12 - Dicembre 1990
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Dialoghi

Complimenti, siete forti! Eppure...

Settantasei - Complimenti, siete forti! Eppure... pagina 7-22

Cari amici democristiani,
siete sempre il partito più forte del paese. li voto italiano del maggio 1990 ha visto una vostra leggera flessione

in voti, percentuali e seggi, nelle regionali, provinciali e comunali, ma la diminuzione del voto comunista è stata così forte da zittire ogni discorso sulle difficoltà democristiane. La distanza tra Dc e Pci, quasi scomparsa nel decennio 19761985, è stata riportata a circa 8 punti percentuali e nessuno oggi può parlare di "sorpasso· (o per ascesa del Pci o per calo della Dc...).

Anche l"'alternativa· di una eventuale sinistra unita resta in un futuro da costruire. Tra Craxi che dice "non ci sono i numeri" e Occhetto che afferma "li possiamo trovare·, è il primo ad avere più sicuramente ragione e la Dc può confidare nella continuità del suo ruolo e dei suoi poteri. Anche la discesa degli alleati laici "minori" è frenata. Il Psi è andato avanti, ma il suo risultato buono non è strepitoso né tale da alternare un equilibrio politico che regge da molti decenni.

Sono condizioni di fatto ottime per la strategia democristiana nell'interpretazione forlaniana. Eppure Forlani non esclude di "lasciare· dopo l'Assemblea nazionale di novembre, né Andreotti sembra godere di grande tranquillità nel suo ruolo di Presidente del Consiglio di un governo pentapartito ..

In effetti, portato a casa un risultato in qualche misura anche insperato e inatteso, i motivi di preoccupazione non mancano e la situazione della Dc resta tale da cogliere uno sforzo di riflessione serio e un impegno a correggere un trend lunghissimo di declino e indebolimento. Occhetto, citando Tennyson nella chiusa del suo discorso al Congresso di Bologna, aveva esortato i compagni ad andare "oltre l'orizzonte"; ma il poeta inglese – come è stato ricordato con filologia maliziosa – più propriamente aveva scritto "oltre il tramonto". Una suggestione, un compito anche per i democristiani: sicuramente forti, ma circondati da ombre e pericoli crescenti. A questo pensiamo intenda richiamarvi il vostro Segretario ricordando che, nella situazione presente, la priorità resta il rinnovamento del partito (ma non era la posizione anche di De Mita?)

Quattro pericoli sono molti

Innanzitutto, in non voto continua a crescere. Restiamo una società caratterizzata da una partecipazione elettorale molto alta, ma il non voto sta entrando nei comportamenti "normali" che si possono assumere, per disinteresse, debole motivazione, disagio etico. Basta poco, nella situazione attuale – meno minacciosa e meno mobilitante – a far decidere qualcuno in più "questa volta non voto· (nelle tre forme differenziate dell'assenza al seggio, della scheda lasciata bianca, della scheda intenzionalmente annullata). La diffusione di questo comportamento (che ormai colpisce anche la minoranze attive proponenti i referendum) è un pericolo grave per la democrazia rappresentativa, meglio legittimata e più stabilizzata su alte percentuali di voto; sicuramente lo è per i partiti più rappresentati, più esposti al trasferimento di quote dell'elettorato attivo verso posizioni di assenza e di rinuncia all'esercizio dei diritti e doveri che si avvertono molti poveri di reale significato e che non si sa come rianimare.

Nelle ultime amministrative è stato evidente che una quota apprezzabile di elettori comunisti – delusi della situazione complessiva del comunismo nel mondo e frastornati dalle scelte contrastanti dei dirigenti italiani – non hanno votato per il partito che fino a ieri era tanto importante per la loro identità culturale e le loro aspirazioni sociali e politiche.

Un pericolo analogo incombe da sempre anche sul "voto cattolico·, esposto a delusioni di tipo etico, o almeno bisognoso di una mobilitazione che sia credibile in ordine alla coerenza con i valori che l'educazione cristiana indica essenziali, ma che nella prassi politica e nei rapporti abituali, della vita pubblica sono ben lontani dall'essere osservati con dignitosa continuità.

Un secondo pericolo, anch'esso in evidente espansione nella nostra democrazia rappresentativa, è la frammentazione della rappresentanza. Il diritto concesso a tutti di presentare liste senza "soglia di sbarramento", garantisce una rappresentanza proporzionale anche a gruppi molto esili e favorisce la comparsa di proposte "monotematiche" (tipo "pensionati", "cacciatori"), di verdi ambientalisti, di gruppi espressivi dei localismo, tutti in concorrenza con i partiti "nazionali". Nelle schede elettorali i simboli sono saliti quasi ovunque a1416 e ora nelle assemblee elette, a fianco di tre gruppi dappertutto di una certa consistenza (democristiani, comunisti, socialisti), vi è uno sfarinamento di consiglieri espressivi di 810 posizioni differenziate, in molti casi arbitri delle maggioranze, delle giunte e dei bilanci, se tra i partiti maggiori sussiste la fisiologica polarizzazione tra chi sta al governo e chi sta all'opposizione.

Il nostro sistema politico, dopo mezzo secolo di "proporzionalismo sistematico e senza freni", è ormai giunto sotto un brutto muro: o una politica consociativa tra le tre forze maggiori (i cosiddetti "governissimi"), o una politica fragilissima, esposta al ricatto di gruppi minimi ma determinati per la regola che, giustamente, vuole le questioni pubbliche decise a maggioranza. Per questo i problemi istituzionali sono ormai ineludibili per chiunque abbia senso di responsabilità: i loro nodi vanno sciolti presto, se si vuole che la nostra società unisca i benefici di avere molta libertà con quelli di avere un governo sufficientemente efficace e realmente rappresentativo della sua funzione (governo vuol dire innanzitutto "timone·, e nulla come l'origine di una parola dice il senso della cosa). Nella frammentazione proporzionalistica, il voto del maggio 1990 ha fatto emergere un terzo e più forte pericolo per la Dc: la Lega lombarda e la sua proposta di radicale autonomia a tutte le "etnie" mal servite dal centralismo del nostro Stato e offese dai comportamenti dei partiti.

La Lega lombarda costituisce per la Dc un pericolo di tipo nuovo perché essa salda ragioni ottime e proposte costituzionali interessanti (se pur fin qui sbrigativamente formulate) con sentimenti e risentimenti diffusi, anche volgari ed egoistici, proponendo una sintesi di virtù e di difetti che è diversa da quella prevalente nella Dc e pertanto ne costituisce un'alternativa semplificata ma vitale.

Pure la Dc unisce in modo indubbiamente vitale virtù e difetti diffusi nel paese: proprio per questo è molto esposta se qualcuno scompone e riaggrega in modo diverso e più semplice i materiali emotivi fin qui sistemati in prevalenza dietro le sue insegne.

É possibile che il gruppo dirigente della Lega lombarda non riesca a gestire bene la nuova situazione creatasi con la misura del successo conseguito: ma è possibile anche lo scenario opposto e cioè che la visibilità tanto accresciuta della proposta dei lombardi orienti a loro favore energie sociali – intellettuali ed economiche – finora parzialmente coinvolte nel gioco politico e disponibili per obiettivi nuovi. Certo molti italiani sono rimasti colpiti dall'ottusità e dai pregiudizi con cui gli abituali commentatori televisivi delle no-stop elettorali (servitorelli dei partiti del regime) si confrontavano balbettando col dato "inatteso· (?!) del successo vistoso dei lombardi, mentre presto poi hanno fatto seguito interviste e tavole rotonde nelle quali le posizioni della Lega sono risultate tutt'altro che goffe o prive di abilità e di verità, e quelle degli intervistatori sono risultate largamente a rimorchio dei nuovi vincitori, il tasso di simpatia di quali risultava già molto accresciuto nell'ambito dei "media"... Si votasse di nuovo, in molte regioni italiane, la Lega avrebbe sicuramente più voti e ancora una volta sarebbero la Dc e il Pci a cedere di più al nuovo protagonista, perché nei loro elettorati, tuttora i più estesi, molti possono essere sensibili a una proposta di libertà e di sicurezza più aggressiva di quella democristiana e a una forma di protesta e di opposizione più credibile di quella comunista attuale. La difficoltà maggiore e più immediata per la Dc è tuttavia – ancora una volta – la centralità saldamente conseguita da Craxi nel sistema complessivo italiano. li sistema si indebolisce, il sistema si frammenta, sulla scena è comparso un nuovo personaggio vigoroso: ma la Dc patisce soprattutto le conseguenze di non essere più al centro del sistema stesso.

