8-9 - Agosto-Settembre 1990
27-28
Mondo cattolico

Dopo la libertà... la giustizia

Settantasei - Dopo la libertà... la giustizia pagina 27-28
Alte sfide attendono i cattolici impegnati nella Dc. C'è chi dice che, caduto il comunismo, la Democrazia cristiana abbia esaurito la sua funzione. Con ogni probabilità è vero il contrario: con la fine del "pericolo rosso" si rende necessaria per la Dc, se non vuole trasformarsi in un partito conservatore, una riscoperta delle sue vere e profonde radici di partito popolare.

Il crollo del comunismo nel mondo e il conseguente ridimensionarsi del Pci in Italia impongono ai cattolici impegnati in politica una riflessione non sommaria sul proprio ruolo, la loro presenza e la loro stessa identità. É giusto infatti (e lo si può affermare con serenità, ora che la campagna elettorale è finita) celebrare il 1948 come la vittoria della libertà, tenacemente voluta e faticosamente conquistata da Alcide De Gasperi e da quella generazione di uomini che avevano tenuto vive le tradizioni cattolico democratiche del Partito Popolare di Don Luigi Sturzo. Se oggi l'Italia vive in un regime di piena libertà e ha conosciuto un periodo di sviluppo senza precedenti, superando prove difficilissime come il terrorismo, lo si deve soprattutto all'ostinata e intransigente difesa delle libertà e dei principi democratici compiuta soprattutto dalla Dc, anche per il suo ruolo di partito di maggioranza relativa.

Ma questa constatazione, che ormai fa parte della storia italiana, non può però permettere a nessuno nè, a maggior ragione ai cattolici di fare facili trionfalismi. Per la vittoria sul versante della libertà, i cattolici democratici hanno dovuto spesso sacrificare significative parti della loro identità su altri fronti: non c'è infatti dubbio che la società italiana, quale oggi si presenta, sia estremamente distante da quel modello di società vagheggiato dai democristiani nei documenti programmatici. Motivi di profonda insoddisfazione e di amarezza per la situazione italiana, infatti, non ne mancano affatto.

Innanzitutto c'è da notare come in più di quarant'anni nei quali i cattolici hanno sempre avuto responsabilità prioritarie di governo non si sia riusciti a creare un'argine alla progressiva crisi della solidarietà che ha investito il nostro paese. Le leghe al Nord, la mafia e la criminalità al Sud, l'evasione fiscale (contro la quale non si fa nulla), l'aborto usato come mezzo di controllo delle nascite, la disoccupazione e il lavoro nero, il consumismo sfrenato, la tardiva attenzione verso i problemi dell'ambiente, la scarsissima qualità dei servizi nelle città, negli ospedali e nelle scuole, l'aumento dei suicidi giovanili e delle tossicodipendenze, gli oligopoli informativi, i Cobas, sono fenomeni talmente vasti e radicati di quella mancanza di solidarietà che pure ha ispirato e ispira la Dc, da rendere impossibile cantar vittoria ad ogni cristiano vero. C'è poi sempre sullo sfondo la questione morale, che investe sì tutti i partiti, ma che diventa ancor più esigente in un partito che si dice cristianamente ispirato.

La consapevolezza di queste difficoltà, di questo divario tra realtà ed ideali, non è certo di oggi. Diceva ad esempio Aldo Moro nella. sua relazione al VIII Congresso della Dc a Napoli nel 1962: "Ci siamo trovati (...) e possiamo trovarsi anche in avvenire in situazioni nelle quali, una volta fatte salve le cose essenziali, si sia costretti a prendere non l'ottimo, che in quella situazione è inattingibile, ma il buono o anche il mediocre, per cercare di migliorarlo, valorizzarlo, per così dire ravvivarlo con la nostra iniziativa e la nostra fede. La verità è che non siamo tutto, che dipendiamo in qualche misura dalla volontà altrui che ci condiziona". Da queste parole viene fuori a chiare lettere l'amarezza, l'insoddisfazione dovuta alla difficoltà, in una situazione di alleanze senza alternative, di far valere le proprie ragioni.

