato premiato soltanto Orlando. Su 42 consiglieri eletti ben 22 sono della sinistra. Una sinistra molto eterogenea certo, a Palermo forse più divisa che a Roma. Ma comunque premiata, insieme al resto del partito, da un'immagine di novità, di rottura con il passato, persino di opposizione, trasmessa dal sindaco e dalla sua giunta esacolore.
É stata questa l'immagine, questa sensazione, in realtà, la molla che ha fatto scattare il consenso alla Oc in proporzioni inimmaginabili alla vigilia. Ci sono un paio di episodi che costituiscono una controprova evidente di ciò. Il primo lo raccontano pubblicamente con tono sconfortato i comunisti palermitani, ricordando come, al termine dei loro comizi, la gente I fa intorno agli oratori per rassicurarli: "non vi preoccupate compagni: qui votiamo tutti p r Orlando". E il secondo lo sussurrano sfottenti i candidati della "Dc di sempre" che, fiutato come tirava il vento nelle piazze, hanno cominciato negli ultimi giorni di campagna elettorale a far stampare "santini" con il loro nome accoppiato a quello del sindaco. Per far dimenticare la loro opposizione alla "primavera del Palazzo delle Aquile", per poter lucrare su una posizione politica capace di trascinare persino più d Ilep1 m se o della paura.
Con molta testardaggine, molto coraggio, molta fantasia, qualche passo falso e anche un tocco di guasconeria, Leoluca Orlando, in pochi anni, è riuscito dunque a creare un fatto politico forse più importante delle elezioni 1990. Un fatto che, in prospettiva, può mutare il panorama politico più della caduta comunista e della avanzata dei Carrocci. Perché ora porre all'ordine del giorno del congresso democristiano la domanda che il sindaco di Palermo ha intenzione di porre non è più un proposito idealistico velleitario. "La Dc è quella che ha cercalo di manifestarsi a Palermo ed altrove, oppure è un partito popolare moderato?". Il quesito può anche essere lasciato cadere nel vuoto da uno scudocrociato rinfrancato da un risultato che tutto sommato allontana un po' la prospettive di un alternativa, non del tutto soddisfatto da cifre sì modeste, ma non disastrose. Ora però c'è la prova che non si tratta più di un quesito soltanto teorico, che la strada obbligata non è soltanto una, che le altre non sono pura utopia. Questa Dc che in campagna elettorale sfodera gli stendardi del '48 e i vessilli dei trionfi democratici dell'Est può anche far finta di non sapere che in entrambi i casi i consensi arrivarono ed arrivano in base ad una percezione di progresso, di cambiamento e non di conservazione dello "status quo". Può farlo, in fondo non sarebbe la prima volta. Ma in questo modo non farebbe altro che rassegnarsi ad un declino più o meno lento, che non sarà esorcizzato né dalle lugubri allusioni preelettorali alla pena di morte, né dalla tenuta del "voto di scambio" nel Sud sempre più insanguinato.