Nel Parlamento nazionale e in quasi tutte le assemblee locali elettive ove la Dc è tuttora partito di maggioranza relativa, i socialisti sono per i democristiani alleati necessari e sufficienti a formare maggioranza assoluta; altrettanto lo sono dove i comunisti (in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria) sono a loro volta il primo partito, ma non più tanto forti da poter governare senza l'integrazione socialista. Numericamente Dc e Pci raccolgono ancora (ma quanto più deboli e magri rispetto al decennio 1976-1985!) il consenso elettorale più vasto, ma una loro somma è politicamente impossibile in quanto nessuno l'ha preparata e proposta. Neppure Moro e Berlinguer, che pure ebbero un alto senso di reciproca considerazione e mirarono ad una certa utilizzazione comune delle due tradizioni politiche, correggendo l'enfasi della loro storica opposizione. Oggi neppure più Leoluca Orlando può essere citato come esempio a favore di questa ipotesi, in quanto l'esperimento palermitano si è concluso con troppa mortificazione dei comunisti siciliani e un successo troppo lacerante della Dc locale per consentire ad Orlando di assumere un ruolo politico nazionale univoco e incisivo.

Il Pci che Occhetto cerca di condurre nell'Internazionale Socialista potrà anche giovarsi dell'apporto "alla spicciolata· di cattolici democratici scontenti della Dc e diffidenti del Psi, ma la scelta prevalente degli ex-comunisti è a favore di un rapporto di collaborazione proprio con i socialisti, i quali restano liberi di decidere che cosa chiedere agli uni e agli altri, avendo molte probabilità di essere accontentati, se appena sanno scegliere che cosa può essere progressivamente ceduto alla Dc a Roma e in17 regioni, e dai comunisti nelle altre. Ma è sulla via delle riforme istituzionali che i socialisti potranno ottenere molto in ragione della loro centralità politica, non appena il bisogno di riforma non potrà essere ulteriormente rinviato o rimosso: lo si vedrà per i rami alti e per quelli bassi del nostro ordinamento, dove solo i socialisti possono individuare punti di mediazioni solutive dell'attuale impasse e garantire la praticabilità di accordi sufficientemente larghi dentro la materia più rilevante (che governo è quello che non può decidere le cose più importanti?).

Un più forte controllo sull'indirizzo governativo con la Dc a Roma; un'espansione del potere socialista negli enti locali, facendo pagare molto l'integrazione di maggioranza acomunisti e democristiani dove ne hanno bisogno; una riforma istituzionale che utilizzerà una buona parte del capitale tuttora nelle mani di Occhetto: sono ben tre le possibilità che Craxi può concretamente perseguire e conseguire, in una situazione che vi vede politicamente inferiori e in cerca di prospettiva.

La libertà di manovra dei socialisti ha però un limite interno, per l'incertezza, tuttora esistente al vertice del partito, circa la tenuta complessiva – politica ed elettorale – della Dc, nell'ipotesi di un confronto a tutto campo tra Dc e sinistra riunificata. I socialisti, lo si misura bene nella distanza che lasciano sussistere tra la grande forza di fatti compiuti e la Grande Riforma dei discorsi, esitano ancora a volere "regole" e "istituti" che rischino di collocare davvero all'opposizione una Dc ancora molto forte nella società italiana e capace di immediata rivincita su un fronte laico-socialista, forse più ampio, ma non altrettanto esperto, affatto solido.

Scenari per un anno da decifrare

I dodici mesi che ci porteranno all'estate 1991 sono carichi di incertezze e avvolti di ambiguità. Tutti i settori della nostra vita politica sono obbligati ad affrontare il presente tenendo conto dell'accelerazione in corso sulla scena internazionale e, se pure in più ridotta misura, sulla scena italiana.

Il Pci dovrà concludere la sua traversata verso un nome, un simbolo, un programma nuovi. Nessuno può sapere ora con quale forza si concluderà il difficile iter messo a punto e gestito da un gruppo dirigente desideroso realmente di cambiare ma impacciato dai ricordi troppo diversi di gran parte della sua base sociale ed elettorale e contrastato da una minoranza senza prospettive ma tenace.

La Dc, che ha lasciato espandere ancora una volta moltissimo la spesa pubblica (qui le responsabilità di Andreotti e Pomicino sembrano davvero grandi e il ruolo di Carli quasi solo apparente), deve garantire un minimo di compatibilità tra grandezze economiche e flussi finanziari in una stretta sempre più difficile tra alleati inquieti e gruppi sociali temibili se scontentati, ritrovando un'unità interna obiettivamente difficile e tuttavia indispensabile per mantenere il ruolo tradizionale. Non a caso Craxi è all'attacco sul tema di una Dc che "si sdoppia"...

La fase luglio 90giugno 91 sarà turbolente (è una previsione obbligata) per la costante pressione esercitata dai socialisti al fine di valorizzare al massimo sia il rapporto di collaborazione con la Dc sia la prospettiva di assorbimento degli ex-comunisti. Entrambi i tentativi sono irrinunciabili per il Psi di Craxi. Finora la loro congiunzione è stata di fatto consentita tanto dai democristiani che dai comunisti. Per questo si procede di anno in anno, e se anche il governo Andreotti è "di legislatura·, la sua durata deve restare nel segno della provvisorietà e fragilità.

La strategia socialista può essere spezzata, si capisce, da un rovescio elettorale in corso d'opera: ma è molto difficile immaginare che esso possa prodursi, se le forze e le tendenze in campo restano quelle conosciute da oltre un decennio e rispetto alle quali la qualità strategica socialista è più che sufficiente a vincere (sia pure gradualmente: e qui molte metafore storiche sono possibili, dall'Orazio che vinse i Curiazi uno a uno, al "carciofo" Italia mangiato foglia dopo foglia dai piemontesi...).

I comunisti – va riconosciuto – sono impegnati al massimo delle loro deboli e declinanti forze nel processo di rifondazione postcomunista: ma per ora le divaricazioni dentro il vecchio partito sono più forti delle aggregazioni sulla nuova cosa. Comunque questo importante processo si concluda (Occhetto, come Gorbaciov, ha il merito di averlo aperto: un merito grande in ogni caso, sostare ancora era comportamento peggiore), i socialisti non avranno di che dolersi. Produca il "no· una scissione o un'attenuazione della proposta Occhetto, o il "sì" una sufficiente vittoria, le posizioni di forza dei socialisti nel paese e verso la Dc non sono destinate a diminuire ma piuttosto a svilupparsi.

La semplice verità è che solo la Dc può introdurre novità a proprio vantaggio nel confronto che ha in corso con i socialisti. Ma esse vuole davvero costruire a se stessa un destino diverso da quello che le assegna e prepara il forte alleato concorrente? La Dc pensa di poter tornare a una propria maggioranza autonoma (da sola o con alleati contenti del loro ruolo "proporzionale")? O nella coscienza di un'impossibilità al riguardo teme troppo in rischio di essere collocata all'opposizione?

La capacità di resistenza del partito democristiano alle difficoltà è grandissima, ma da: circa trent'anni essa si esprime in fatti di gestione senza far decollare progetti politici complessivi paragonabili al centrismo degasperiano e al centro sinistra moroteo (ma anche un po' fanfaniano). Nella condizione di oggi, la concorrenza alleata socialista richiede qualcosa di ancor più impegnativo di quelle due formule politiche. Oggi occorre salire a un livello analogo, per intensità e qualità di elaborazione, a quello che la Dc (unita nella difficile dialettica tra De Gasperi e Dossetti) seppe produrre nella fase delicatissima precostituente, quando il futuro del paese era ancora tutto da definire, incerto (come ora) sia negli equilibri di fondo in via di formarsi, sia negli assetti istituzionali con cui regolarli.

Nell'area democristiana oggi sono visibili le figure di Andreotti e Forlani, De Mila, Martinazzoli e Orlando; su una sua posizione originale si deve fare ora anche il nome di Segni. Solo questi leader hanno in atto la notorietà nazionale, e quindi il ruolo, per proporre una strategia significativa, che interpreti in modo adeguato la complessità e pericolosità dell'ora. Ma se questi leader continuano a proporre poco (e fa notizia innanzitutto l'ipotesi di un loro "abbandono"...), o se restano soli nel loro tentativo (come Segni), Craxi può procedere tranquillamente burbero sulla sua strada, lenta fin che si vuole, ma sicura.

Se i leader democristiani invece proporranno molto, cioè qualcosa di realmente incisivo, una consultazione elettorale, conseguente la crisi della governabilità, potrebbe rallentare il processo di ripresa di iniziativa politica democristiana. Si può pero ricordare come, in tutt'altra situazione, Andreotti e Forlani furono accantonati da Presidente del Consiglio e Segretario politico dall'accordo di Palazzo Giustiniani, con cui Moro riporto Fanfani alla segreteria e Rumor alla guida del centrosinistra (con De Martino vicepresidente!), ma allora l'autorità di Moro-Fanfani e dorotei uniti non poteva essere messa in discussione nella Dc, e non lo fu. Un accordo democristiano, per essere forte, nella situazione in cui il partito si è collocato, dovrebbe essere oggi ancora più largo, più tacitamente conseguito e immediatamente operante di quello di allora, uno dei due o tre capolavori tattici di cui fu capace la strategia di Moro... Non vi attendono, dunque, imprese da poco.