L'esistenza di una questione comunista in Italia (il famoso "fattore K"), dunque, ha fatto si che la Dc, pur di garantire la libertà, sacrificasse sull'altare della governabilità e delle alleanze parte della sua specifica identità, raccogliendo al suo interno anche interessi particolari che non appartengono alla sua natura ed al suo patrimonio di partito popolare.

In un momento in cui il "pericolo rosso" sembra ormai sfumato (non solo per il calo del Pci alle ultime elezioni, ma soprattutto per la coraggiosa, anche se tardiva, svolta di Occhetto) la Dc può riprendere con più serenità e con più vigore il discorso sulle sue radici di partito democratico di ispirazione cristiana, depurato il più possibile dalle logiche stringenti (e spesso soffocanti) delle alleanze. Si apre perciò e gli avvenimenti nei paesi dell'Est lo confermano una nuova grande stagione, in cui gli ideali cattolici democratici potranno essere riscoperti, rivalutati e portati a compimento anche sul versante della giustizia sociale. C'è chi dice che, caduto il comunismo, la Dc ha esaurito la sua funzione. Con ogni probabilità è vero il contrario: con la fine del "pericolo rosso" si rende necessaria per la Dc, se vuole restare se stessa e non trasformarsi in partito conservatore, una riscoperta delle sue vere e profonde radici di partito popolare.

Da questo punto di vista non si parte da zero: la Chiesa e il mondo cattolico, liberi dalla logica del compromesso, hanno sviluppato in questi anni elaborazioni, intuizioni e idee preziosissime. Per la prima volta nella storia del nostro paese, il mondo cattolico, nella sua dimensione ecclesiale ed in quella dei movimenti, è potuto andare più avanti dei cattolici democratici impegnati in politica. Questi ultimi nel passato avevano fatto da motore propulsore alla cattolicità italiana nel suo complesso in diverse occasioni: Sturzo nel fare accettare ai cattolici iI metodo democratico; De Gasperi nell'impedire uno spostamento a destra del paese; Moro nel disegnare alleanze nuove e più rappresentative. Oggi sono il Papa, la Chiesa, il mondo cattolico a tracciare i nuovi sentieri: un Papa che denuncia le contradizioni del modello economico capitalistico, non meno di quello marxista; una Chiesa che ci ricorda in continuazione quanta strada ancora bisogna fare per i diritti umani, la pace e lo sviluppo dei popoli; un mondo cattolico che ha disegnato una rete di solidarietà talmente efficace (penso alle cooperative, alla Caritas, alle comunità terapeutiche) da rendere meno gravosa l'inefficienza delle strutture pubbliche. Caratterizzare, più di quanto si poteva fare nel passato, le scelte della Dc nel segno di questo grande patrimonio di esperienze del mondo cattolico italiano può essere una risposta politica alta alla crisi dei valori che colpisce il nostro paese. Ci sarà dunque bisogno di un grande sforzo di sintesi, di immaginazione, di coerenza. Di una visione ampia che sappia coniugare gestione corretta ed efficiente della macchina statale ad un disegno strategico globale all'insegna di un nuovo solidarismo.

Il risultato del voto delle amministrative nel medio periodo porterà a livello politico nazionale una serie di elementi contraddittori. La prima considerazione da fare, infatti, è che l'allontanarsi dell'alternativa di sinistra costringerà i partiti alleati dalla Dc ad un confronto più realistico sulle cose da fare (anche per fronteggiare in qualche modo l'avanzata pericolosissima delle leghe): inoltre c'è da aspettarsi dal Pci un'opposizione più dura e intransigente sui programmi, piuttosto che elaborazioni teoriche su schieramenti possibili. Accanto a questi elementi tutto sommato positivi (se l'opposizione fa bene il suo lavoro, stimolando il governo a bene operare, c'è solo da guadagnarci), ce ne sono altri contraddittorii.

