Senatore Ossicini il successo delle Leghe alle ultime amministrative è stato l'ennesimo sintomo dell'intrinseca debolezza dell'assetto istituzionale. Intravvede qualche analogia, con la situazione di disorientamento sociale che nel 1920 e '21 precedette l'avvento del fascismo? C'è in agguato, dopo le minacce di Pontida, il rischio – anche solo in prospettiva – di nuovi squadrismi e di svolte autoritarie?
Penso che sia molto difficile fare questo paragone, data la differenza tra la situazione politica di oggi e di allora. Allora si usciva da una guerra e il tessuto connettivo sul quale sorse lo squadrismo era legato ance al combattentismo. C'era inoltre un'organizzazione paramilitare legata a strutture già esistenti. Oggi la situazione è diversa, siamo distanti decine di anni dalla guerra. Questo non toglie che esistono dei pericoli. Oggi come allora. Secondo me, la crisi attuale di credibilità dei partiti, ad esempio, è molto profonda: ha delle analogie con la crisi dei partiti di allora. C'era stata la guerra, c'erano le questioni legate all'avvento del socialismo e di altre realtà che si affacciavano alla ribalta della vita italiana. Se non vedo analogie con lo squadrismo e con il fascismo, le vedo invece con la profonda crisi dei partiti, che è eccezionalmente grave. Spesso noi non ci accorgiamo quanto sia profondo il distacco tra paese legale e paese reale.
Le leghe sono nate abbastanza all'improvviso, anche se qualche accenno lo abbiamo avuto; ma direi che non sono nate come il partito fascista, il quale sorgeva da una scissione con il partito socialista e in parte il combattentismo.
Quelle di oggi sono scissioni da un altro partito, né è un fenomeno di tipo organizzato. Ciò che è analogo è, appunto, che esse sorgono da una profonda crisi dei partiti. Un'altra analogia potrebbe essere individuata nell'attivismo. Ma un dato tra i più pericolosi che si riscontrano oggi nelle leghe è il localismo, del tutto assente nel fascismo. Un fenomeno complesso che evidenzia la ribellione delle strutture locali verso le strutture centrali. La polemica con Roma è una polemica contro il potere centrale.
Una politica senza ideali, senza filosofia, senza cultura, ma puramente pragmatica, legata solo ai problemi minuti di ogni giorno, e agli interessi locali, è il contrario di quello che deve essere la politica in una società moderna, in quanto chiamata a organizzare non solo i problemi economici, ma anche la struttura della società.
Dove risiede secondo lei la debolezza istituzionale più grave del nostro paese?
La debolezza è insita, in primo luogo, nel rapporto tra i partiti e il Paese; in secondo luogo nel rapporto tra i partiti e Parlamento. Sono due raccordi drammatici; i partiti hanno perso il legame serio che c'era un tempo con la gente, è c'è un rapporto soffocante degli stessi partiti con il Parlamento.
Le leghe si candidano a ripristinare questo rapporto tra i partiti e il Paese...
Ma non è questa la strada, perché la loro azione acuisce il distacco; la troppa vicinanza dei problemi locali fa dimenticare quelli generali. Il problema non si risolve così.
Non crede che fenomeni come i nuovi corporativismi richiedano una rivisitazione del concetto di società civile?
Senza dubbio. Noi stiamo perdendo il concetto di società civile e lo perdiamo in modo drammatico. Basti pensare a tutti i corporativismi legati anche ad errori dei sindacati, delle strutture pubbliche, e anche private, che hanno alimentato solo il lato della individualità.
Più si esalta l'individuo, il piccolo gruppo, più si distrugge la società civile. La libertà, diceva Guido Calogero, è il limite che io metto alla mia libertà perché gli altri siano liberi come me. Invece ognuno potenzia la sua libertà e se ne infischia di quella degli altri.
Il termine "mio" è un termine distruttivo per la società civile.
Forse c'entra il fatto che le nuove generazioni non conoscono più l'abisso di un regime autoritario. Nemmeno i padri di oggi ne hanno avuto esperienza diretta, da poter raccontare.
Ha ragione, anche questo è molto grave la colpa è dei partiti: chi deve mantenere la memoria storica sono loro.
Sono gli eredi della resistenza, perché l'hanno fatta, alcuni con grandi sacrifici.
Se ad esempio un partito ad un certo punto viene visto dai giovani come quello che si serve dell'unità sanitaria locale per le candidature, o come quello che si dilania per le preferenze; se si vede che la sinistra di un partito si allea con un altro partito per lottare con la propria destra o viceversa; se la gente assiste a queste cose, come fa a ritrovare i valori della resistenza, dove si era uniti per un ideale di libertà e di democrazia? Accadono cose drammatiche, in tutti i partiti, perché nessuno si sta rinnovando seriamente.
Lo stesso Pci dichiara di rinnovarsi, ma sono mesi che non riesce a farlo. Lei assiste al fatto che nei partiti una parte è in lotta con l'altra, e si serve di altre politiche, esterne, per appoggiarsi in questa lotta. Capisce? Questa non è la resistenza. La sua memoria storica si va lentamente perdendo, purtroppo.
Rinnovarsi seriamente. Ma a che cosa si deve un ideale mano per prima cosa, secondo lei?
Ai partiti. Devono rinnovarsi radicalmente, perché così come sono non funzionano. Serve una revisione delle istituzioni, ridotta all'essenziale ma efficace, perché i partiti non cambiano se non si rinnova il referente; e alcune innovazioni devono riguardare per forza di cose la loro le assemblee di Camera e Senato, i loro ruoli, la loro composizione, il loro funzionamento. I partiti maggiormente chiamati in causa sono i due con il consenso più vasto, la Dc e il Pci. Sono sorti l'uno contro l'altro e in fondo si sono retti anche sui reciproci errori: quando si aveva un avversario di fronte, emergeva la solidarietà di partito.
L'avversario potenziava la coesione interna.
Adesso questa condizione non c'è più. Il partito comunista sta cambiando nome, cambia struttura; la stessa democrazia cristiana è di fronte a un'esigenza forte di rinnovamento. Il nostro Paese è legato alla vita di questi due grandi partiti. Se queste due grandi forze politiche non si rinnovano, ma completamente, è il Paese che rimane al palo.