Per questo, amici democristiani, dovete riflettere seriamente, senza dimenticare nessuno dei dati della situazione in cui la storia (e quindi per tanta parte la vostra stessa azione) vi ha collocati; e muovervi, se vi sarà possibile, senza lacerazioni che vi indeboliscano e favoriscano la pressione esercitata, del tutto legittimamente, dai socialisti.

Essere stati "dalla parte giusta· tanto a lungo in un passato che si fa sempre più remoto, non vi basterà. Per cavarsi d'impiccio negli anni '90, le memorie possono servire solo se innanzitutto sono memorie degli sforzi e delle scelte.

Né De Gasperi né Dossetti volevano una Dc ferma e rinunciataria, ma, al contrario, vollero e fecero che in quella difficile situazione agisse, sapendo di scegliere, per muovere "verso· la parte giusta (allora non chiara né alla borghesia né a tante autorità ecclesiastiche). Di Dossetti ormai si ricorda vagamente (ma il suo "pungolo" fu indispensabile per la Repubblica e per la Costituzione), e di De Gasperi co lo ha ricordato, con candore, ma con autorità, la figlia, a Bologna, proprio nella festa di ringraziamento del18 aprile. li ricordo della tensione "verso la parte giusta· non può essere abbandonato o rimosso senza pericolo. Come allora, decisivo è muoversi. Come allora, decisivo è avere chiaro – per se stessi in primo luogo, e per proporlo al paese – quale sia la parte giusta, verso cui tendere, senza violenza, ma con forza.

Questa tensione, in atto, nella Democrazia cristiana non c'è. Dovrebbe esserci, potrebbe esserci: il di più di giustizia verso il quale tendere è una maturazione ed espansione di tutti resa possibile a tutti dalle vostre "vittorie" del passato. Riguarda la solidarietà verso i gruppi più deboli (come la Chiesa ammonisce), ma attraverso la responsabilità politica, cioè l'intelligenza delle istituzioni e del loro ruolo etico ed economico (importantissimo quindi): riguarda forma e regole dello Stato, forma e regole del

partito; è il cuore della vostra esperienza politica, lo "specifico" della vostra rappresentatività nella vita pubblica italiana e, in misura crescente, nella scena europea ed internazionale.

Verso una riforma elettorale

Nella politica italiana una cosa, oggi, è giusta e necessaria: la Riforma Elettorale, con le condizioni politiche della sua attuazione. Tra queste – Craxi ha ragione, e in ogni caso non potete far finta di non sentirlo – c'è la possibilità dell'elezione diretta del capo dello Stato o del capo del Governo.

Con ragione in molti vi opponete all'assorbimento verso l'alto dei poteri politici, reali e simbolici: ma non è solo questo che Craxi intende con Grande Riforma e dovete confrontarvi con più attenzione con il vostro principale alleato e con lo stato delle cose.

Certo, in politica sono importantissime "le politiche", e anzi la gente comune a queste ultime è soprattutto interessata. Per i cittadini la politica si concreta in primo luogo nella disponibilità di case e di trasporti, nella bontà dei servizi sanitari, nella serietà assicurata a processi e strutture di formazione e informazione, nell'equità del fisco e così via: tutte cose che si predispongono e si organizzano prendendo decisioni politiche. Proprio per questo le regole delle decisioni politiche sono importanti, e importantissima e preliminare la regola con cui si decide chi governa (in vista di quali obiettivi, con quali costi, come distribuiti) e chi controlla il governo, preparandosi a sostituirlo o imparando a farlo.

Le riforme istituzionali sono urgenti nel nostro paese perché ormai l'insieme delle regole con cui è disciplinata la nostra vita pubblica non promuove responsabilità nell'imputazione e nell'esercizio dei ruoli; e questo contrasta con il livello armar raggiunto di competenze e sicurezze diffuse.

Le cronache del non-governo sono quotidiane e provano che i ministri, ahimè quelli democristiani non fanno eccezione, sono protagonisti funzionali dei rinvii e campioni nell'arte di interpretare il governo come mercato di scambio tra forti e corte delle intercessioni per cittadini che si auto-privano del ruolo di sovrani e si accontentano di quello di clienti.

Chi è per la riforma della politica non deve promuovere un seminario per discutere accademicamente di sistemi elettorali o innamorarsi di questo o quell'aspetto tecnico delle molte proposte possibili. Correzioni del nostro eccessivo proporzionalismo possono essere realizzate in vari modi, e ciascuno ha caratteristiche tecniche sue proprie. Quel che ora è necessario è decidere di procedere, ponendo in essere convergenze sufficienti a superare le resistenze degli interessi particolari minacciati, le quali sono inevitabili e tanto più si faranno sentire quanto più sia debole e incerta la scelta che si saprà operare. Il fatto politico di affrontare il problema, volendo le convergenze necessarie, è più importante di ogni aspetto tecnico della soluzione individuata come possibile e sufficientemente apprezzabile. Tutti sono liberi di muoversi secondo le proprie convinzioni e anche i propri interessi: è difficile concorrere al merito di una soluzione e insieme non correre nessun rischio. Ma nella situazione concreta, ormai, anche stare fermi comporta rischi grossi.

Interesse dei cittadini e interessi dei partiti

Nella riforma elettorale l'interesse dei cittadini è più profondo e significativo di quello dei partiti: per questo è tanto difficile farlo emergere e portarlo a soddisfazione. Gli interessi dei partiti sono invece semplici e immediati. ma sono divergenti; per questo fin qui hanno esitato ad assumere un'iniziativa che modifica alleanze e rapporti collaudati di collaborazione, o almeno i loro metodi, per collocare tutti in situazioni nuove, col rischio che risultino minori le quote di potere attualmente controllate (non a caso il più disponibile a cambiare le proprie posizioni proporzionalistiche è il Pci, che si sente comunque in pericolo; o, nella Dc, la sinistra, ora indubbiamente marginalizzata).

I cittadini vogliono contare di più nella formazione delle maggioranze politiche e amministrative che avranno responsabilità di indirizzo e di gestione della cosa pubblica e, attraverso questa, di tanta parte del loro "privato·. La sicurezza economica accresciuta, la cultura e l'istruzione più diffuse rendono i cittadini – o almeno un numero maggiore di cittad1ni – più convinti del loro ruolo di sovrani, o almeno di arbitri degni equilibri politici e degli indirizzi di governo. Distribuire le carte perché poi i partiti si siedano al tavolo a giocare le loro partite pressocché padroni di tutto ciò che è pubblico e che viene dal lavoro e dalle risorse di tutti, non basta più. Alla fine del fascismo la società era più debole e il ceto politico democratico legittimato da grandi prove storiche: una grande delega era allora funzionale ed apprezzata, e fu ragionevole ripristinare il voto con una scelta proporzionalistica.

La democrazia rappresentativa a rappresentanza proporzionale allontana però molto i cittadini dalle scelte dei programmi, dalla selezione di chi veramente conta nel definirli e di chi dovrà assumere responsabilità di gestione e chi di controllo. Quando le ideologie politiche erano fortemente contrapposte per principi e interessi, la rappresentanza proporzionale assicurava espressività e consentiva il minimo di governo possibile: era quindi funzionale a soluzioni "pacifiche" per tutti e sicuramente vantaggiosa per i gruppi sociali privatamente più forti. La politica come "spettacolo" è antica tra noi e anche l'età di De Gasperi e Togliatti l'ha conosciuta, con una straordinaria "doppiezza· simmetrica dei due ruoli, per cui Togliatti ha frenato le sue masse e le loro illusioni rivoluzionarie, e De Gasperi ha condotto il movimento cattolico ad essere tutto democratico rinunciando gradualmente a quel fascismo senza il Duce che era nelle preferenze di molte autorità ecclesiastiche e di larghi settori d'opinione. Le contrapposizioni di principio e di interessi, nell'arco lungo di quarant'anni, si sono attenuate: l'esperienza ha convinto tutti (o quasi tutti) della bontà delle istituzioni liberaldemocratiche e dei margini sufficienti di benessere che lo sviluppo economico capitalistico ha reso disponibile per la maggioranza dei soggetti produttivi (trasferendo su popoli lontani le contrapposizioni e le ingiustizie che un tempo erano tanto forti anche in casa nostra...). In questa nuova situazione, la vita pubblica o si riduce a tutela degli interessi più capaci di autopromuoversi con spregiudicatezza (politici rampanti che usano la politica come una risorsa privata e basta, gruppi sociali e professionali più corporativi che ottengono molto per se e il rinvio di tutto il resto...), o si trasforma assumendo regole più adatte a favorire l'emergere di interessi "comuni", con la tutela di beni meno immediati di quelli "privatamente· agibili ma di questi non meno importanti per le persone e le comunità.