Fallito il tentativo del Psi di sfondare a sinistra (i voti in perdita del Pci sono finiti in minima parte ai socialisti), c'è da attendersi da questo partito una nuova corsa al centro, magari con l'obiettivo di una seconda esperienza di guida socialista a Palazzo Chigi per tentare il bis del1' "effetto Craxi". Non è difficile immaginare che il Psi su questa strada correrà il rischio di perdere la sua connotazione riformista e di sinistra, per diventare inevitabilmente all'interno del governo il riferimento di quelle forze che, dietro la richiesta della cosiddetta modernizzazione, nascondono mire elitarie e hanno sempre considerato l'interclassismo e il popolarismo della Dc il nemico da battere.

La sfida sarà dura e tutta giocata all'interno di coalizioni di governo obbligate, ma sempre più conflittuali. La posta in gioco è alta e rischiosa, tuttavia per la Dc si possono aprire spazi nuovi e insperati, soprattutto tra coloro (e sono come consistenza numerica il terzo partito italiano) che hanno deciso di non andare a votare. Spesso si sottovalutano i motivi di fondo che spingono tanta gente a non andare a votare oppure ad annullare la scheda: si parla genericamente di voto di protesta verso i partiti; ma dietro di esse tante situazioni concrete di ingiustizie grandi e piccole, di diritti negati, di porte chiuse di aspirazioni, etiche e morali, represse e frustrate.

Nel 1948 la Dc ebbe i voti per garantire la libertà, oggi li deve chiedere per procedere ad un ampio rinnovamento dello Stato e della società italiana all'insegna della moralità pubblica e della giustizia sociale, eliminando le ingenti sacche di emarginazione e i troppi privilegi. Contrastando la retorica del privato e abolendo, al contempo, quella del pubblico. Ritrovando, insomma, quella capacità di sintesi, lucida e non dogmatica propria di un partito interclassista, che permette di conciliare gli interessi forti con i bisogni complessivi della società.

I campi di intervento sono molteplici, ma per non rimanere sul generico è meglio citarne qualcuno: una seria riforma fiscale con lotta spietata all'evasione; rimettere ordine nel caos intollerabile della sanità pubblica; severe leggi antitrust nel campo dell'informazione (non per colpire questo o quel gruppo, ma per consentire l'espressione ad una pluralità di soggetti la più ampia possibile); legge per valorizzare il volontariato; problemi degli anziani; lotta agli sprechi, al clientelismo, alla corruzione, alla criminalità organizzata; riforma della burocrazia. E, sul piano delle istituzioni, riforme che consentano al cittadino non solo di decidere di più, ma anche di partecipare pienamente alla vita democratica del Paese.

Dopo la garanzia della libertà, quindi, la giustizia in tutti i campi: non uno slogan, ma un impegno preciso che l'Italia chiede soprattutto ai cattolici della Dc. E, in mancanza di una risposta chiara e rapida, non è difficile immaginare che l'elettorato finirà per rivolgersi ad Occhetto, una volta che la "cosa" (non si può infatti sperare che il travaglio del Pci duri in eterno) avrà definitivamente preso consistenza.

 

Probabilmente, malgrado tutto, l'evoluzione storica, di cui noi saremo stati determinatori, non soddisferà le nostre ideali esigenze; la splendida promessa, che sembra contenuta nell'intrinseca forza e bellezza di quegli ideali, non sarà mantenuta. Ciò vuol dire che gli uomini dovranno pur sempre restare di fronte al diritto e allo Stato in una posizione di più o meno acuto pessimismo. (...) Forse il destino dell'uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino.

(Aldo Moro, Lo Stato, Cedam 1943, pp. 67)