8-9 - Agosto-Settembre 1990
23-25
Mondo cattolico

Una crisi positiva

Settantasei - Una crisi positiva pagina 23-25
Intervista a Giovanni Bianchi, presidente delle ACLI. I partiti non "contengono più". L'associazionismo, di contro cresce, ma ha bisogno (ed è questa la novità) delle istituzioni. Se però vogliamo una riforma dello Stato bisogna affrontare il nodo istituzionale, che solo può garantire davvero la nascita dello "Stato-espressione" dei cittadini.

La prospettiva della Conferenza nazionale della Dc è abbastanza incerta, ma nel caso ci fosse, in che cosa dovrebbe essere diversa rispetto all'Assemblea degli esterni, per esempio?

In questo senso il déjà vu sarebbe francamente deleterio, perché le memorie sono lunghe ma soprattutto gli esiti, credo, siano scontati in questo senso. Mentre dal mio punto di vista, dal punto di vista delle Acli, mi pare che un'assemblea debba avere come nodo centrale il rapporto, da una parte tra autonomia delle forme della politica, o meglio della "forma-partito" in questo caso, dall'altra con quelle autonomie che sono cresciute dentro il sociale. A partire da un ceppo antico o anche in forme nuove, sto pensando a tutte le diverse costellazioni o alla nebulosa del volontariato: è un concetto che, ostinatamente, definisco sturziano, di rapporto con questa "autonomia del civile". Perché è fondamentale? Perché non basta, da questo punto di vista l'esorcismo, ad esempio delle leghe. Nel punteggio del sen. Umberto Bossi ci sono anche tutte quelle autoreti, e forse sono più che non i gol segnati da lui, che i partiti hanno fatto nella propria porta, dilagando laddove non dovrebbero essere ed essendo latitanti laddove la gente si aspetterebbe che fossero. Allora cosa è il dato nuovo di questa politicità? 

É mia convinzione che questi siano tuttora partiti popolari, anche se un po' vulnerati e spesso non più presenti in alcune zone, nel cuore della gente. La crisi delle sezioni credo sia spiegabile così. Allora a me pare che una chance, la frontiera su cui la popolarità di un partito può oggi essere giocata, e qui tutto un patrimonio cattolico e democratico ci aiuta, è in un nuovo raccordo con quelle formazioni del civile che muovono lungo la linea di solidarismo. ovviamente non sto presentando il civile come luogo assoluto della novità, una sorta di "Maria Goretti del sociale", non è che sia senza macchia, anzi molte volte chiede protezione piuttosto che promozione e sbaglia; però mi pare che lo strutturarsi dentro la complessità di queste forme, che peraltro sono antagonistiche a quelle che poggiano invece tutto sulla corporazione e sul privatismo. sia un modo per ricaricare nella formula di un rapporto tra autonomia del sociale e autonomia della forma-partito, il rapporto di un partito popolare. Per ridargli sostanza, per ridargli cultura, per ridargli gente che abbia ancora voglia di politica. Questo secondo me è, il tema centrale, il più moderno con il cuore antico, per un partito che voglia essere popolare, quindi è il problema centrale per un'assemblea che non voglia discutere d'altro rispetto ai problemi dell'oggi e del futuro.

 

Sei stato assertore, in maniera originale, di un rischio, che è quello della democrazia "discutidora", credi siamo arrivati già a questo?

Forse siamo a un passo dal regime, e se non ci siamo ancora, vi sono rischi in questo senso. Il rischio è profondo nella misura in cui la politica sembra rassegnarsi al ruolo dell'intendenza, delle salmerie, pensando che l'innovazione sia il terreno precipuo, sequestrabile, della "Tecnica", come la potrebbe definire Severino, e quindi dell'organizzazione economica. Questa politica è chiamata ad interrogarsi, e quindi questi partiti e questo Parlamento, sul fatto se ha voglia di futuro, se è capace di futuro, se non si rassegna fare l'intendenza, ad essere le salmerie che comunque seguiranno all'innovazione tecnologica. Questo mi sembra il punto vero, la discriminante epocale in una fase come questa. Rispetto a questa situazione io credo ci siano in giro numerosi anticorpi, ci siano delle reazioni, ed io ho letto così la battaglia sull'emittenza, proprio perché il problema dell'informazione è centrale in una democrazia, non pensando che questa democrazia possa essere salvata negli scantinati dalle vestali del ciclostile. Mi pare che il segno di una ripresa associativa (noi consegniamo ogni due anni al Cnel un rapporto sull'associazionismo in Italia) parla di un consolidamento, e si noti bene, non un consolidamento in alternativa alle istituzioni: l'associazionismo è più forte laddove funzionano le istituzioni; il che significa che anche questo tipo di rapporto è possibile. Continuo a dire che guardo alla diagnosi di Touraine sulla Francia laddove dice che partiti e società stanno non più faccia a faccia ma schiena a schiena e però non condivido la sua soluzione quando sostiene chela debolezza di questi partiti è la forza di questa democrazia. Quindi continuo con caparbietà a vedere in questa società civile tutta una serie di anticorpi rispetto ai pericoli di regime che ci sono; di gente che non si rassegna a non pensare al futuro, a lasciarsi incasellare nel futuro pensato soltanto da una tecnica gestita dai grandi gruppi di potere. Questa è la vera discriminante, se la politica sceglie di essere ancillare rispetto a questo disegno o se anziché dichiararlo cerca di esercitare tutto il proprio ruolo e la sua primazia.

 

Ma è possibile questo primato della politica oggi, in questa società?

lo credo che questo sia possibile e che un segno in questa direzione siano tutte quelle battaglie, la lobby popolare è poi questa, dentro la società civile: la battaglia sulla droga, la battaglia sull'emittenza, la stessa battaglia referendaria su cui devo confessare una cosa: quando noi siamo partiti con i referendum, anche alcuni di noi pensavano che i partiti nella parte finale ci avrebbero superati, avrebbero conglobato tutto. Non è successo e non perché i partiti abbiano acquisito un maggiore galateo ma perché non sono più in grado di farlo.

Il problema è vedere come questo radicamento popolare si esprima direttamente da civile, e non in alternativa rispetto ai partiti ma come sollecitazione. Allora un procedere su questi temi per grandi battaglie democratiche a partire dal civile con la formula dei "cartelli" (abbiamo fatto il cartello "educare senza punire", ci siamo impegnati sui referendum ecc.), mi sembra un fatto possibile, reale dentro questo tipo di dinamica e ciò che cambia il dato di una equazione che altrimenti ci porterebbe dentro il regime. C'è il problema di riconoscere questa politicità della società civile, in sé ma non soltanto per sé, proprio perché appetisce a un rapporto con il Parlamento e con i partiti. Questa mi sembra davvero la sfida che si sta giocando in questo paese, laddove la trasversalità di questi schieramenti non è una scelta. Oggi chi sceglie di fare una battaglia su un tema, proprio perché la società è complessa (almeno Luhman dovremo averlo letto e qualcosa ricordarci da questo punto di vista), proprio perché le ideologie sono cadute ritrova amici ed avversari per quel tipo di battaglia. Quindi io continuo a sostenere che tutto il discorso sulla "trasversalità" non è un discorso da ricondurre ad una scelta politica. No, la trasversalità è un fatto che si produce laddove in questa situazione il condurre alcune battaglie scombina o dice che certi vecchi schieramenti o certe forme non "contengono" più ed è la dimostrazione che culture politiche stanno forando le rispettive strutture, le rispettive matrici e le forme partitiche che spesso le hanno contenute.