La democrazia rappresentativa a rappresentanza maggioritaria resa ovviamente pluralista e consente anche un forte tasso di individualismo: ma è strutturalmente più aperta alla solidarietà e promotrice del suo esercizio in quanto sposta l'attenzione di tutti sulla ricerca di interessi più largamente comuni e crea le condizione per un governo più esigente, più incisivo degli interessi reali e degli squilibri complessivi. Non consente alla rappresentanza di essere un mero "spettacolo" in quanto la sua stessa formazione è la prima decisione politica reale, per un certo tempo di fatto irreversibile. Nella democrazia rappresentativa a rappresentanza maggioritaria, la definizione dei "programmi" diventa la sede della espressività (a tutti consentita), e la scelta degli uomini impegnati ad attuarli diventa, non mera "delega·, ma esercizio immediato di un forte potere, mandato a termine che responsabilizza chi lo assegna e chi lo riceve.

Con metodi elettorali "maggioritari" le scelte dei cittadini elettori creano direttamente una maggioranza istituzionalmente in grado (e in dovere) di decidere e gestire progetti e processi, e una minoranza visibile impegnata nel controllo e garantita da diritto di preparare rivincite e alternative (e se l'opposizione non le prepara, altre "minoranze· più attive possono farsi avanti a difesa dei bisogni scoperti entrando in concorrenza con l'opposizione per condizionare di più la maggioranza in servizio e preparare alternative interessanti per tutti...). Una certa "personalizzazione· della politica è pure necessaria per favorire il giudizio di milioni di elettori sulla credibilità e il significato delle "sintesi" cui affidare il compito del governo (il più autorevole e rischioso, se davvero il governo è un "timone"), e quello – pur esso significativo – che identifica un personale politico da mettere in posizione di riserva. I partiti, strumentalmente, possono organizzare molte fasi di questo lavoro lungo e complesso, ma è bene che le persone (quelle più note e quelle comuni) restino ben visibili nel libero esercizio del loro ruolo, siano membri del governo o membri dell'opposizione, o cittadini attivi informati ed esigenti.

Collegi uninominali per l'elezione dei parlamentari, elezione diretta di sindaci e di capi dell'esecutivo sono passaggi idonei a correggere il nostro eccessivo proporzionalismo e a favorire una diversa etica della. responsabilità pubblica. Anche istituti ed esperienze di democrazia diretta, con autogestione di vari servizi sul territorio e una riscoperta forte della mutualità, caratterizzerebbero in senso democratico la limitazione del ruolo eccessivo dei partiti, i grandi protagonisti della stagione proporzionalistica, la quale ha già dato tutto quello che poteva o ormai ha assunto le caratteristiche e il peso di un Antico Regime dal quale uscire e dal quale allontanarsi. Si tratta davvero di una Grande Riforma che comporta una ridefinizione delle funzioni legislative ed esecutive, a tutti i livelli, e un migliore bilanciamento tra quadro unitario del sistema e sue autonomie locali e istituzionali.

Naturalmente, passare ad un sistema maggioritario (e di autonomie locali più forti), ora che la nostra espressività incanalata nel proporzionalismo ci ha portato ad avere una quindicina di protagonisti politici dotati di capitale proprio e di consistenti poteri di veto, non sarà facile.

Chi è meglio sistemato nella condizione presente è tentato o di non farne nulla o di adottare il meccanismo più semplice per ridurre le rappresentanze proporzionali nelle assemblee elettive, e cioè la soglia di sbarramento indicando la percentuale minima che dà diritto ad essere rappresentati (altri, ancora più cauti e raffinati, si accontenterebbero di modificare le circoscrizioni e le norme relative al recupero dei "resti", sostenendo che il sistema spagnolo e portoghese dà risultati non inferiori al sistema tedesco...).

Su ipotesi di questo tipo si può avere una certa collaborazione tra un leader democristiano tradizionalmente "minimalista" come Andreotti e un socialista come Craxi, ancora incerto sulla conclusione ex-comunista della scelta di Occhetto (ed è difficile dargli torto...). Su un orientamento di questo tipo è però difficile trovare il consenso degli altri gruppi, tutti variamente sacrificati rispetto al ruolo attuale senza un qualche indennizzo politico; né in prospettiva un tale abbraccio tra democristiani e socialisti è poi senza problemi, obbligando entrambi a convergere in una collaborazione pressocché senza alternative: questa norma infatti prolungherebbe per anni il "duopolio" democristiano-socialista, tendenzialmente in atto dal 1961. Ed è simbolico della lentezza di tutto, che questa riforma tanto confermativa del "centro sinistra· sia caldeggiata da quell'Andreotti che trent'anni fa fu il politico più tenace nel contrastare il disegno moroteo di apertura ai socialisti: un giorno si dovrebbe pur scrivere un libro su Andreotti "visto da lontano"!

Se nei prossimi mesi l'adozione delle soglie di sbarramento dovesse concretarsi, la crisi del Pci si volgerebbe a sbocchi diversi da quelli originariamente delineati da Occhetto; ma anche la Lega lombarda sarebbe messa in condizione ottimale per provare di costruire davvero un'alternativa alla Dc e a tutto il sistema di poteri pubblici vigente da decenni. Rispetto all'onda alta e impetuosa che potrebbe formarsi, forse entrerebbe in difficoltà anche l'onda lunga del Psi.

I referendum della Fuci e il ruolo vero di Craxi Come è noto, è in corso la raccolta di firme per tre settimane per tre referendum che mirano ad ottenere un cambiamento delle leggi elettorali assai diverso rispetto a quello delle "soglie di sbarramento·, in prima battuta preferito da Andreotti e da chi vuole soprattutto "continuare". Sono i cosiddetti referendum della Fuci, in quanto la loro "invenzione" risale al Congresso fucino di Bari di due anni fa, anche se sono divenuti un fatto politico di rilievo in quanto assunti – oltre che dalle Acli – dal gruppo di parlamentari da anni uniti intorno a Mario Segni con l'obiettivo di passare dal sistema proporzionale a quello uninominale: un gruppo abbastanza "trasversale", cementatosi in un interessante tentativo di correggere anche la legge di riforma degli enti locali inserendovi l'elettività dei sindaci. Dopo il congresso di Bologna, anche il Pci, o meglio la sua maggioranza, è confluito a sostegno dei referendum elettorali. Da ultimo, la sinistra democristiana, e in particolare De Mila, hanno firmato (e fanno firmare) per i referendum.

Queste collaborazioni sulla proposta referendaria non propongono e non prefigurano uno schieramento, un'alleanza di governo. Occhetto cerca con esse un inserimento nella politica forte, in vista di portare gli ex-comunisti a contare, trasformati, nella sinistra italiana e la sinistra a vincere nel paese. De Mila, in una logica alternativista, non pensa per nulla a stare con i comunisti, ma a rafforzare il ruolo della sinistra democristiana nella sua area tradizionale. Non è ancora sicuro che i promotori dei referendum raccolgano le firme necessarie per indirli, e i "quesiti" debbono ancora superare l'esame di ammissibilità: inoltre, le forze politiche in parlamento possono evitare la consultazione popolare correggendo da sé le leggi elettorali vigenti; allo scopo disporranno di molti mesi, di quasi due anni se uno scioglimento anticipato delle Camere intervenisse tra un anno rinviando tutti alle urne con la proporzionale ancora in piedi.

Il movimento per i tre referendum elettorali un risultato, tuttavia, l'ha già ottenuto, ponendo· sul terreno l'idea di una correzione più ampia di quella delle soglie di sbarramento: questi si limitano a favorire l'alleanza in corso tra i due partiti meglio piazzati nel sistema, riducendo con il numero delle forze rappresentate il peso di chi è in minoranza e all'opposizione (cioè i comunisti), e pertanto ripropone la logica degli "apparentamenti centristi" del 5153 in una situazione divenuta obiettivamente ancor meno rigida e bloccata di quella di allora; la proposta referendaria, invece, colloca il problema delle alleanze in una prospettiva nuova, nella quale le "scelte dei cittadini" avrebbero un ruolo maggiore, determinando esse stesse, con l'immediatezza del risultato, chi abbia la responsabilità del governo e chi quelle dell'opposizione. Con l'iniziativa dei tre referendum elettorali, una possibilità di "alternative" è venuta più vicina, si introduce nel gioco reale, non è solo un discorso accademico.

È ben comprensibile che il Psi di Craxi e la Dc di Forlani e Andreotti guardino con ostilità questa iniziativa, dove convergono istanze autonome della società civile e forze politiche ore in minoranza (nella Dc e nel sistema complessivo del governo): questa iniziativa politica complica la vita e stringe i tempi di lavoro delle attuali maggioranze (nella Dc e nel paese): ma poiché si tratta di un'iniziativa "reale", in qualche modo non disponibile nelle mani dei suoi attuali avversari, essa esiste e cammina, e i più forti che non l'hanno promossa ne terranno conto.

Andreotti ha già presentato la sua risposta, accettando di parlare (finalmente!) di riforme e di leggi elettorali. Craxi, che è strategicamente il più forte, e in questa consapevolezza il più esigente ed ambizioso, si accinge a rientrare dall'estero (dove è riuscito ad essere ben più importante del Ministro degli Esteri del governo Andreotti), quando sarà chiaro se i referendum sono stati sottoscritti o se Occhetto e De Mila debbono aggiungere una nuova sconfitta a quelle già patite in passato.

La bontà della posizione strategica di Craxi gli consentirà in ogni caso di farsi valere: se i referendum saranno indetti, tutte le forze politiche che non li amano e non li hanno sostenuti avranno un solo comune obiettivo: produrre una legge che, con le sue correzioni, vanifichi la radicalità del voto popolare su quei quesiti, estremamente incisivi, un "male maggiore" da evitare per partiti e uomini tanto ben sistemati nel mondo politico quale esiste. In questa operazione, Craxi è il naturale punto di riferimento di uno schieramento larghissimo, anch'esso "trasversale" e saprà farsi valere. Se i referendum poi dovessero risultare non indetti, non creda Andreotti di potere avere il "sì" di Craxi all'introduzione di clausole di sbarramento "anti-frammentazione· senza dover fare i conti con la richiesta socialista in tema di referendum propositivo, grimaldello per varie cose, non ultimo un pronunciamento (che sarebbe larghissimamente a favore) per l'elettività diretta del Capo dello Stato.

La via socialista all'introduzione di "alternative· è naturalmente polarizzata sulle scelte "al vertice·, perché esse sono le più vantaggiose per una forza politica meno radicata nella società capillarmente e, tuttavia, dotata di grande "alone", come la storia italiana ed europea ha reso i socialisti (Craxi ha il merito di averlo inteso prima e più di altri, e di averci costruito un progetto e un processo di attuazione).

Nel prossimo futuro Craxi sarà mediatore tra le tesi di chi ha voluto i referendum e di chi li ha contrastati e non vuole il loro svolgimento; o risulterà padrone del campo e delle novità da introdurre, se i promotori di referendum fossero falliti nel compito (organizzativo e politico) di raccogliere le firme necessarie: in questo caso, una parte delle esigenze dei vinti sarebbero gestite dal vincitore, come è abituale.

L'ira controllata di Craxi e la sua attiva energia non possono essere evitate, in presenza di una iniziativa politica che non viene dalla sua mente né è nelle sue mani. Nella situazione avremo, una volta di più, occasione di vedere all'opera il vero Craxi. Come un prode al risveglio, sarà assai forte sul campo della sua battaglia e per tutti si avvicineranno giorni di una Grande Riforma e di grandi scelte.

Attenzione, democristiani!

Amici democristiani, attenzione! Davvero è in questione il vostro ruolo nella società italiana. Non si tratta – come troppi di voi sembrano credere – solo dei poteri del partito e dei suoi titoli per occupare spazi nelle istituzioni e dividere risorse rese abbondanti dal lavoro di tanti italiani competenti e laboriosi. Di fatto, è la rappresentanza politica dei cattolici, è una certa presenza unitaria del cosiddetto "mondo cattolico· italiano nella storia contemporanea, che éon voi entra nel passaggio di una sua nuova definizione di esistenza o va in dissolvimento come formula ideologica e come esperienza politica.

Un secondo partito cattolico non è affatto in formazione: lo si è visto anche il 2 giugno nel confuso Forum indetto dall'esile pattuglia

identificata come "cattolici-democratici": sono pochi, con idee assai diverse e, quel che più conta, nessuna strategia operativa fuor che un modesto appoggio alla sinistra democristiana: una cosa anche buona, ma del tutto inadeguata a sbloccare la situazione e a guidare i cattolici italiani nel passaggio che li attende...

D'altra parte, se esiste un pluralismo di scelte di voto cattolico dietro bandiere socialiste, liberaldemocratiche (e domani anche ve ne saranno a favore della “cosa” occhettiana), questo pluralismo "di fatto", sicuramente, non corrisponde all'insegnamento costante della Chiesa italiana. Alla prova della storia non è solo la vostra unità di partito e di ceto politico: è alla prova anche la vostra rappresentatività politica del movimento sociale cattolico, la vostra idoneità a interpretare ancora la presenza indicata dalla Chiesa ai credenti per agire nella storia, almeno nella storia delle istituzioni e responsabilità politiche. Davvero non è poco.

Nella situazione politica e storica in cui siete realmente collocati non vi sono possibili iniziative e rimedi adeguati? Dovete soltanto subire, accontentandovi di rallentare la fine di una grande esperienza? Non lo crediamo. La fede cristiana ci fa tutti persuasi che mai, per nessun uomo, per nessun gruppo di uomini, le situazioni sono del tutto chiuse e consegnate a una dinamica regressiva. Pagando i prezzi necessari, sempre può darsi un'iniziativa che riapra una strada. Tutti possiamo darci una prospettiva per cui metta conto lavorare e agire, a partire da ciò che siamo.

Nelle pagine che seguono, cercheremo di indicare gli aspetti che ci sembrano già ora più chiari di questo. Cammino di ripresa, nella speranza si aggiungano altri contributi complementari nella riflessione che dovete fare, per prepararvi alla prossima Assemblea nazionale (o al prossimo Congresso), e per gestire i passaggi che vi vedranno comunque coinvolti con tutte le forze politiche operanti nella libertà di questo paese.

Una proposta di iniziativa politica

Aprire un rapporto serio con la Lega.

Una prima scelta da compiere entro il 1990 è assumere un rapporto serio di confronto col la Lega dei lombardi. Non una proposta di collaborazione, per la quale né voi né loro siete preparati; ma un vostro impegno a considerare con rispetto e attenzione le loro tesi, per individuare le parti di verità che esse contengono. Su queste, perché escludere possibilità di convergenze nazionali e locali?

I lombardi hanno messo a fuoco verità critiche nei confronti del sistema dei partiti e, più in generale, verità che esistono dentro i fatti sociali quali si svolgono, con innumerevoli condizionamenti, una parte dei quali la cultura dei leghisti vede con più sincerità degli uomini e degli apparati dei partiti. Non è il successo conseguito dalla Lega che deve spaventarvi: è piuttosto l'abbandono nelle loro mani di molte istanze giuste; ed è vano addurre i limiti etici delle loro posizioni – che forse esistono davvero – in quanto, se i limiti dell'etica impedissero l'azione politica, dove sarebbero i partiti della nostra democrazia?

Un rapporto serio con la Lega non esclude obiezioni, e può sopportare un confronto polemico su molti punti delle loro piattaforme (peraltro ancora in via di definizione e costruzione...), ma esige un riconoscimento, finora mancato, della piena legittimità democratica di questo movimento e l'impegno a fare comunque quanto di giusto i lombardi avessero il merito di volere, o di aver visto: senza cercare un alibi per le vostre omissioni negli errori in cui eventualmente essi incorrono a loro volta. Sicuramente, assumere l'iniziativa di un tale rapporto vi è difficile. Troppe abitudini acquisite in questi ultimi decenni vi rendono lenti e scettici in una tale impresa, che al contrario vi dovrebbe trovare agili e convinti. E, tutto attorno, le altre forze politiche sono pronte a gridare allo scandalo, se appena accennerete un passo in questa direzione, pronte a ricattarvi con quanto dispongono di potere contrattuale in ogni situazione di governo locale o nazionale. Né i leghisti si presentano come interlocutori facili o compiacenti: tutt'altro. Inizialmente, i vostri guai aumenterebbero se imboccaste una tale strada: è vero, è sicuro; e forse questo è sufficiente a farvi considerare risibile e impercorribile ogni idea di un'apertura di rapporto politico e culturale con i lombardi.

Eppure, dei quattro pericoli esistenti nella situazione che vi stringe, questo è l'unico che può trasformarsi in occasione positiva. Una Dc capace di rapporto politico attivo con i leghisti non è, in proporzione, più lontana e diversa di quello che il Psi di Craxi sia divenuto rispetto al Psi di De Martino (e lo divenne nel corso di soli tre anni). Come Craxi ha saputo risalire alle origini di un socialismo autonomo dal Pci, cancellando la stagione frontista, e come ha saputo restare nella coalizione di governo con voi, per di più di un decennio, senza assumervi la condotta di un "minore·, così una Dc capace di rapporto con la Lega risalirebbe a origini oggi quasi invisibili e incredibili, e tuttavia dovrebbe muoversi nel presente delle situazioni usandovi, con equilibrio ma con autonomia, la propria forza politica, senza restare prigioniera di disegni politici altrui, legittimi fin che si vuole, ma che avete l'obbligo di cercare di sventare: se credete al significato della vostra funzione e rappresentanza.

Molte delle loro idee di oggi sono le vostre di ieri

Molte idee dei lombardi di oggi sono le vostre di ieri.

Il forte apprezzamento del lavoro autonomo e dell'autonomia sociale; il fastidio per l'invadenza dello Stato e per le ingiustizie e gli sprechi che la burocrazia pubblica nasconde, o vorrebbe legittimati in nome di non si sa quale superiorità o autorità che si presenta fine a se stessa. Qualcosa di plebeo e popolare, per cui –fin dall'800 – vi differenziate rispetto alla borghesia proprietaria e alla sua idea di Stato "moderno" (a lungo monarchico e solo dopo il fascismo democratico); con un giusto apprezzamento della intraprendenza attiva che vi ha fatto evitare di essere solo "operaisti" e, nelle campagne dell'800, espressione solo dei contadini poveri o dei braccianti.

Soprattutto, siete stati a lungo l'unico grande partito nazionale che vedesse nell'autonomia dei comuni e regioni un'articolazione positiva e fondamentale della vita del popolo e un presidio della realtà storica e culturale dei territori che si identificano. E siete nati per una capacità di aggregazione dal basso, che subito si mostrò vincente rispetto alla guida dall'alto che aveva segnato e concluso il nostro grande ma insufficiente Risorgimento politico; , tuttavia, senza rinunciare – per le rivendicazioni economiche e sociali –  al primato della politica. A lungo, contro tutti gli altri protagonisti della nostra storia moderna, avete osato ricordare il Medioevo e le sue esperienze di popolo e di libertà: il vostro stesso simbolo di partito è tuttora un richiamo all'età dei comuni.

Certo, segnare con le Partecipazioni statali (dall'Eni di Mattei all'Iri di Sebregondi) una fase importante del nostro sviluppo industriale, e inserirvi con la Cassa per il Mezzogiorno nella gestione della spesa pubblica del Sud, è stata anche una crescita: della tradizione del vostro partito e del paese nel suo complesso.

È stata una politica realistica rispetto a visioni più astratte e unilaterali degli altri partiti italiani, o troppo "borghesi", o espressivi di rivendicazioni sociali troppo "subordinate"- Ma l'accettazione quasi senza riserve critiche della spesa pubblica come strumento della crescita complessiva, vi ha portato troppo lontani dalle radici autentiche della vostra forza e identità. Non a caso Sturzo era quasi un estraneo tra voi; né mai avete preso sul serio il giudizio, amaro ma lucido, con cui un Dossetti prese atto dell'impossibilità di essere, almeno in quella fase storica, insieme cattolici e riformatori.

Contro Sturzo e Dossetti, che cosa è divenuto in tanti anni il potere pubblica democristiano? Le riforme istituzioni sono urgenti davvero e, ormai, indicano il contenuto prevalente e prioritario di un lavoro politico consapevole di ciò che va conservato dell'esperienza storica e di ciò che deve essere realizzato ex novo per andare avanti e non indietro.

Uno stato italiano realmente federativo, una riappropriazione localistica di molti aspetti della vita pubblica (dal fisco alla scuola, dalla sanità alla programmazione territoriale), ma sintesi più seria e più attiva tra le ragioni della solidarietà e quelle della intraprendenza e dell'efficacia, non sono obiettivi che vi possano trovare sordi o pregiudizialmente contrari: il confronto con i lombardi è un'occasione politica per una grande operazione culturale, e le operazioni sulle identità culturali sono oggi un'occasione di iniziativa politica. Oggi più di ieri, dato che la fine dell'ipotesi e dell'esperienza comunista libera energie sociali a lungo bloccate in una identità "senza futuro· e pone a tutti domande di verità antiche e nuove cui rispondere con serietà intellettuale e con iniziativa politica: ove se ne abbiano le convinzioni e se ne conoscano le ragioni.

Un chiarimento pregiudiziale: paura o valorizzazione delle identità etniche?

Nei confronti della Lega, tuttavia, non potete rinunciare a un chiarimento di carattere pregiudiziale, anche se la risposta dovrà e potrà trovarsi solo nel corso del confronto reso possibile da un rapporto non più viziato da demonizzazioni e scomuniche fuori luogo.

Non si deve aver paura delle diverse identità etniche. Alla base del successo dei lombardi questa paura c'è; esiste questo fastidio per i meridionali e i neri arrivati tra noi al Nord. I lombardi hanno ragione nel vedere come questo arrivo è mal governato e peggio gestito dalle autorità pubbliche quali le abbiamo lasciate esistere e operare tra noi; i lombardi hanno ragione nel vedere quanto rischiamo di perdere noi e quanto rischiano di perdere i nuovi arrivati. Hanno ragione nel volere essere messi in guardia contro i cattivi consigli della paura, insufficiente a dare soluzione ai problemi, specie nelle condizioni complessive, strutturali e comunicative, del mondo di oggi.

Le diverse identità etniche, frutto di cammini diversi nella storia, debbono essere conosciute e comprese per tempo (ed è molto più difficile quando la paura si è impiantata e viene coltivata). Al posto della paura occorre coltivare dentro di noi il coraggio, e l'esercizio a considerare le diversità una ricchezza da rispettare e valorizzare, gli uni nei confronti degli altri. Tutti, e non solo i lombardi, hanno una storia che li identifica; e tutti, compresi i lombardi, abbiamo condizionamenti che pesano e pericoli che stringono. Lo sviluppo dell'i . nimicizia, la cultura della guerra non è la via principale e più vera dell'uomo e del suo lavoro: una storia positiva, attenta ai fatti reali, non più ideologica, non più nazionalistica, o di censo o di partito, sa bene quanto il lavoro di tutti si giovi degli apporti più diversi, quanti i commerci, i matrimoni, le scoperte scientifiche e tecniche costruiscano un tessuto fittissimo idoneo a rendere gli interessi diffusi e comuni più rilevanti di quelli in conflitto, che è erroneo assolutizzare e che è civiltà comporre con il minimo di sofferenze e violenze.

Non sappiamo, e nessuno può sapere ora, quanta parte del successo politico della Lega dipenda dalla paura serpeggiante tra noi di fronte a fatti enormi in corso sulle rive del Nord e del Sud del Mediterraneo antico (e di quello moderno che è il mondo, di cui gli oceani sono divenuti golfi e i continenti penisole e isole...); e quanto di quella paura nasca invece dall'evidenza di un deficit politico e amministrativo che pesa sulle spalle di tutti. In ogni caso, quali che siano i valori percentuali e l'incidenza di questa paura e di questo deficit, non è saggezza trascurare un fatto politico che li ha registrati così rilevanti nella prima regione d'Italia. Anche Gorbaciov deve ricordare gli obblighi della politica, lui che in Urss ha il merito storico di aver rotto con la prassi e i metodi della violenza: può darsi che i dirigenti lituani siano musicisti mediocri, e sicuramente Elsin è un personaggio inquietante, ma la storia dell'Urss e dei suoi popoli li ha posti in una responsabilità e in un potere "politici": conviene trattarli politicamente.

Da diversi mesi i nostri giornali sono pieni di disquisizioni sul razzismo degli italiani, strisciante o esplodente, nella apprezzabile intenzione di tener lontana questa malattia. Per prevenirla e per tenerne sotto controllo i focolai più pericolosi, occorre però considerare le ragioni della paura come una parte della realtà, non per cedervi, ma per attrezzarsi a fronteggiarle e ridurle.

È positivo essere ore obbligati a considerare i meridionali e gli extracomunitari come aspetti e momenti diversi di uno stesso fenomeno. È importante vederlo in un'ottica unitaria, pur con le specificità che fanno i meridionali italiani tanto diversi da chi arriva dalla riva del Sud mediterranea o dal cuore dell'Africa. E fino a pochi decenni fa, tutta la penisola era terra d'emigrazione verso l'Europa del Nord o il Nuovo Mondo. D'altra parte, forse che i longobardi storici non sono "arrivati" in Italia? È sicuramente sbagliato considerare ferma la storia, e impossibile ottenere un suo arresto. Dentro la storia, che si svolge con l'apporto di tutti, occorre ogni giorno costruire una cultura della pace e degli accordi contro la cultura della guerra e dei conflitti; scegliere ogni giorno le opere della responsabilità e dell'iniziativa invece di oscillare tra i soprusi e le passività, le mere rivendicazioni e l'espediente dei rinvii. Il problema ecologico, per i vincoli che pone a uno sviluppo sostenibile; e il problema etnografico, per la sfida che impone alla istituzioni e al costume democratico, sono due dei tre problemi cruciali del nostro tempo; non dobbiamo stupirci che siano sorte tra noi forze politiche come i verdi o i lombardi, che ci aiutano a diventare più avvertiti. Il problema, culturale e politico, è di inserire nella tradizione, e non nella frammentazione, queste novità positive e arricchenti. Per quanto in politica parole e discorsi siano importantissimi ("il resto sono chiacchiere· ammonisce un grande esperto...), parlare la lingua dei verdi e dei lombardi non basterebbe: ci sono pensieri da pensare, decisioni da prendere, strumenti da adottare. In molte direzioni. E per un partito di ispirazione cristiana ne esiste, importantissima e fondante, una in più che per gli altri.

Una nuova forma e un nome antico per il partito della Dc

Un problema dell'unità dei cattolici c'è... Auspicare una forte ripresa d'iniziativa politica della Dc non è una pura illusione solo se si affrontano contestualmente problemi che furono discussi a lungo, e sistemati con inventiva ed equilibrio, quando il vostro partito rinacque alla fine del fascismo. Occorre tornare in libertà e serietà sul punto decisivo dell'unità politica ed elettorale dei cattolici italiani.

Non poche voci l'hanno contestata in passato; oggi altre, più soft, ne dichiarano finite le ragioni. 

Come fatto storico e sociologico, è ben noto, una unità dei cattolici italiani, in politica e nel voto, non esiste. Non è esistita nell'B00 nel vivo dei problemi della formazione nazionale, che vide i cattolici distribuiti su un arco di posizioni, austriacanti e patrioti, neoguelfi e unitari monarchici; non è esistita nei primi decenni del nuovo stato unitario, quando molti cattolici furono "né eletti né elettori", ma parecchi furono gli eletti e moltissimi gli elettori (della Destra e della Sinistra di allora); non è esistita di fronte al fascismo (e sotto il regime), quando vi sono stati filofascisti e antifascisti... Quanto alla presente Repubblica, si sa che i numeri delle statistiche religiose (comunque li si prenda) non coincidono affatto con i risultati elettorali (politici, amministrativi, referendari): essi sono più alti del consenso alla Dc, se si prendono gli indicatori della partecipazione ai Sacramenti della iniziazione cristiana (Battesimi, Cresime e Prime Comunioni), e più bassi del consenso alla Dc se si prende la frequenza degli adulti alla Messa domenicale. D'altra parte, studi serissimi dell'Istituto Cattaneo su quadri e militanti dei partiti, hanno registrato presenze molto consistenti di cattolici praticanti in vari partiti del sistema politico italiano: i cosiddetti "laici", in particolare, non sono poi molto lontani dalla Dc sotto questo profilo, né lo è il Msi; i comunisti – invece – nonostante le loro grandi aperture politiche verso i cattolici e verso la stessa Chiesa, hanno quadri e militanti assai più lontani dalla pratica religiosa personale e rivelano una formazione ideologica e culturale più distante dall'insegnamento della Chiesa: i socialisti sono a mezza strada tra i "laici" e i comunisti.

La semplice verità è che l'unità politica ed elettorale dei cattolici italiani – come fu il "non expedit" – è un dato ideologico interno, programmatico, della formazione proposta dalla Chiesa in Italia ai suoi fedeli. La stessa Democrazia cristiana si sottrae alla responsabilità di sostenerla in proprio e di teorizzarla in via di principio; si limita a rivendicare la realtà storica e la legittimità della sua libera proposta: "chi vuole venire venga, chi vuole andare vada...". Nel sistema democristiano, l'ispirazione cristiana in politica è presentata come un fatto, rivendicata come un diritto; si lascia alla responsabilità del Magistero indicarla come un "principio", insegnarla come un "dovere·. La verità è dunque che questo è un problema acuto solo per la Chiesa, per il suo Magistero dottrinario e pastorale e per quanti agiscano e pensino con una sintonia che voglia essere compiuta anche sotto questo profilo. Si tratta, dunque, essenzialmente, di un problema ecclesiale.

Solo per l'efficacia e le conseguenze dei. comportamenti religiosi nella società è anche un problema specifico della società ove l'insediamento cristiano è forte e nelle quali la Chiesa attivi e mantenga questa parte del proprio insegnamento etico e sociale. In Italia lo fa; in altre parti del mondo sì, in altre no: e se fino a ieri i territori del "no· sembravano più importanti e "moderni", la decolonizzazione ed ora la fine del comunismo legittimano l'ipotesi contraria, e cioè che stiano "crescendo" i luoghi in cui l'attività politica ed elettorale dei credenti diventi un obiettivo importante per l'azione della Chiesa.

Guardando il problema nel merito, è ovvio che se la religione è giudicata importante e se la politica è pure considerata tale, l'unità della persona esige una certa sistemazione coerente delle due dimensioni, troppo vitali per conservarci sani se in noi una è separata dall'altra. Il problema di una "sistemazione· delle due lealtà, è obiettivamente complesso e delicato, esista o non esista uno strumento politico come la Democrazia cristiana. Come cittadini si può apprezzare, anche se non si è fedeli, il sostegno che la Chiesa dà (quando lo dà: e avviene sempre più spesso e con più forte impegno) alle cause della libertà e della giustizia, rivendicando non solo per sé, ma per tutti, condizioni di sicurezza e di pace costituzionalmente garantite. Tutti (o quasi) amano è rispettano la Chiesa campione dei poveri e degli oppressi, fautrice dei diritti civili, sostegno della democrazia (ma vi sono conservatori fascistizzati che per questo la detestano).

Come fedeli si può apprezzare che i comportamenti unitari dei cristiani nascano da coscienza convinta, non siano una delega in bianco, una rinuncia ad essere esigenti e critici. Come fedeli consapevoli della rilevanza ma anche della complessità della politica, su può poi desiderare una soluzione che lasci con più evidenza la Chiesa, là dove la sua natura e il suo servizio la collocano, al di sopra di tutte le parti in competizione, per annunciare ad ogni uomo la verità e la rivelazione di Dio e promuovere, con la conversione e l'evangelizzazione, una storia diversa, più profondamente libera e più manifestatamente mite di quella precristiana segnata da paure e dominata da sicurezze idolatriche.

Si può desiderare e auspicare che nessun partito politico abbia un "nome· cristiano: all'inculturazione della fede non giovano soluzioni meramente nominalistiche; alla bontà della politica bastano azioni coerenti dei cristiani. Se ne sono capaci, nel vivo della storia che sono chiamati a percorrer e, se possibile, segnare.

I fedeli, qualunque ruolo assolvano nella società, darebbe bene rinunciassero ad ogni uso strumentale e temporalistico della religione. Certo, di fronte ad azioni e situazioni concrete dei cristiani, anche la Chiesa può conoscere difficoltà di giudizio. Un ultimo esempio, pregnante: nella Polonia di oggi, ha più ragione Walesa o Mazoviecki? Intanto, ahinoi, solo il 42% dei polacchi si è recato alle urne nelle prime elezione compiutamente libere della Polonia post-comunista, a prova delle sue difficoltà enormi, ma anche del ruolo attivo che vi svolgono i partiti, se ci sono: e la Polonia ne è ora in cerca, Walesa su linee nazionalistiche e populistiche, Mazoviecki con i comitati di cittadini democratici (interessantissimi, ma quanto forti?): e la grande Chiesa polacca dove porterà ora la sua forza e il suo consiglio? Chi ha saputo resistere tanto all'oppressione saprà anche costruire nelle libertà?

Come, con quali strumenti?

Ciò che è avvenuto in Polonia negli anni 80 è stato importantissimo per l'Est; ciò che vi avverrà negli anni 90 sarà importantissimo anche ad Ovest e forse per il Sud del mondo (una prova in più del ruolo davvero universale del Pontificato romano!).

Torniamo al partito di denominazione cristiana: l'insegnamento della Chiesa, esigente sull'ispirazione, sulla coerenza tra fede e vita, molto propenso all'azione unitaria dei fedeli (con ragione, se le cose della politica sono importanti e se la carità è più importante degli interessi e delle preferenze individuali...), non pretende né l'uso né il non uso del nome cristiano nell'identificazione degli strumenti politici.

La Chiesa sa e insegna che la religione è rilevante, per le risorse e per le comunità; osa sperare che lo sia per la storia del mondo, e ci chiama a provarlo.

Sostenere che sia meglio avere cattolici in tutte le forze politiche, e comportamenti elettorali egualmente frazionati, o equivale a considerare la politica molto poco importante (e questo sarebbe un errore: sicuramente la politica è rilevante), o spinge il mondo cattolico ad autointerpretarsi come una massoneria (identificata ed espressa con circuiti segreti); o, semplicemente, lo spinge verso l'irrilevanza, come se la religione avesse poco da dire per le azioni concrete dei credenti.

Siamo per il primo corno delle alternative esposte: l'unità di obiettivi e di comportamenti politici, da parte dei cattolici, è un bene.

L'insegnamento della Chiesa è giusto e razionale.

Storicamente, il mondo cattolico ha alcuni aspetti massonici, ma questo appartiene alla sua patologia, alla corruzione della sua norma fondante ed esemplare. Storicamente, la fede dei cristiani molte volte è irrilevante: ma questo, per i fedeli, resta un dolore e una vergogna; non è affatto una soluzione ma piuttosto un problema, cui applicarsi di più e meglio, con energie personali e comunitarie.

Per i cristiani, in questa materia non vi sono, in via di principio, molte posizioni disponibili. O una situazione storica e sociale non chiede molto alla politica (un giudizio difficile da darsi secondo verità), o è bene cercare le vie e i mezzi per avere un'influenza forte dei valori religiosi nella vita pubblica, al servizio dell'uomo e particolarmente dei più deboli.

Nelle varie società democratiche è consentito ottenere influenze significative in vari modi, culturali e istituzionali: ma tutti si collegano a una espressione politica di volontà, e quindi anche a un'organizzazione un grado di produrre fatti politici, a strumenti politici.

La storia italiana, l'abbiamo riconosciuto, non ha visto una presenza unitaria dei cattolici, largamente e significativamente divisi tra loro, nel Risorgimento e dopo, nel fascismo e dopo: questo dimostra un esercizio libero e pluralista delle loro personali responsabilità politiche, non necessariamente l'efficacia migliore del loro dispiegarsi, una capacità realmente e tempestivamente solutiva dei problemi. Il Risorgimento avrebbe potuto avere sviluppi e risultati migliori, se i cattolici avessero saputo produrre uno sforzo più saggio e più unitario? Il fascismo avrebbe dominato per vent'anni la nostra vita, se i cattolici l'avessero affrontato uniti, uniti in una resistenza alle sue illusioni e ai suoi errori? E – viceversa – se nel 4345 si fossero costituite e consolidate formazioni cattoliche di Sinistra e di Destra (come si tentò da molti, laici ed ecclesiastici), i decenni successivi darebbero stati migliori, o è stato importante realizzare un grando sforzo unitario per riuscire a stare ed andare, insieme, "verso la parte giusta· (che non era quella di comunisti cattolici, né quella di chi voleva un fascismo senza il Duce o, almeno, la Monarchia)? E oggi non mancano forse problemi e obiettivi per i quali è lecito auspicare e perseguire uno sforzo il più largo e coerente di fedeli consapevoli del metodo politico e del ruolo delle maggioranze elettorali nella vita di una società democratica responsabile?

Naturalmente, anche le minoranze sono importanti, quando indicano con forza pacifica verità che troppi trascurano o non vedono, quando si oppongono a comportamenti nocivi o insufficienti. Per questo occorre un grande rispetto delle coscienze, né si deve avere paura dell'esercizio della libertà, ma solo degli errori che vi si possono commettere (tra i quali esistono pure le omissioni). Una preoccupazione a favore della maggior unità possibile dei credenti è tuttavia un segno di saggezza, una garanzia da non disperdere, una concreta prudenza da esercitarsi nel modo migliore possibile. L'unità non può costituire un male: sono i suoi obiettivi che possono essere insufficienti; è la proposta di attuazione che può essere migliorata.

Un partito popolare europeo meglio di uno confessionale italiano

Torniamo a Sturzo. Ogni rinnovamento – lo consideri con fiducia la vostra prossima Assemblea nazionale – se è necessario, è possibile solo come un ritorno alle origini, nel quale tuttavia non si rivive il passato ma si migliora il proprio presente. Un partito popolare, specie se europeo e non soltanto nazionale italiano, è forma e nome più adatto di quello che esiste ore, il quale contiene un riferimento a un nome che sarebbe più alto e giusto non rischiare di nominare invano.

Sarebbe meglio avere un rispetto più totale per quel nome, rispettando di più anche la coscienza di chi vi vota senza essere in comunione con la Chiesa, che di quel nome conosce e insegna l'incomparabile mistero; e rispettando di più anche chi non vi vota, tuttavia cercando di essere – e forse essendo – in comunione con la realtà di mistero che quel nome identifica. Non dimentichiamo che il segretario in carica nel vostro partito ha il merito di avere almeno alluso alla possibilità e a una sua personale disponibilità a tornare al nome voluto da Sturzo nelle vostra prime, decisive origini, quando si trovò un punto forte di sintesi delle esperienze sociali e politiche dei cattolici dopo le vicende (e le insufficiente del Risorgimento; e se non fu forte abbastanza per evitarci il fascismo, l'esperienza del Partito Popolare fu sufficiente a legittimare una presenza democratica dei cattolici in ciò che seguì al fascismo.

L'aggettivo europeo, che dovrebbe oggi completare quel nome, indicherebbe la caratterizzazione "federativa" di queto strumento politico. Federativo è il disegno costituzionale per l'Europa e, in prospettiva, per il mondo. Federativa deve essere la stessa organizzazione del Partito Popolare Europeo. L'Europa che nasce dai travagli dei suoi popoli dovrà essere assai più Europa delle Regioni che Europa degli Stati.

D'altra parte, come non vedere che l'Europa di domani potrà avere senza paura nel proprio cuore una grande, pacifica, laboriosa Germania in quanto questo paese è innanzitutto un insieme di Lander, occidentali e orientali, e non un Reich? Egualmente potrà essere per i Balcani inquieti, per gli Slavi del sud, per i Baltici, i Baschi, e per tutte le etnie che vivono con sofferenza il proprio rapporto con la storia del loro territorio.

É ore di chiudere la stagione tanto sanguinosa degli Stati nazionali (con i loro nazionalistici e militari confini), per imboccare con più coraggio la via, diversa e alternativa, di un costituzionalistismo federativo e di una cooperazione economica senza ostilità e senza frontiere. D'altra parte,. gli Stati Uniti – pur con i loro limiti e problemi – che cosa sono se non una seri di quoti di popoli europei e non europei, sradicatisi con dolore dai loro territori originari, ma non del tutto dalle loro identità, e insediati in nuovi spazi di lavoro e di rappresentanza politica, nel segno fortissimo delle libertà e delle autonomie?

E questo Papa cattolico straordinario non ha già convocato i vescovi cattolici d'Europa, e osservatori di tutte le Chiese, ad un sinodo che anticipa e prefigura le soluzioni istituzionali che dovremo approntare per la casa comune, se non vogliamo finire sotto le macerie dei suoi muri, delle sue illusioni e delle sue difficoltà, in gran parte legate a cultura politiche vetero nazionalistiche?

La cultura politica federalistica è l'unica omogenea a un disegno e a una possibilità di pace non imperiale; è l'unica che può raccogliere energie locali e dirigerle verso ambiti di competenze e responsabilità oggi attinte solo dal capitale finanziario e dalle strutture produttive e societarie multinazionali, con un primato dell'economia sulla politica che svuota le esperienze partecipative democratiche e porta rischio l'equilibrio ecologico di un uomo troppo forte per il pianeta, se non diventiamo saggi in proporzione della nostra forza tanto accresciuta. O saremo cittadini federalisti capaci di costruire e controllare il governo (europeo e mondiale) di cui abbiamo bisogno, o saremo schiavi di tecnocrazie solo in apparenza più capaci e responsabili dell'uomo comune: questi è già tutto ciò che occorre nell'ordine della cultura e del lavoro, ma si sottovaluta come sovrano responsabile dell'ordine politico.

Quanto ai cristiani, essi possono e debbono lavorare nel progetto federalista affinché, con le sue dimensioni continentali vastissime, oggi necessarie per un esercizio reale e proporzionato del. le nostre responsabilità comuni, non si allontani troppo da quelle condizioni di semplicità e di modestia che sono la forza segreta del localismo e dei centri minori, riserva e rinnovamento per il tremendo logorio che ogni dirigenza centralistica conosce e sconta nel succedersi delle generazioni: è pericoloso enfatizzare i grandi e le loro "capitali" con miti arcaici di sovranità e superiorità di tipo sostanzialmente pagano precristiano, mentre, dopo Cristo, ogni Regno è concepibile solo come servizio, tanto più fornaia quanto più quotidiano, domestico, molecolare.

Abbiamo bisogno di simboli, ma se la nostra esperienza dei segni del mistero cristiano è reale, non possiamo cercarli se non in direzioni affatto diverse da quelle élitarie e crudeli del passato. Non la conquista delle capitali e dei loro luoghi fortificati, è la "strategia" del federalismo; ma la vitalizzazione delle periferie, l'autonomia dei territori, la sussidiarietà di circuiti multipli e differenziati per le energie di tutti; con una distanza consapevole, se non necessariamente polemica, da chi continui a scambiare la forza con la violenza, e a definire la forza in termini di capacità di dominio e comando; mentre essa è in primo luogo capacità di comunicazione e risveglio di energie alla resistenza.

Diventi chiaro ogni giorno e a tutti che un parlamento o un Capo di Stato è pur sempre un cittadino, e che in questa condizione sta la sua maggiore grandezza e il vero presidio di ogni suo difetto e dovere: fare chiarezza su questo punto è, dopo il problema ecologico e quello etnografico, il terzo problema decisivo del nostro tempo, e rappresenta quasi tutto il contenuto dell'impegni politico, la motivazione e lo stile della partecipazione. I Re davvero sono nudi, i "piccoli" realmente sono più affidabili. Si può anche pensare che la democrazia, come i regimi che l'hanno preceduta, sia un "mito·, ma i democratici hanno il dovere e la convenienza di verificarla come la posizione più realistica.